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Dal battito preistorico all’avanguardia: Nicolas Remondino riscrive il linguaggio delle percussioni

Nicolas Remondino sarà in concerto domenica 24 maggio al PARC all’interno della rassegna Mixité di Toscana Produzione Musica, accompagnato per la prima volta da Any Other e Massimo Silverio

Il primo suono prodotto dall’essere umano è quello percussivo. Oggi grazie al coraggio di un musicista che non ha paura di spingersi oltre, quel suono primordiale e istintivo diventa qualcosa di completamente diverso.

Nicolas Remondino è un percussionista, compositore e sound artist italiano attivo nell’ambito della musica sperimentale contemporanea, porta il suono delle percussioni nel futuro.

Nato in Piemonte e formatosi tra Accademia Chigiana e Siena Jazz, ha sviluppato una poetica incentrata sul suono come materia viva: per lui il tamburo non è soltanto ritmo, ma corpo risonante, superficie da esplorare e strumento capace di evocare paesaggi sonori.

Fondatore del Dròlo Ensemble, Remondino ha collaborato con artisti provenienti da mondi musicali differenti, da Iosonouncane a Any Other.

Nel suo ultimo lavoro “Hìeratico” (pubblicato per OOH Sounds) il tamburo diventa strumento narrativo e rituale, in equilibrio tra sacralità, paesaggio sonoro e sperimentazione.

Con percussioni preparate, elettronica discreta e spoken word Nicolas Remondino costruisce una musica che sembra muoversi sul confine tra rito, materia e immaginazione.

Domenica 24 maggio Nicolas Remondino sarà al PARC all’interno della rassegna Mixité di Toscana Produzione Musica. 

Nicolas Remondino

Ecco la nostra intervista a Nicolas Remondino

Ciao Nicolas, hai iniziato i tuoi studi come batterista jazz e poi sei diventato un batterista che si definisce aumentato, espanso, un musicista che ha deciso di spingersi oltre. Com’è avvenuto questo percorso?

Sì, ho studiato sia al Siena Jazz, ma anche alla Chigiana, che è un’altra accademia, un altro polo della città. Sono state entrambe molto importanti, anche per gli incontri che ci sono stati, persone con cui ho fatto molti progetti. Quindi al di là degli studi accademici, ho fatto tanta ricerca sulla materia dell’improvvisazione, che appunto partiva da qualcosa di più legato al jazz e però poi è andata, per un mio forte interesse, verso altri linguaggi, verso qualcosa di più contemporaneo. Da lì poi c’è stata una grande espansione fuori dalle scuole, suonando tanto e ricercando. È stato molto importante per me trovare una via, contaminarmi tanto, cercare sempre cose nuove e pian piano una strada. È un percorso che sento molto profondo.

A volte vedo un oggetto, anche qualcosa che non è uno strumento e mi pare già di sentire qualcosa, è una sensazione. E quando è così, quando c’è questa attrazione, è quasi sempre poi qualcosa che effettivamente mi risuona

Quindi, potremmo dire ti sei formato anche grazie all’ascolto degli altri

Assolutamente, sì, l’ascolto degli altri e anche un ascolto legato al suono in generale, che appunto ritrovo anche in questo ultimo periodo moltissimo. La mia ricerca si basa su suoni legati alla materia, alla natura, appunto alla pietra, al legno. Diciamo che il senso di percussione è, come dicevi te, qualcosa di espanso. Perché c’è una possibilità, forse più che per altri strumenti, di lavorare con la materia. A volte gli stimoli sono anche imprevedibili, no? Cioè, trovi un oggetto che è particolarmente evocativo, che ti suggerisce qualcosa, lo provi e dici, cavolo, è veramente un suono che non mi aspettavo! 

Fai tantissima ricerca anche per quanto riguarda gli strumenti che poi usi, per esempio questa percussione araba, il davul. Dove trovi questi strumenti? 

Un po’ mi faccio trovare (ride). A volte vedo un oggetto, anche qualcosa che non è uno strumento e mi pare già di sentire qualcosa, è una sensazione. E quando è così, quando c’è questa attrazione, è quasi sempre poi qualcosa che effettivamente mi risuona. Per quanto riguarda, ad esempio il davul o altri strumenti, è tutta una ricerca che sto facendo nell’ultimo periodo legata a strumenti o comunque percussioni che vengono da altre tradizioni, che non sono, diciamo, legati alla batteria, che è il mio strumento principale. Mi piace tanto l’idea di avere qualcosa di molto circoscritto a un solo tamburo, che ha tutto il mondo dentro. E quindi, quando suono quegli strumenti, quando riesco a studiarli, ad approcciarmi, sento che sono a se stanti, in un certo senso, che hanno nella loro semplicità già tantissimo.

Mentre parlavi, mi è venuto in mente il fatto che comunque la percussione è il primo strumento suonato dall’essere umano  

Certo, assolutamente, immagino che sia stato qualcosa di molto istintivo la nascita della percussione. Parlando della Preistoria, immagino che ci sarà stata quella stessa sorpresa che provo anche io nel trovare un suono. Mi chiedo cosa poteva essere scoprire dei suoni, usando magari una pietra o del legno, è qualcosa di molto antico, ancestrale, in un certo senso. Negli ultimi anni mi sono approcciato ai tamburi a cornice, che è effettivamente l’esempio più antico e anche più semplice di tamburo, è semplicemente una cornice, appunto, con una pelle sopra.

Forse non è cambiato molto da allora…

Forse dobbiamo tornare a qualcosa di quel tipo, riscoprire certi suoni.

Proprio ieri vedevo un video di un tuo live al Festival Angelica a Bologna e ti guardavo attentamente. Quando suoni sembri veramente essere in un altro mondo, cioè sei completamente staccato, in un certo senso, dalla realtà che ti circonda. Ho pensato che in questo senso sei “Hìeratico”, perché il tuo concerto è come una meditazione privata che diventa pubblica nel momento in cui la fai davanti agli ascoltatori

Il senso di meditazione o di “oltre” sicuramente è qualcosa che cerco e che trovo in modo molto naturale. La cosa bella che sto vedendo nei concerti è la connessione profonda che si crea tra le persone. Quindi da un certo punto di vista è privata, perché magari viene da una certa pratica che faccio in modo molto naturale, però appunto quando la apro a un ascolto collettivo, è qualcosa che risuona. Mi piace l’idea di ascolto collettivo, trovo che ci sia tanto anche nel gesto di ascoltare insieme.

Ho letto che ogni live sarà diverso, in un’intervista hai detto che porterai pietre, rocce, darai sassate sui tamburi, è vero?

È vero che porto pietre, perché sono proprio parte di quegli oggetti evocativi che dicevo prima. Però, appunto sono oggetti sonori che utilizzo, ovviamente “sassate” era una cosa un po’ simpatica, ma non sono sassate violente, è qualcosa di rispettoso.

A Firenze ci saranno anche Massimo Silverio e Any Other, come li hai coinvolti in questo progetto?

Loro fanno parte del corpo di ospiti che ci sono sul disco, che hanno un po’ ampliato con me l’aspetto testuale, sono tutte mie poesie. Adele per esempio ha usato un testo che ha tradotto in giapponese, è stata una mia richiesta perché immaginavo moltissimo quel suono lì. Stessa cosa per Massimo Silverio, che ha approcciato il mio testo con il friulano carnico, questa lingua minoritaria di cui, appunto, lui fa grande uso nella musica e nella vita. La parola è una parte molto, molto importante e profonda che sento nel disco, sempre legata a un’interiorità, a una meditazione.

Mi piaceva l’idea di coinvolgere voci diverse, lingue anche un po’ direi “imbastardite”. C’è anche l’inglese, però è stato utilizzato da questa artista formidabile che è Limpe Fuchs, che è tedesca e ha questo fortissimo accento tedesco. Mi interessa quando una lingua si mischia ad altri suoni, diventa un suono nuovo, è un tema legato al disco che volevo sviluppare. Nel primo mese del tour ho suonato dappertutto: in musei, in serre, in case, in club, veramente tutti luoghi diversi, e anche con ospiti diversi. A Firenze sarà la prima volta che riuscirò a suonare in trio con loro due, è una cosa che è molto preziosa, anche perché con loro ho veramente suonato tantissimo negli ultimi anni, è bellissimo adesso coinvolgerli in questa veste nuova.

Nicolas Remondino  – Hìeratico

 

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