Ambiente /Il personaggio

Un toscano tra i 50 “Impact Makers” dell’ONU: Andrea Gori con illuminem guida la rivoluzione della sostenibilità

Intervista al giovane pistoiese che è ospite ai Climate Fiction Days e ha fondato una delle principali piattaforme globali di informazione e dati sulla sostenibilità

C’è anche un giovane toscano tra i protagonisti globali nel campo della transizione ecologica. Andrea Gori, originario di Pistoia, è stato l’unico italiano selezionato dalle Nazioni Uniti tra i 50 “Impact Makers” al mondo alla Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima in Brasile, dove sono stati individuati i leader della società civile che si sono distinti per il loro contributo concreto a un futuro più sano, equo e resiliente.

Gori, che sabato 21 marzo a Pistoia parteciperà ai Climate Fiction Days  in un panel dedicato appunto alla sostenibilità, è il fondatore e Chief Earth Officer di “illuminem”, una delle principali piattaforme globali di informazione e dati sulla sostenibilità, con 700mila utenti in tutto il mondo. Gori è il più giovane professore a HEC Paris, dove insegna Greentech, e dopo esperienze nella consulenza strategica internazionale con Boston Consulting Group ha scelto di intraprendere una strada imprenditoriale con una missione chiara: accelerare la transizione verso un’economia sostenibile.

Come è nata illuminem e come funziona? Quali sono i servizi che offrite rispetto ad altre piattaforme?

illuminem nasce da una constatazione semplice: senza informazioni e dati, veramente affidabili e comparabili, non può esistere una vera transizione sostenibile. Oggi aziende, investitori e istituzioni navigano tra informazioni mancanti, dati frammentati, spesso poco accessibili o difficili da interpretare.
Per questo abbiamo costruito una piattaforma che unisce media, dati e community: da un lato contenuti di alta qualità scritti dai principali esperti globali del settore, dall’altro un Data Hub che permette di confrontare in modo trasparente le performance ambientali e sociali di migliaia e migliaia di aziende. La differenza rispetto ad altre piattaforme è proprio questa integrazione tra informazione, dati e network.

Cosa ha significato per te, sia a livello personale che professionale, la recente selezione da parte delle Nazioni Unite come “Impact Maker”?

È stato un riconoscimento molto importante, soprattutto perché arriva in una fase in cui c’è ancora molto da costruire. A livello personale è una grande motivazione, ma lo vedo soprattutto come un segnale per tutto il team e la nostra community: significa che stiamo andando nella direzione giusta, ma anche che la responsabilità cresce.

In poco tempo avete raggiunto centinaia di migliaia di utenti in oltre cento Paesi: qual è stata la chiave di questa crescita così rapida?

Credo siano tre fattori principali: qualità dei contenuti, credibilità della community e utilità concreta del prodotto. Abbiamo coinvolto oltre duemila esperti e leader della sostenibilità, creando un network molto forte. Inoltre, ci siamo concentrati fin da subito su un bisogno reale: aiutare a prendere decisioni migliori grazie ai nostri insight.

Il vostro lavoro si basa molto su dati ESG e intelligenza artificiale: quanto pensi che la tecnologia sia davvero decisiva nella lotta al cambiamento climatico?

La tecnologia è un acceleratore fondamentale, ma non è sufficiente da sola. Può rendere la transizione economicamente vantaggiosa, più misurabile e più scalabile — soprattutto attraverso dati e AI — ma servono anche governance, incentivi corretti e volontà politica. Il rischio è pensare che la tecnologia sia una soluzione magica, quando in realtà è uno strumento.

Prima di fondare illuminem hai lavorato in realtà come Boston Consulting Group e JP Morgan: cosa ti ha spinto a lasciare una carriera tradizionale per diventare un “climate quitter”?

È stata una scelta progressiva più che un salto improvviso. Lavorando con clienti da tutto il mondo sulle loro priorità strategiche, ho capito i limiti del sistema attuale rispetto alle sfide climatiche. A un certo punto è diventato naturale voler contribuire nel modo più diretto alla soluzione, invece che osservare il problema.

Spesso le aziende faticano a integrare davvero la sostenibilità nei processi decisionali: qual è l’errore più comune che osservi?

Il più comune è trattare la sostenibilità come un tema di comunicazione o compliance, invece che come una leva strategica. Quando non se ne comprende il potenziale economico positivo — in termini di vantaggi su ricavi, costi più efficienti, brand più forti e recruitment più stabile — si perde un’occasione. E cosi non si integrata la sostenibilità nel core del business: nelle decisioni di investimento, nella supply chain, nei prodotti. Ma ne siamo convinti: il futuro sarà verde o non sarà.

A proposito di futuro, qual è la tua ambizione per illuminem e quale impatto concreto vorresti aver contribuito a generare nei prossimi dieci anni?

L’ambizione è chiara: diventare il punto di riferimento globale per dati e informazioni sulla sostenibilità, il “Bloomberg della sostenibilità”. In termini di impatto, vorrei che illuminem contribuisse a rendere la sostenibilità una scelta logica e conveniente per tutte le aziende. Se riusciremo a migliorare anche solo una parte delle decisioni economiche globali, l’impatto sarà enorme.

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