Diari toscani: la 'follia' dei bambini di Anita Fantozzi Biaia

La storia della piccola sarta toscana che fondò in Francia una casa famiglia per bambini disagiati

Anita Fantozzi nasce in un paese nei pressi di Nîmes, in Francia, nel 1909, da genitori toscani. La madre, nata a Fucecchio in una famiglia poverissima, era partita a undici anni al seguito di alcuni emigranti del paese: per l’occasione aveva indossato il suo primo paio di scarpe. In Francia s’era impiegata dapprima come cameriera; quindi, in una macelleria. Anche il padre di Anita, originario di un borgo nei pressi di Vinci, era partito ancora minorenne per fare il contadino oltralpe.Il loro è un matrimonio tra oriundi che conosce il dramma nel 1918, quando il papà di Anita, sopravvissuto al fronte durante la prima guerra mondiale, muore nel bombardamento di una fabbrica torinese cui era stato assegnato nell’attesa del congedo definitivo.
Anita nel frattempo era stata affidata alle suore del vicino orfanotrofio: non riuscendo a mantenere tutti e tre i figli, la madre aveva preferito tenere con sé solo la piccola Marinette e il maggiore, Dante, che già lavorava. Quando, qualche anno dopo, Anita torna a casa, è subito avviata al mestiere di sarta: può decidere ben poco, perché dopo la morte del padre è il fratello Dante a tenere dispoticamente le redini della famiglia.
Secondo la morale del tempo non vi è che un modo per affrancarsi da un capofamiglia: sceglierne un altro, ovvero sposarsi e sperare di guadagnare libertà nel cambio. È quello che fa anche Anita, ma senza fortuna: il matrimonio con Auguste, un pastore metodista, le porta solo frustrazioni e infelicità. Così avverrà anche con Ernst, il secondo marito, e con altri uomini incontrati nel tempo. Solo l’unione con un altro oriundo italiano, Pierre Biaia, regalerà ad Anita un rapporto alla pari durato quarant’anni, fino alla morte di lui.
Oltre agli amori privati, a segnare la sua vita è da un lato la passione politica, scoperta con la Resistenza e, dopo la guerra, continuata con l’adesione al PCF; dall’altro, l’assistenza all’infanzia abusata e abbandonata. Con la guida del mentore Alexis Danan, giornalista animatore di molteplici iniziative a favore dei bambini disagiati, Anita fonda una casa famiglia che terrà aperta finché, dopo quindici anni, l’ente statale preposto al medesimo scopo non le renderà impossibile continuare. Quindi, adotta personalmente i quattro bambini ancora ospitati nella struttura, e si sposta con Pierre a Golfe- Juan, in Costa Azzurra. Tra il lavoro di sarta di lei, quello di operaio di lui, la crescita dei “figli” e molti viaggi nel mezzo – soprattutto in Cina – la famiglia sui generis di Anita vive finalmente una felicità vera.
Queste e molte altre cose racconta, a quasi ottant’anni, Anita Fantozzi Biaia nel suo “Le chemin de ma vie”, tradotto in italiano da due giovani amiche dell’autrice, e pervenuto nel 2016 all’Archivio dei Diari di Pieve Santo Stefano.

Marsiglia, Francia, 1936, Anita conduce una vita serena: lavora come sarta e vive in un bell’appartamento con la sorella minore. Un giorno legge su “Paris-Soir” l’articolo che le cambierà la vita.

E poi, il giorno in cui lessi su “Paris-soir”, un giornale parigino che giungeva a Nîmes nel pomeriggio, un reportage di Alexis Danan sull’infanzia sfortunata e abbandonata, la mia vita svoltò. Avevo già letto su questo giornale un altro suo reportage, riguardante una campagna per la soppressione dei lavori forzati. A seguito della risonanza ottenuta, i lavori forzati furono effettivamente soppressi. Ora, con questa nuova campagna di informazione, furono create con l’aiuto di Alexis Danan e dalla stampa dei comitati di vigilanza e di azione per l’infanzia sfortunata. Abusata ed abbandonata. Fui molto colpita e gli scrissi, volevo infatti partecipare alla creazione dei comitati di sorveglianza. D’altra parte, l’appello era rivolto a tutti i volontari che volessero scoprire e denunciare le brutalità fisiche e morali nei confronti dei bambini. Danan mi chiese di incontrarlo a Marsiglia, dove doveva fare una serie di conferenze e dove già c’erano dei comitati di vigilanza. Parlai di questo a coloro che conoscevo, senza però trovare riscontro. A Nîmes c’era solo la stampa locale e regionale, e la stampa parigina non era molto letta. A casa mia poi, “Pari-soir” era del tutto sconosciuto. Quando dissi che sarei partita alla volta di Marsiglia per incontrarmi con un giornalista parigino, si levò un coro generale di protesta. Mio fratello mi prese da parte e serio mi disse: “Ma dimmi, sai cos’è la tratta delle bianche e che esiste proprio a Marsiglia?“. Non ascoltai niente e nessuno e alla data prevista partii per incontrare Danan in un albergo in piena Canebière, dove mi aveva prenotato una camera. Assistetti alle sue conferenze molto affollate. Vennero formati due comitati. L’entusiasmo veniva temperato dallo stesso Danan che era calmo, riflessivo, razionale e molto serio come giornalista. Non avevo mai incontrato un giornalista e anzi mi avevano detto di diffidare di questa testata perché esagerava nel presentare i fatti di cronaca. A dirla in breve era proprio il contrario e questo incontro, gli argomenti trattati, gli scopi da raggiungere, trovavano in me una grande condivisione e dettero un senso nuovo alla mia vita. Tra una conferenza e l’altra facevamo delle lunghe chiacchierate. Io parlavo della mia vita, dei miei amori, delle mie insoddisfazioni e un giorno Danan mi disse: “Ma allora cosa fa a Nîmes a cucire abiti? Ha voglia di diventare ricca?“. “Assolutamente no“. “Allora venga a Parigi. Io sono stracarico di impegni con i miei reportages, con la posta che arriva di continuo, con le offerte di ogni tipo come denaro, case e proprietà. In Alsazia, una madre offre una casa e i mezzi per accogliere una decina di bambini. Ci occorrono madri e case perché stanno arrivando dei bambini. I tribunali si muovono, i giudici agiscono e i bambini devono essere accolti subito, poiché vogliamo evitare loro la Pubblica Assistenza. Venga, venga presto a Parigi, c’è una gran mole di lavoro“. Ritornai a Nîmes dopo otto giorni, invece dei due come preventivato. A casa mia si erano preoccupati, non essendoci telefono per avvisare ed io in più con la testa ero già lontana. Appena rientrata, lasciai le mie clienti, la sartoria e gli abiti e mi preparai a raggiungere Danan. Parlai con i miei amici più intimi che si mostrarono d’accordo con me. […]
Nella mia famiglia fu più difficile. Mia madre, influenzata da mio fratello, era nello stesso tempo fiera e dubbiosa. Mio fratello mi diceva: “Ma in fondo, cos’è questa follia dei bambini? Hai quattro nipoti, non ti basta?”. “Io amo i tuoi figli, ma essi hanno tutto ciò che occorre l’ora: una mamma straordinaria. Non hanno bisogno di me!”.

Brano tratto da “Italiani all’estero. I diari raccontano” un progetto realizzato con il contributo della Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Un progetto di Nicola Maranesi per l’Archivio diaristico nazionale. Consulenza editoriale di Pier Vittorio Buffa. Ricerca d’archivio e redazione testi: Laura Ferro e Nicola Maranesi. Ricerca iconografica e organizzazione delle fonti documentali: Antonella Brandizzi. Fotografie di Luigi Burroni.

Per informazioni:
https://www.idiariraccontano.org/

 

 

 

 

08/08/2019