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John De Leo in concerto a Firenze: la voce come strumento tra sperimentazione e gioco sonoro

Venerdì 13 febbraio 2026 alla Sala Vanni di Firenze all’interno della rassegna “Tradizione in movimento”, il John De Leo Trio con Fabrizio Tarroni e Franco Naddei porta sul palco un progetto che unisce matrice acustica ed elettronica, improvvisazione e scrittura, gioco e rigore compositivo

John De Leo

Cantante, compositore, performer: ridurre John De Leo a una sola definizione è impossibile.

Co-fondatore dei Quintorigo e protagonista assoluto della scena musicale italiana degli ultimi trent’anni, De Leo ha trasformato la voce in uno strumento totale, capace di attraversare jazz, rock, folklori popolari, musica contemporanea e arti performative.

Venerdì 13 febbraio 2026 alla Sala Vanni di Firenze all’interno della rassegna “Tradizione in movimento“, il John De Leo Trio – con Fabrizio Tarroni e Franco Naddei – porta sul palco un progetto che unisce matrice acustica ed elettronica, improvvisazione e scrittura, gioco e rigore compositivo.

Un concerto che è anche un laboratorio sonoro, dove la voce diventa corpo, ritmo, racconto.

Ecco la nostra intervista a John De Leo

Ciao John! Quando hai capito che potevi usare la tua voce come un vero e proprio “strumento”, invece di limitarti ad usarla per il canto?

Sinceramente non l’ho mai capito, non è stata una scelta razionale. Fin da bambino mi divertivo a emulare mentre cantavo gli strumenti che avevo attorno, è una deformazione più che una scelta

Fin da bambino mi divertivo a emulare mentre cantavo gli strumenti che avevo attorno, è una deformazione più che una scelta

Nel tuo set utilizzi spesso anche oggetti non convenzionali dal karaoke giocattolo al laringofono. Quanto conta per te il gioco come motore creativo?

Senz’altro, è un gioco e in quando tale quindi una cosa da fare con attitudine serissima.

Il tour per i 25 anni di Rospo è stato un momento importante, da celebrare. Che rapporto hai con quel disco?

Quei brani sono stati architettati con una cura certosina e al limite delle mie, ma direi delle nostre possibilità, quindi li difendiamo con i denti. Però chiaramente appartengono a un altro momento storico della mia vita e non solo. Riscontro alcune ingenuità adolescenziali, e raccontano esperienze molto diverse.

Guardando alla tua carriera, senti che c’è un filo rosso che lega i tuoi tanti progetti passati a quelli attuali?

Non ci ho mai pensato, direi che il primo collante sono io, ma cerco di non guardare il mondo in modo solipsistico. Io che mi faccio strumento, per quanto mi è possibile. Io che racconto attraverso me stesso quello che mi circonda.

A Firenze sarai sul palco con Fabrizio Tarroni e Franco Taddei, e la tua voce si fonderà anche con l’elettronica

Sarò con due miei collaboratrici storici, con cui sono cresciuto, ci sarà la chitarra semiacustica di Fabrizio Tarroni e Franco Taddei in arte “Francobeat” una figura atipica perché è un manipolatore del suono. Per convenzione diciamo elettronica, ma in realtà è un’emulazione dell’elettronica, in quanto lui usa una strumentazione analogica.

Cosa può aspettarsi il pubblico della Sala Vanni: un concerto, una performance, un racconto sonoro?

Eseguiremo miei brani, alcuni standard e cover. La cosa divertente quando si è in pochi elementi è quella di cercare di restituire una massa sonora e un’architettura delle composizioni più fedele possibile agli originali, cercando di rispettare i contrappunti e le frasi di altri strumenti. Siamo in tre ma ci toccherà in qualche misura moltiplicarci.

Informazioni sull’evento:

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