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Andrej Tarkovskij, un ricordo del grande regista russo, esule a Firenze, nel 90esimo dalla nascita

Censurato in patria, Andrej Tarkovskij negli anni ’80 era diventato cittadino onorario della città di Firenze. Oggi le sue opere, i suoi ricordi, le foto, i filmati, rivivono nella Fondazione fiorentina portata avanti dal figlio Andrej Andreevič Tarkovskij.

Film “solaris” di Andrej Tarkovskij

Il 4 aprile 1932 nasceva in una piccola località russa sulle rive del Volga il regista Andrej Tarkovskij. Uno dei più acclamati cineasti al mondo, con una cinematografia con pochissimi titoli, soltanto sette, ma che costituiscono ognuno una pietra miliare della cinematografia mondiale. Figlio del poeta Arsenij Aleksandrovic Tarkowskij e dell’impiegata Ivanovna Visnjakova Tarkovsaja, Andrej, dopo un’infanzia travagliata, che lo aveva visto crescere senza il padre dall’età di tre anni e legarsi in un rapporto simbiotico con la madre, donna profondamente religiosa – dalla quale aveva ereditato la passione per il misticismo e la spiritualità – il regista aveva percorso la strada battuta da molti suoi colleghi, con la formazione nel prestigioso istituto VGIK e la produzione dei suoi primi film.

Ma l’estetica originale, spirituale, fuori dagli schemi di Andrej Tarkovskij era ben presto emersa e via via che la sua carriera proseguiva era chiaro che il regime stalinista lo osteggiasse sempre di più, ponendogli limiti, difficoltà, arrivando a distribuire poco e male le sue opere e ad impedirgli di realizzarne di nuove. Nel 1979, in seguito al suo secondo  viaggio in Italia, dove era arrivato per realizzare alcuni documentari per la Rai, aveva deciso di non fare più ritorno in patria. Dopo varie vicissitudini, l’appoggio di intellettuali italiani e europei, Andrej Tarkovskij aveva trovato proprio a Firenze una sua residenza, in via San Niccolò, donata dal Comune, dove oggi ha sede la Fondazione a lui dedicata a portata avanti dal figlio, Andrej Andreevič. Un periodo segnato in modo indelebile dalla realizzazione in Toscana, a Bagno Vignoni e in Val d’Orcia, del film Nostalghia. E poi il peregrinare negli Stati Uniti, in Francia, a Parigi, dove purtroppo una malattia, sul finire del 1986 lo aveva portato via.

La sua filmografia era inizata con L’infanzia di Ivan, del 1962, prima opera che era stata premiata con il Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia, ex aequo con Cronaca familiare, di Valerio Zurlini. Ambientato durante la Seconda guerra mondiale, il film racconta la storia del 12enne Ivan e della sua infanzia rubata a causa del conflitto, dove si alternano un crudo realismo e le digressioni oniriche. Un film che aveva diviso la critica e del quale aveva preso le difese lo scrittore e filosofo francese Jean-Paul Sartre, che aveva scritto sul quotidiano l’Unità: “In un certo senso, io penso che il giovane regista abbia voluto parlare di sé e della sua generazione. Non di coloro che sono morti, ma, al contrario, di coloro la cui infanzia è stata spezzata dalla guerra e dalle sue conseguenze”. La seconda opera, Andrej Rublëv, del 1966, incentrata sulla vita di Andrej Rublëv, noto pittore di icone russo del XV secolo, era stata uno spunto narrativo per affrontare i temi della libertà di espressione e della fede, che lo avevano posto in contrasto con le autorità sovietiche del tempo. Nel 1972 aveva realizzato Solaris, altro caposaldo della storia del cinema, tratto dall’omonimo romanzo di fantascienza del polacco Stanisław Lem, vincitore al Festival di Cannes del  Grand Prix Speciale della giuria. Il film, che racconta di un viaggio nello spazio, è una metafora dell’indagine nel subconscio umano, con suggestive e lunghe inquadrature, tempi dilatati, ritmo iponotico. Il film era stato banalmente etichettato come la risposta sovietica al film 2001: Odissea nella spazio di Kubrick, ma era in realtà molto più di questo.  Nel 1975 era stata la volta de Lo specchio, il più intimo e personale del regista russo. Qui presente, passato, i sogni,  si mescolano, come a ricreare la frammentarietà della memoria. La pellicola allontanava sempre di più il regista dall’estetica imperante nel suo paese. Sempre più onirico e spirituale è il film Stalker, del 1979, liberamente tratto dal romanzo di fantascienza dei fratelli Strugackij, Picnic sul ciglio della strada: presentato al Festival di Cannes, si tratta dell’ultimo film di Tarkovskij girato nell’Urss, prima del trasferimento in Italia. Il primo film girato in Italia, precisamente in Toscana era stato, nel 1983, Nostalghia, che racconta, non a caso, la storia di un intellettuale russo che, mentre si trova in Italia per scrivere la biografia di un musicista del XVIII secolo, si immerge in una struggente nostalgia per la madrepatria. La pellicola era stata scritta con Tonino Guerra e si avvaleva della splendida fotografia di Giuseppe Lanci. Sacrificio, del 1986 era stata la sua ultima opera, vincitrice di 4 premi (tra cui il Grand Prix Speciale della giuria) ma non la Palma d’oro (cosa che fece gridare allo scandalo la critica internazionale). Nel film, il vecchio letterato Alexander, pur di scongiurare una guerra nucleare fa un giuramento: se il mondo si fosse salvato, avrebbe rinunciato a tutti i suoi averi. E così avviene: il mondo è salvo, il protagonista si sveglia in un giorno nel quale la guerra nucleare non è scoppiata, ma adesso vive in un profondo isolamento e straniamento. Una metafora forte su ciò a cui siamo disposti a rinunciare per salvare il pianeta. Il film si conclude con una dedica al figlio, “con speranza e fiducia”. La notte tra il 28 e il 29 dicembre del 1986, a 54 anni, Andrej Tarkowskij nuore in una clinica di Parigi.

Il 4 aprile 2022, a novant’anni dalla scomparsa, Le Gallerie degli Uffizi  hanno dedicato al grande regista una cerimonia in sua memoria: Per guardare il video clicca qui.

 

 

 

 

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