L’emergenza di Niscemi attiva la rete nazionale della protezione civile e chiama in campo uno dei suoi presìdi scientifici più importanti: il Centro per la Protezione Civile dell’Università degli Studi di Firenze, centro di competenza del Dipartimento nazionale della protezione civile. Un attivazione urgente, scattata nelle ore più critiche dell’evoluzione del dissesto, che conferma il ruolo strategico dell’Ateneo fiorentino nel sistema italiano di risposta alle grandi emergenze.
Il movimento franoso che ha colpito il territorio siciliano viene definito dagli esperti come un evento di dimensioni eccezionali. “Un fenomeno enorme, una delle più grandi frane che io abbia mai visto in Italia in oltre trent’anni di carriera“, ha spiegato Nicola Casagli, presidente del Centro per la Protezione Civile Unifi, geologo di riferimento del team attivato sul campo. Le stime preliminari parlano di decine, forse centinaia di milioni di metri cubi di materiale in movimento, con un fronte di circa 4,7 chilometri, una lunghezza di 1,7 chilometri e una profondità che raggiunge diverse decine di metri.
L’attivazione del Centro di competenza
L’intervento del Centro per la Protezione Civile dell’Università di Firenze rientra nelle procedure previste per le emergenze nazionali, in cui i centri di competenza forniscono supporto tecnico-scientifico alle autorità di protezione civile: dal Presidente del Consiglio dei Ministri al Capo Dipartimento, fino a Regioni, Prefetti e sindaci.
“Siamo stati attivati d’urgenza domenica sera – racconta Casagli – quando la Regione Sicilia ha chiesto supporto per un movimento franoso iniziato a metà gennaio, ma aggravatosi drasticamente nella notte tra domenica e lunedì“. In Sicilia si è recato un team composto dallo stesso Casagli, dal docente Giovanni Gigli e dal tecnologo Tommaso Beni.
Un intervento immediato, costruito su un approccio integrato: sorvoli in elicottero, sopralluoghi diretti, rilievi con droni, analisi geologiche e modellazione dei movimenti del terreno. Un lavoro che non è solo tecnico, ma strategico, perché serve a orientare le decisioni operative della protezione civile e delle istituzioni.

Il ruolo della scienza nella gestione dell’emergenza
La frana di Niscemi è definita dagli esperti come uno scivolamento composto: un movimento che parte con una frattura verticale, ruota e poi scorre lungo un piano geologico di contatto tra sabbie e argille, quasi orizzontale e debolmente inclinato verso valle. Un meccanismo noto in letteratura scientifica, ma qui amplificato da dimensioni fuori scala.
“La cosa anomala sono proprio le dimensioni“, spiega Casagli in un video diffuso dal Dipartimento della protezione civile. Il corpo di frana continua a muoversi, ma l’attenzione ora è concentrata sulla scarpata sabbiosa, destinata ad arretrare nel tempo. Per questo è stata istituita una fascia di sicurezza di 150 metri, che potrà essere rimodulata in base ai risultati dei monitoraggi.
Ed è qui che entra in gioco uno degli elementi più innovativi dell’intervento: il monitoraggio satellitare. Il Centro Unifi sta lavorando con i satelliti radar dell’Agenzia Spaziale Italiana, dell’Agenzia Spaziale Europea e dell’agenzia spaziale argentina, strumenti particolarmente adatti a questo tipo di fenomeni. L’obiettivo è costruire una mappa dinamica dei movimenti dell’intero centro abitato.
“Su frane di queste dimensioni – spiega Casagli – la strumentazione a terra, che misura un punto, non è rappresentativa dell’insieme. Per questo abbiamo scelto i satelliti: ci permettono una visione complessiva del fenomeno“. Una scelta tecnica che diventa anche scelta strategica per la protezione civile.
Niscemi e il rischio idrogeologico
Il dissesto di Niscemi si inserisce in un quadro più ampio: in Italia esistono circa 650mila aree a rischio per frane e alluvioni, secondo le mappe delle Autorità di bacino distrettuali. Fenomeni simili, anche se meno estesi, si sono già verificati nella zona nel 1790 e nel 1997.
Un dato che riporta al centro il tema della prevenzione, della pianificazione territoriale e della gestione del rischio. “In alcuni casi – osserva Casagli – la strategia più saggia sarebbe la delocalizzazione, spostando e ricostruendo in zone sicure. Un percorso però estremamente complesso dal punto di vista sociale ed economico“.