Amerigo Verardi è uno di quegli artisti che hanno attraversato la musica italiana senza mai cercare scorciatoie, costruendo nel tempo un percorso personale che sfugge alle definizioni facili e invita all’ascolto.
In un tempo in cui tutto sembra andare veloce, la musica di Amerigo Verardi continua a muoversi in una direzione ostinata e controcorrente, fatta di stratificazioni.
Il “ragazzo magico” della musica italiana torna live a Firenze venerdì 10 aprile al Circolo Il Progresso in duo con Elius Inferno, “Canzoni da (ultima) spiaggia” è il concerto con cui presenta quarant’anni di carriera, offrendo una versione minimalista di alcune canzoni del suo vasto repertorio da solista e in gruppo (Lula, Allison Run, Lotus, Verardi/Ancona, Maverick Persona).
Il cantautore pugliese oscilla tra il pop inglese più deviante (Syd Barrett, Ray Davies, Julian Cope) e il cantautorato italiano classico più “rock-oriented” (Edoardo Bennato, Claudio Rocchi, Eugenio Finardi) in un originalissimo mix di linguaggi rock, pop, folk, world e psichedelici.
La nostra intervista ad Amerigo Verardi
Ciao Amerigo come hai iniziato a fare musica, quando è che hai preso in mano la chitarra?
Intorno ai dodici anni qualcosa del genere, ma in realtà prendere in mano la chitarra non è stata proprio la svolta della mia vita. La svolta della mia vita è stata quando a 4 anni mi hanno regalato un mangiadischi, dove per intendersi infilavi e ascoltavi i 45 giri. Da quel momento la musica è stato il gioco più bello che potessi fare, e in qualche modo lo è tutt’ora. Poi quando per la prima volta ho ascoltato i Rolling Stones ho deciso di suonare. Quello stato il momento in cui ho capito che ascoltare non mi bastava più, perché il fuoco era talmente forte che non poteva avere solamente questo tipo di contenitore, ma si doveva spostare in un altro piano.
La svolta della mia vita è stata quando a 4 anni mi hanno regalato un mangiadischi. Da quel momento la musica è stato il gioco più bello che potessi fare, e in qualche modo lo è tutt’ora
Ma è vero che sei stato lo “scopritore” dei Baustelle e dei Virginiana Miller?
Beh no, non stanno esattamente così le cose. Sicuramente per i Virginiana Miller non è vero, nel senso che io ho lavorato con loro a partire dal secondo album e poi ho prodotto il terzo, quindi assolutamente no. Per quanto riguarda i Baustelle diciamo che in realtà colui che ha tirato fuori il demotape dei Baustelle dal “calderone” è stato Paolo Bedini, che all’epoca aveva questa etichetta che si chiamava Baracca e Burattini. Me li ha proposti perché secondo lui erano molto bravi, li ho ascoltati, mi hanno fulminato e ho deciso assolutamente di collaborare con loro. Quindi diciamo che sono stato in qualche modo partecipe della loro emersione, quello sicuramente, perché ci credevo, ci credevamo molto e avevamo ragione evidentemente.
Tu sei un musicista che oscilla fra la sua carriera personale e il lavoro per e con altri musicisti, sia come autore che come produttore, come ci si divide fra queste due anime?
Sono due micro giochi differenti e fanno parte dello stesso macro gioco. Occuparsi delle proprie cose sicuramente ti predispone forse ad avere un coinvolgimento maggiore, e magari a volte anche un’obiettività invece inversamente proporzionale. Perché chiaramente quando sei troppo dentro le tue cose ti può sfuggire più di qualche particolare. Quando invece lavori per altri non hai le budella che si contorcono e questo ti consente di avere un occhio esterno, di essere più obiettivo e mantenere una “distanza di sicurezza” per tirare fuori il massimo, malgrado la passione. Io ho solo e sempre lavorato con artisti che mi piacevano molto, ho accettato di lavorare come produttore artistico solo a questa condizione: che facessero cose che mi piacevano veramente, che mi emozionavano e che mi stimolavano.
Hai fatto veramente di tutto come solista, in band e anche come produttore, c’è qualcosa che ti manca? Qualcuno con cui vorresti lavorare?
Non lo so, questo qualcuno per me potrebbe essere benissimo un musicista come anche un poeta, uno scrittore, un regista per cui magari fare la colonna sonora. David Lynch purtroppo non c’è più, però restando nel campo della fantasia mi piacerebbe sicuramente collaborare con lui, oppure con Brian Jones con un altro disco di musica marocchina, magari con l’elettronica. La scelta è davvero vasta, mi piacciono tante cose, tante persone. Però in realtà alla fine sono contento di quello che faccio e di quello che ho fatto, non si può fare tutto.
Hai una carriera veramente pluridecennale, negli ultimi anni la musica è cambiata tantissimo, è cambiato il modo di ascoltarla, di fruirla live, come vedi il panorama della musica in Italia? C’è qualcosa che non ti piace, o che vorresti cambiare se potessi con una bacchetta magica?
Sinceramente non cambierei niente, cioè se avessi la bacchetta magica non partirei col cambiare il mondo della musica, partirei col cambiare il mondo della politica, il modo con cui si distribuiscono le ricchezze in generale. Questo perché credo che il mondo della musica attualmente rispecchi in qualche modo quello che è anche il risultato di certe politiche sulla società. Molto grossolanamente ci sono sempre più poche persone ricche e sempre più tantissime persone che proprio non ce la fanno. Si sta assottigliando quella fascia di mezzo che invece prima ti garantiva un galleggiamento e anche una lotta per il miglioramento costante.
Non mi sono mai interessati grandi concerti, perché proprio non mi trasmettono nulla, non sono uno che si fa incantare dalle scenografie o dalle luci colorate. Non me n’è mai importato un fico secco, sono sempre andato a vedermi centinaia e centinaia di concerti in posti piccolissimi dove stavo davanti all’artista e potevo sentire il suo odore
Adesso invece c’è questa situazione stridente molto forte che assolutamente si rispecchia anche in campo artistico: o fai grandi numeri oppure proprio non ce la fai a vivere di musica. Non esiste più la fascia intermedia che prima era enorme ed era quella che io riconoscevo proprio come la vita, perché era quella che mi interessava di più. Non mi sono mai interessati grandi concerti, perché proprio non mi trasmettono nulla, non sono uno che si fa incantare dalle scenografie o dalle luci colorate. Non me n’è mai importato un fico secco, sono sempre andato a vedermi centinaia e centinaia di concerti in posti piccolissimi dove stavo davanti all’artista e potevo sentire il suo odore mentre suonava. Questo mi ha permesso anche di conoscere tantissime persone in giro e questo mi manca. Mi manca la regolarità con cui prima facevo questo tipo di esperienza e la facilità con cui entravo in contatto con le persone che andavano ai concerti e con i musicisti che suonavano. Questa per me è la fine della musica rock come la intendo io, senza questo aspetto non esiste quella musica lì.
Porterai a Firenze “Canzoni da (ultima) spiaggia”, un titolo un po’ ironico, cosa ci farai ascoltare?
Con Elius Inferno il chitarrista con cui vado in giro, in realtà decidiamo li per lì che scaletta fare, a seconda di come stiamo in quel momento. Però di sicuro quello che abbiamo in libreria sono una trentina di canzoni che ho scritto dal 1985 fino all’ultima che è stata pubblicata l’estate scorsa “Matteotti di nome”, che sicuramente faremo perché generalmente è un pezzo che suono sempre con grandissimo piacere.
Attualmente a cosa stai lavorando, dove ti sta portando la tua ricerca musicale?
La mia ricerca nell’ultimo anno in realtà mi ha portato da un’altra parte. Ho pubblicato un libro ottobre, In versi, che poi è una prosa, insomma è una roba mia. Ora ne sto scrivendo un altro e sono proprio molto dentro, quindi non sto lavorando in questo momento con la musica. Quando mi concentro su qualcosa non riesco a lavorare ad altre con lo stesso impegno perché mi prendono proprio tutte le energie. Ogni pensiero gravita intorno a questa cosa dalla mattina fino a notte, quindi è difficile far entrare qualcos’altro. Intanto devo finire questo libro assolutamente, è la mia ossessione, spero di concluderlo entro l’estate, una volta terminato questo lavoro vedremo.
Venerdì 10 aprile Circolo Arci Progresso
ingresso 15€ riservato soci arci
info e prenotazioni
assculturalelachute@gmail.com
339.8615225 333.7662434