È una voce che arriva dal Salento e attraversa il Mediterraneo, affondando le radici nella tradizione per spingersi verso territori sonori contemporanei.
Cantante, cantautrice e percussionista, Rachele Andrioli porta nella sua musica il respiro di una terra di confine, il Capo di Leuca, punto estremo e insieme luogo di incontro tra culture, linguaggi e memorie.
Sul palco fin da giovanissima, Andrioli ha costruito negli anni un percorso che attraversa world music, jazz e musica classica, collaborando anche con artisti internazionali come Arto Lindsay, Piers Faccini, Baba Sissoko e Roopa Mahadevan. Nel 2022 è arrivato il suo primo album solista, Leuca, un lavoro di ricerca e di contaminazione che le è valso il Premio Nazionale Città di Loano.
La sua cifra musicale nasce dal repertorio popolare pugliese, rielaborato attraverso un uso della voce profondamente personale e tecniche innovative, fino a creare una sintesi originale tra memoria e contemporaneità. Le sue canzoni diventano così una sorta di rituale ancestrale, un viaggio sonoro che parte dal finibus terrae salentino per aprirsi al mondo.
Ma la voce di Rachele Andrioli è anche uno strumento di relazione e comunità. Ne è testimonianza Coro a Coro, il progetto corale da lei ideato che riunisce donne di età e provenienze diverse in un laboratorio polifonico capace di intrecciare musica, genere e multiculturalità.
Il 19 settembre Rachele Andrioli sarà in concerto al Museo Novecento di Firenze nell’ambito di Fabbrica Europa. Un’occasione per entrare nel suo universo musicale e per parlare di tradizione e innovazione, di voce e memoria, di Salento e Mediterraneo, ma anche della forza della musica quando diventa esperienza condivisa.
Ecco la nostra intervista a Rachele Andrioli
Com’è stato il tuo primo approccio alla musica?
Vorrei trovare una storia interessante, ma in realtà non ho un aneddoto particolare. I miei genitori canticchiavano sempre. Io sono la sorella più piccola di tre sorelle e le mie sorelle in casa cantavano sempre, è sempre stata una cosa che mi piaceva, un’attività ludica. Poi una volta ho incontrato il tamburo e mi ha affascinata molto, cioè mi affascinava molto la dimensione di questo cerchio con i sonagli. Dico sempre che non so mai se è nata prima la voce o prima il tamburo, perché sono state due cose che per me sono andate sempre insieme. Quando ero piccola ero una di quelle bambine a cui quando chiedi cosa vogliono fare da grande, risponde la cantante. Solo che, insomma, poi l’ho fatto veramente.
credo che nella musica ci sia qualcosa che nemmeno io conosco, e che si rivela solo attraverso questo canale
Quando hai capito che era proprio la tua vita, il tuo lavoro?
Molto presto, in realtà, sono entrata in un gruppo che all’epoca era davvero un punto di riferimento per la musica mediterranea e tradizionale salentina: Officina Zoè. Avevo 14 anni quando sono entrata in questa formazione e sono stata subito catapultata in un mondo di pratica del canto sui palchi e nei festival, che era diciamo la cosa più spaventosa, che ti teneva sempre un po’ su l’adrenalina. Quindi questa sensazione lavorativa, quando ero piccola, era proprio legata a questo. Dovevo salire su un palco con un pubblico davanti, che era una cosa assai particolare a quell’età. Quindi subito una dimensione performativa.
Nella tua musica si specchia tutto il Mediterraneo, quindi non solo la Puglia, ma anche tante altre tradizioni. Come hai conosciuto queste altre musiche?
Il primo motivo è sicuramente il fatto che fin da piccola sono partita più volte per tanti, tanti viaggi, insieme all’Officina Zoé. Ero sempre in festival di musiche dal mondo, quindi sono stata veramente a contatto con musiche straordinarie, musicisti straordinari già da quando ero piccolina e questo mi ha assolutamente influenzato. Però c’è anche un altro motivo. Mi piace sempre dire che mi sono sempre sentita un’isolana, perché sono cresciuta a Capo di Leuca e lì ovunque ti giri c’è il mare, insomma, la terra lì è finita. Anche restando ferma sono stata attraversata da una serie di cose. Il vento cambia molto presto, credo che a chi vive davanti al mare questa cosa possa risuonare. Il vento cambia proprio in fretta, arriva il temporale e nemmeno te ne accorgi, subito dopo c’è il sole, questo credo che possa forgiare proprio il carattere di una persona.
Qui spesso piove e ogni volta che piove, le nostre auto sono marroncine, perché quello è il deserto del Sahara. E’ da quando sono piccola che penso che è incredibile questa cosa, io devo andare a lavare la macchina, perché è piena del deserto del Sahara. Questo credo sia veramente una delle particolarità di vivere nel Sud Italia, perché sei, anche senza muoverti, esposto a una serie di culture. Anche musicalmente le senti, perché nei nostri canti tradizionali, anche se ora si è persa questa meraviglia della microtonalità, in realtà prima c’era. Quando io ero piccola e sentivo cantare la musica popolare, c’era proprio quella microtonalità un po’ araba, che adesso è andata perduta, ma inevitabilmente prima l’ascoltavi dalla nonna, dalla zia.

Sei appunto partita Capo di Leuca, però sei arrivata fino al Tiny Desk, un format prestigiosissimo, a cui anche Thom Yorke ha partecipato
Ho avuto questa grandissima fortuna e allo stesso tempo questa grandissima sfiga, perché ovviamente era il 2020, quindi a causa del Covid non sono andata a New York, ma l’ho fatto da casa. Quindi ho fatto l’esperienza a pieno titolo, perché sono stata invitata, è stato un onore incredibile. Per girare quel video non ti dico che cosa ho dovuto fare, perché era proprio un momento molto particolare, e quindi ho dovuto chiedere un sacco di permessi. Quindi sì, ho avuto questa grandissima fortuna e un po’ la sfortuna di non essere andata realmente a New York per fare il Tiny Desk. Poi a New York ci sono andata a suonare più volte, però ecco questa occasione era una di quelle cose che veramente sogni nella vita.
Tu sei anche l’ideatrice di un bellissimo progetto “Coro a Coro” un bell’esempio di come con la musica a volte si riesce ad andare oltre la musica
Sì, in effetti è proprio così, ce lo diciamo spesso all’interno di “Coro a Coro”, che la musica poi è uno strumento, non è l’obiettivo, non è la fine. Come posso dire, questo Coro a Coro è nato nel 2019, ma in realtà non è un coro, è una comunità di persone che scelgono di incontrarsi e di conoscersi, di creare connessioni attraverso il canto. E’ stato pensato come laboratorio per donne che amano cantare, poi si è trasformato piano piano negli anni, proprio grazie alla volontà di tutte noi, ed è diventata un’associazione di promozione sociale. Alcune di noi fanno dei concerti, ma fondamentalmente tutta questa rete di donne si occupa principalmente di parità di genere, ovviamente, di sostenibilità ambientale e chiaramente della multiculturalità, della pace tra i popoli. Abbiamo questo slogan: nasciamo per dare voce a chi voce non ha, cerchiamo di seminare qualcosa. Cerchiamo di dare un’utilità, non solo all’atto del canto insieme, che ci unisce, che ci connette, anche proprio al fatto che se stiamo insieme possiamo fare qualcosa, che da soli non possiamo fare.
Ti faccio una domanda un po’ personale, quando ti guardo e ti ascolto cantare, mi trasmetti veramente una grandissima emozione, e mi sono chiesta: cosa senti tu quando canti, dove vai con la mente?
Ma che domande mi fai? Non lo so giuro! Aiuto! Anzi, io ti ringrazio, perché poi prenderò lo spunto da queste tue domande, per rifletterci un po’ su. Io credo che ci sia qualcosa che nemmeno io conosco, e che si rivela solo attraverso questo canale, non ce ne sono altri, purtroppo. Nella vita quotidiana sono una scatenata, faccio tante cose, mi manifesto sempre molto pronta, molto sveglia, poi fondamentalmente è sempre solo un modo per ammortizzare una grande timidezza, veramente, una tristezza un po’ velata. Quando canto è come se ci fosse un canale che mi dà l’idea che per tutti e tutte noi c’è veramente un senso, un senso del tutto, del nulla, non si sa, però questa dualità di tutto, nulla, buio, luce, mare, terra, in qualche modo trova un attimo di riposo, un attimo di pace, quindi questo sento.
Cosa ci farai sentire a Firenze?
Di solito porto in giro da sola uno spettacolo che si chiama Leuca, che poi è il nome del mio album. Io di solito utilizzo dell’elettronica, una roba un po’ di sostegno, di conforto, dico io, perché quando sei solo è veramente difficile, perché purtroppo non puoi suonare due strumenti contemporaneamente e cantare, e quindi uso l’elettronica per confortarmi. In questa situazione, trattandosi di una cosa acustica all’interno del Museo Novecento, sto cercando di dare un senso, visto che stiamo parlando di senso, anche alla circolarità della mia musica. Ovvero quello che mi dava quando io ero in una stanza da sola, cioè qualcosa che dava piacere a me, che mi faceva sentire bene, solo perché avevo un tamburo in mano e cantavo. Sto cercando di ricreare questa idea e di portarmela un po’ in giro, è complicata perché è chiaro che tenere su un concerto senza l’elettronica e senza amplificazione non è facile, ma mi piace questa idea di essere un po’ spogliata di tutto.
Ma avrai il tamburello con te?
Certo! Beh, per forza! Ovvio che sì. Avrò un tamburo con me e avrò un ukulele baritono, che uso solo per accompagnarmi. E’ chiaro che rispetto a quello che mi restituisce poi il pubblico e quello che io restituisco al pubblico, decideremo cosa fare insieme.