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Coronavirus, Pregliasco: ‘Fase 2, esperimento dal vivo. Evitare contatti’

Con Fabrizio Pregliasco – virologo e presidente di Anpas – abbiamo parlato di prospettive, rischi, prevenzione, scuola, fake news e perfino turismo. Siamo davvero tutti ‘malati’?

Il virologo Fabrizio Pregliasco

La fase 2 è ormai iniziata. Ma cosa ci aspetta davvero? Dopo lunghe settimane d’isolamento cambiano le regole (solo alcune), ma le precauzioni sono ora più importanti che mai. Di prevenzione, analisi dei dati, corretti comportamenti e prospettive abbiamo parlato col virologo Fabrizio Pregliasco, che oltre a insegnare alla facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Milano è anche presidente nazionale di Anpas (Associazione nazionale pubbliche assistenze), che in Toscana conta 163 sedi e oltre 35mila volontari.

Fabrizio Pregliasco Anpas coronavirus 02

Pregliasco, cosa dobbiamo aspettarci dalla fase 2?
«Innanzitutto la definirei la fase uno e mezzo…».

Perché?
«È una fase di apertura, certo. Siamo tutti uguali al punto di partenza. Ma esiste la necessità di capire a poco a poco cosa accade a seguito di queste aperture. Sarà necessario analizzare e valutare le conseguenze».

Il secondo picco dell’influenza spagnola fu più devastante del primo.
«In quel caso, tra il primo e il secondo picco, non fu fatto niente».

Quali rischi corriamo?
«I focolai ci saranno. Ma ci sono due elementi chiave da rispettare affinché siano “solo” focolai».

Il primo?
«Che ci sia continuità di attenzione da parte di ognuno di noi. Mi riferisco alla vita quotidiana e lavorativa e al rispetto del distanziamento sociale».

E il secondo?
«La capacità dei territori e del servizio sanitario regionale d’individuare i casi che si presenteranno».

Quindi dobbiamo aspettarci nuovi casi.
«Noi diamo per certo che ci saranno. Semmai dovremo riuscire a beccarli tutti, isolando e individuando i casi sospetti. Questa è la scommessa».

Ritiene che i decreti fin qui adottati siano sufficienti a gestire la transizione?
«Sì. Ora dobbiamo valutare alcuni aspetti operativi conseguenti».

Nella definizione delle misure quanto hanno condizionato le implicazioni sociali ed economiche?
«Sicuramente si è tenuto conto del valore del Pil. Scegliere prioritariamente gli aspetti più rilevanti e strategici è brutale, lo so, ma anche ragionevole. Poi era necessario tenere conto anche di aspetti organizzativi e concreti».

Ad esempio?
«Penso a parrucchieri e barbieri. In quel contesto ci sono alti livelli di pericolosità perché occorre stare vicini. I capelli non si possono certo tagliare a distanza».

E il turismo?
«È l’elemento più drammatico. Per consentire una mobilità interregionale si pensa sia necessario un R0 di 0,2. Ora il numero di riproduzione di base è 0,7».

Quindi siamo ancora lontani. Al di là della differenza tra attività motoria e sportiva, ci sono provvedimenti regionali che sull’attività fisica contrastano coi decreti governativi…
«Tutto è legato alla consequenzialità dei contatti. Ogni scelta dovrebbe essere destinata a contenere il rischio d’aggregazione. Difficile gestire controlli e attività operative per verificare che le persone che frequenti sono familiari conviventi».

La prima raccomandazione, quindi, è sempre la stessa: buon senso.
«Esatto. È per quello che questo periodo è da interpretare come la fase uno e mezzo, perché è un esperimento dal vivo. Il concetto guida è sempre lo stesso: meno contatti ci sono meglio è. Lo stesso ragionamento vale anche per la scuola».

Riaprire comporterebbe un rischio reale?
«Il rischio scolastico, in sé, è piuttosto basso. Ma attorno a quel mondo gravitano operatori, professori, tecnici. A volte sono persone anziane».

Alcuni sindaci stanno studiano soluzioni per una parziale riapertura. Resta una cosa da sconsigliare?
«Al momento sì, anche se dovremo pensare a qualcosa per l’estate. Cosa faranno i bambini quando tutti torneranno a lavorare? Pochi giorni fa sono stato intervistato da una giornalista. Mentre parlavamo suo figlio suonava il flauto. Situazioni simili sono molto frequenti, di questi tempi».

Parlare di vacanze, di mare e di montagna è ancora prematuro?
«Sì, almeno in questa fase. Bisogna lavorare molto bene affinché questa possibilità possa esistere. Occorre analizzare i fatti e agire di conseguenza».

Lavorare bene significa anche prevenire. Mascherine, guanti e distanziamento sociale sono la soluzione?
«Sono i comportamenti adeguati. Però dev’esserci un uso corretto. La mascherina, ad esempio, rischia di abbassare il livello di sicurezza».

In che modo?
«Le persone che indossano la mascherina tendono a ridurre le distanze. E questo è sbagliato».

Resta valida la funzione protettiva.
«Esatto. Anche se hanno un valore relativo dal punto di vista individuale nei confronti degli altri, mentre sono efficacissime nel proteggere gli altri da noi. All’inizio abbiamo detto che la mascherina serviva al soggetto malato…».

E invece?
«Il paradigma è lo stesso. Ma con un’ampia diffusione dovremmo considerarci tutti malati. Quindi tutti dobbiamo usare le mascherine».

Qualcuno sostiene che il virus si sia indebolito. Vero o falso?
«È una fake news. Il virus non è cambiato. C’è addirittura chi parla di due ceppi: uno lombardo e l’altro del centro-sud. Ma i dati raccontano un’altra storia. Si tratta di una diversificazione rispetto ai contesti in cui si vive. occorre pensare che presumibilmente in Lombardia c’erano già alcune migliaia di casi a partire da fine gennaio, nel periodo pre-epidemico. Un iceberg che poi si è manifestato successivamente, tutto insieme. Di fatto l’epidemia è iniziata prima».

Ha parlato di dati. Sembra siano sempre stati di difficile interpretazione.
«I dati iniziali erano labili. Il problema dell’interpretazione è conseguente all’aggregazione che deriva da giorni periodi diversi e da sintomatologie differenti. All’inizio, ad esempio, erano sottostimati. Del resto tutti i sistemi di notifica sottostimano. Probabilmente i casi erano dieci volte tanto».

Il nuovo trend?
«CI troviamo di fronte a un paradosso: ora che li esaminiamo con più precisione, non sembrano abbassarsi così tanto come ci si poteva immaginare. Con le prime indagini epidemiologiche stiamo però scoprendo che più del dieci per cento della popolazione è positiva».

È cambiata anche la narrazione dei dati. Cos’è cambiato rispetto alle prime settimane?
«Come ho detto, hanno bisogno di essere interpretati. Semmai gli unici dati oggettivi sono altri».

Quali?
«Il numero dei morti, dei ricoverati e dei soggetti in terapia intensiva. Sono i dati più concreti. Il numero dei positivi rappresenta invece la cifra più variabile».

E le altre patologie? Sono in calo?
«No. Eravamo abituati a un sovrautilizzo delle risorse sanitarie, a cominciare dal pronto soccorso, cui ci rivolgevamo anche per cose banali. Ora le ambulanze partono solo per codici rossi. Le persone non hanno voglia di andare in ospedale se non stanno male davvero. Il problema è che vedremo di tutto questo più avanti».

Cambierà anche la cultura sanitaria e la percezione della nostra salute?
«Forse nel medio periodo, ma poi ci dimenticheremo di tutto. Troppo spesso siamo vittime della perdita del ricordo».

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