“A Hot Mess” il nuovo album degli Hate Moss non è nato dentro uno studio o una sala prove, ma ha preso forma sulla strada, tra corpi in movimento, confini attraversati e urgenze che non possono più restare in silenzio.
Frutto di un lungo tour che ha attraversato Sud America, Europa, Regno Unito e Medio Oriente, il lavoro del duo italo-brasiliano composto da Ian Carvalho e Tina Galassi è un concentrato di esperienze vissute in prima persona, visioni politiche e tensioni emotive, radicate nella cultura Do It Yourself e nell’energia dei centri sociali autogestiti.
Uscito il 30 gennaio 2026 per la storica etichetta bolognese Trovarobato, il disco non è solo una dichiarazione artistica, ma un atto di resistenza sonora: un viaggio che mescola generi, lingue e corpi, dando voce a una generazione sospesa tra precarietà, rabbia e desiderio di cambiamento.
Gli Hate Moss saranno in concerto venerdì 6 febbraio al Glue Alternative Concept Space di Firenze per presentare in anteprima “A Hot Mess”.
Ecco la nostra intervista a Tina
Ciao Tina! Si potrebbe dire che il nuovo album degli Hate Moss è un “casino”
Sì è proprio quello il concetto!
Il disco nasce durante un lunghissimo tour che ha attraversato più continenti, quanto questo viaggio ha inciso nella scrittura del disco?
Sì, è nato tra più continenti perché per un paio d’anni siamo stati costantemente in giro. Le idee ci venivano in viaggio e quindi inevitabilmente abbiamo assorbito quello che avevamo intorno. Per esempio Mentiras è chiaramente dedicata al sudamerica, ci sono tantissime influenze tratte dalla musica folkloristica. Non dipende tutto dai viaggi che abbiamo fatto ma al 90% sì.
Farei davvero molta fatica a non considerare quello che ci succede intorno quando scriviamo, cantiamo e suoniamo le nostre canzoni. Anche quando si tratta di canzoni d’amore o più intime, c’è sempre un piano relativo alla società in cui viviamo, a chi siamo, dove siamo
Anche le diverse lingue che avete scelto per cantare, le avete scelte con un motivo
L’inglese, l’italiano e il brasiliano ci sono sempre stati perché Ian è italo-brasiliano, io sono italiana ma abbiamo vissuto a Londra, quindi queste tre lingue ce le portiamo dietro. Nell’ultimo disco c’era il turco perché un brano era nato in Turchia. Quest’anno abbiamo aggiunto lo spagnolo perché Argentina, Uruguay e Cile ci hanno influenzati tantissimo. E c’è anche una canzone in dialetto toscano “Sette”.
Il titolo del disco, ma anche i ritmi frenetici dei brani suggeriscono caos, disordine, qualcosa di irrisolto: è una fotografia del presente o anche dello stato emotivo di una generazione?
In realtà è un mix di cose, cerchiamo sempre di fare un disco tematico che segua un unico genere o un argomento, ma facciamo sempre molta fatica. Questo album ha otto pezzi che tra di loro sono molto diversi ma per noi funzionavano così, quindi è un gran casino (ride). Poi ci si mette anche quello che dicevi te, la rappresentazione del caos non so dirti se è generazionale o se è semplicemente quello che noi vediamo nel mondo e nelle nostre vite. Secondo me è una cosa che sentiamo tutti quanti oggi, è difficile trovare un po’ di ordine mentale se guardiamo tutto quello che succede.
Anche la bellissima copertina del disco rispecchia il caos, quest’insieme di corpi persone, sembra la folla di una metropoli di una qualsiasi città nel mondo dal Brasile a Londra, fino all’Italia
Ci sono anche delle ispirazioni da rappresentazioni religiose moderne, rimodellate con l’intelligenza artificiale e unite a delle immagini che abbiamo scattato noi in pellicola. Ma l’immagine finale dell’album è stata dipinta da Sara Vaccaro.

Avete scritto, registrato e mixato il disco mantenendo il pieno controllo creativo, all’insegna del ‘do it yourself’, un modus operandi che vi contraddistingue da sempre: è stata una scelta pratica o una necessità espressiva?
Non direi che è stata una scelta pratica. Per la prima volta abbiamo deciso di fare un disco cercando di riuscire a metterci il più possibile quello che siamo live, però mantenendo un approccio da studio. Per esempio il disco “Nan” è stato realizzato tutto con sample fatti con il computer, perché durante il covid non avevamo la possibilità di registrare batterie. “Mercimek Days” che è uscito a giugno 2025 è la raccolta di un momento live. Invece in “A Hot Mess” abbiamo cercato di trovare un equilibrio tra la pulizia dell’ascolto in studio, senza però perdere lo “sporco” degli strumenti live, è stata anche una sfida per vedere cosa riuscivamo a fare da soli.
Che ruolo ha avuto Pour Atom Oil in questo processo e come si è evoluta la collaborazione rispetto ai lavori precedenti?
Su alcuni brani ha suonato delle parti, su altri c’è stato un ping-pong perché alcune cose non ci piacevano, non ci tornavano e lui ha dato un tocco in più. Per quanto riguarda il mixing abbiamo fatto tutto noi, però abbiamo spesso chiesto il suo consiglio. Il bello del do it yourself è che fai tutto con persone con cui hai delle relazioni umane, in realtà da soli non facciamo niente.
I testi affrontano temi come precarietà, morti sul lavoro, disuguaglianze sociali: può la musica uno strumento per cambiare qualcosa?
Assolutamente sì, non solo credo che può esserlo, ma penso che debba esserlo. Faccio molta fatica ad immaginare un artista che non includa nel suo lavoro delle posizioni non necessariamente politiche, ma che guardino al suo tempo. Poi se uno sceglie di posizionarsi in maniera politica è una scelta personale, ma nel nostro lavoro credo sia una parte fondamentale. Farei davvero molta fatica a non considerare quello che ci succede intorno quando scriviamo, cantiamo e suoniamo le nostre canzoni. Anche quando si tratta di canzoni d’amore o più intime, c’è sempre un piano relativo alla società in cui viviamo, a chi siamo, dove siamo. Mi sembrerebbe possibile fare il contrario.
Nonostante la durezza dei temi, il disco sembra lasciare spazio alla possibilità di cambiamento: da dove nasce questa speranza nonostante l’hot mess in cui tutti viviamo?
Penso che faccia parte del carattere umano, cerchiamo sempre di ispirare al meglio. Purtroppo non siamo in grado di fornire soluzioni o opzioni ma si può sempre trovare una strada per migliorare.
Se A Hot Mess è una mappa del presente, quale direzione vorreste che indicasse a chi ascolta?
In generale cercare di essere più informati e attivi, in relazione alla musica direi credere nella musica indipendente, underground, nuova, non farsi influenzare soltanto da quello che passa la radio e si racconta sui canali mainstream. Cercare di scavare più a fondo, sia perché supportare musicisti emergenti aiuta a far sì che si parli sempre di più di queste tematiche, sia perché fa sempre bene ascoltare musica nuova, fuori dal solito circuito, ti fa scoprire cose nuove. Anche quando non ti piacciono, secondo me ti indirizzano verso le novità.
L’ingresso al Glue è gratuito con tessera (€ 16,00 da fare online su https://gluefirenze.com/)
Il tour degli Hate Moss
28 febbraio, SNR, Siena
6 marzo, Covo, Bologna
7 marzo, Spazio Modu, Perugia
21 marzo, Mercato Nuovo, Taranto
22 marzo, Kinder Garten, Benevento
18 aprile, Andalucia Uber Alles, Sevilla (Spagna)
21 giugno, The Old Blue Last, Londra (Uk)
23 giugno, Bloc, Glasgow, (Uk)
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