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Dimartino in concerto a Firenze con il suo disco più intimo: “Come esseri umani abbiamo la capacità di straripare”

Il cantautore palermitano ci racconta il suo ultimo disco “L’improbabile piena dell’Oreto”. Giovedì 14 maggio alla Sala Vanni di Firenze doppio live a cura di Musicus Concentus, alle 19 (ancora posti liberi) e alle 21.15 (sold out)

Dimartino

Dimartino torna all’essenziale nel suo nuovo percorso solista. Dopo gli anni condivisi con Colapesce, il trionfo al Festival di Sanremo, i palchi affollati e il successo popolare di Musica leggerissima, il cantautore palermitano sceglie di ripartire dalla forma più pura della canzone: voce, chitarra e silenzio.

Giovedì 14 maggio approderà alla Sala Vanni per un doppio concerto a cura di Musicus Concentus (il secondo già sold out) che accompagnerà l’uscita de “L’improbabile piena dell’Oreto”, il suo nuovo album.

Un disco attraversato dall’acqua, dai fiumi e dalle trasformazioni interiori, che segna il ritorno di Dimartino a una scrittura profondamente personale.

Dimartino tornerà in concerto in Toscana il 1° agosto a Marina di Carrara alla Rotonda Paradiso e il 2 settembre al Liberi Tutti Festival di Sesto Fiorentino.

Lo abbiamo incontrato per parlare di questo nuovo capitolo artistico, del bisogno di fragilità nella musica e di un live pensato come uno spazio di ascolto ravvicinato, quasi raccolto fuori dal tempo.

Dimartino

Ecco la nostra intervista a Dimartino

Ciao Antonio! Sono stati anni intensi quelli passati insieme a Colapesce, anni che hanno cambiato le vostre vite personali e professionali, anche perché dopo Sanremo con Musica Leggerissima avete raggiunto un pubblico diverso rispetto a quello che avevate prima, più “popolare”. Cosa ti porti dietro di questa esperienza?

In realtà diciamo che non è proprio una separazione, nel senso che Lorenzo e io ci sentiamo tutti i giorni, siamo comunque grandissimi amici e abbiamo dei progetti che teniamo sempre in piedi. Però sai scrivere dischi, colonne sonore per film richiede sempre tempo, quindi sono cose a cui pensiamo adesso e magari hanno una scadenza molto lunga. Mi porto dietro sicuramente il fatto di avere attraversato mondi musicali, ambienti che non avrei mai immaginato di frequentare. Ho fatto tantissime esperienze nuove che non sempre un musicista riesce nella propria carriera a fare, non solo Sanremo ma anche tanti palchi importanti. Quindi c’è tanta gratitudine nei confronti di questo progetto e ti posso dire che in realtà come non aveva un inizio non avrà neanche una fine.

Questo è forse il senso del momento storico che stiamo vivendo: non cercare di capire l’altro, ma cercare, a prescindere da quello che sta dicendo, di distruggerlo

Sta per uscire il tuo nuovo disco “L’improbabile piena dell’Oreto” il fiume che attraversa Palermo di cui non conoscevo l’esistenza, nonostante venga in Sicilia da tanti anni. Proprio l’altro giorno rivedevo il film di Miyazaki “La città incantata” in cui i fiumi sono entità vive, sono divinità. L’Oreto nel tuo disco torna in due canzoni “L’oro del fiume” e “Fluire degli argini”, come mai hai deciso di dedicare un disco intero a questo fiume?

Questa cosa che hai appena detto è una bellissima intuizione, probabilmente c’è entrato effettivamente Miyazaki nel titolo che potrebbe essere benissimo un suo film. L’Oreto è un fiume che non hai visto, perché per Palermo è quasi una ferita. Nel senso che lo attraversa però in città non si vede mai se non da piccoli scorci in periferia, devi addentrarti o risalirlo per capire dove si trova realmente. Nasce pulito dalla propria sorgente e poi man mano attraverso la città si va sporcando. Ho fatto una riflessione sul fatto che pur essendo secco e arido in certi punti, la sua piena non è impossibile, è improbabile. Potrebbe straripare se piovesse ancora di più. Questa improbabilità della piena per me era quasi parallela all’improbabilità di una piena emotiva di un essere umano. Noi come esseri umani abbiamo ancora la capacità di straripare e quindi la riflessione sull’improbabilità della piena l’ho fatta per questo, usando un luogo geografico per raccontare un luogo dell’anima.

Uno dei primi singoli usciti è “Contemplare il cielo attraverso le dita” che mi ricorda quasi una parola giapponese come komorebi (la luce del sole che filtra attraverso gli alberi). Tu hai detto che è un movimento che permette di “recintare l’infinito”, quasi come se l’idea dell’infinito fosse un abisso in cui si ha paura di cadere…

Ci illudiamo guardandolo attraverso le dita, da esseri finiti, quel come siamo, cerchiamo delle risposte guardando il cielo. Ognuno di noi ha una sua visione di cosa c’è dopo la vita. Mi piaceva interrogare l’ascoltatore, interrogare anche me stesso, rispetto a una domanda esistenzialista che probabilmente ultimamente ci poniamo poco, perché siamo concentrati più su questa vita terrena e su quello che questa vita terrena rappresenta in confronto all’infinito. Quella è una canzone che ha l’ambizione di fare una domanda importante all’ascoltatore. Io penso che le canzoni in qualche modo debbano porre degli interrogativi senza dare per forza una risposta.

Uno dei miei pezzi preferiti del disco è “Meravigliosa incoscienza”, che fra l’altro mi ricorda il disco di Colapesce “Un meraviglioso declino”, non so se è un caso. Questo pezzo mi ha ricordato anche Lucio Battisti per certe aperture che ha. Tu hai raccontato che è una canzone che parla di due adolescenti che vanno a caccia di un mostro…

I due adolescenti non vanno a caccia del mostro, ma vanno alla ricerca del mostro, che secondo me è una grande differenza. La caccia presuppone che stai andando ad uccidere qualcosa di cui hai paura. In realtà, per me, in quella canzone i due adolescenti vanno a cercare il mostro per farci pace, per in qualche modo risolvere un problema con la propria paura. Che poi è questo alla fine, se ci pensi il senso di questi tempi. Andiamo a cercare quello che ci è sconosciuto per demolirlo, per distruggerlo e non per capirlo. Questo è forse il senso del momento storico che stiamo vivendo: non cercare di capire l’altro, ma cercare, a prescindere da quello che sta dicendo, di distruggerlo. Lo vediamo sui social, nella politica, in tutti gli strati della società in questo momento.

Il disco si conclude con la canzone “Storia della mia rabbia”, si pensa sempre che la rabbia sia qualcosa di negativo, però non è proprio così

La rabbia è un sentimento che io ho immaginato in questa canzone come un animale, come una specie di cane che ognuno di noi si porta dietro da quando nasce. Nasce insieme a noi e si sviluppa. La storia della rabbia di ognuno di noi è una storia che ognuno di noi sa raccontare. Io penso che ognuno di noi sappia, quando è stata la prima volta che ha provato questo sentimento, come si è evoluto nel tempo rispetto a come le esperienze sono maturate dentro di noi. Mi piaceva questa idea di restituire alla rabbia una cronologia emotiva, come se riuscendo a ricostruire la storia della nostra rabbia potessimo in qualche modo ricostruire quando sono nati i nostri problemi. Dove è stato il momento in cui ho visto questa rabbia diventare più grande, come un cane diventare più arrabbiata, più pelosa, più ringhiante. Oppure quando è che l’ho vista addolcirsi con la nascita di un figlio, con la morte di un genitore. L’idea di ricostruire la storia della rabbia di ognuno di noi era la base di questa canzone ed era una riflessione che volevo fare per stimolare l’ascoltatore.

In questo disco hai lavorato con Roberto Cammarata, come avete collaborato insieme?

Io e Roberto ci conosciamo praticamente da vent’anni, siamo molto amici, avevamo una band insieme che si chiamava Omosumo. Io suonavo il basso, lui suonava la chitarra e poi c’era un cantante che è diventato un cantautore che si chiama Angelo Sicurella. Roberto ha aperto uno studio di registrazione vicino all’Oreto, a Palermo ed è diventato negli anni un bravissimo produttore artistico, così mi è venuto proprio facile lavorare con lui al mio disco. Ci siamo ritrovati per un mese circa nel suo studio, abbiamo registrato tutto in presa diretta, senza ‘clic’, in maniera molto organica, molto naturale. Ci siamo presi il tempo per sperimentare sogni e canzoni, le possibilità di arrangiamento. Quindi diciamo che è stato per me fondamentale averlo vicino dentro questo progetto, sarà con me anche nel tour.

L’8 maggio da Roma parti per un lunghissimo tour che si concluderà con una bellissima festa a Palermo a dicembre. Hai un po’ l’ansia di ripresentarti a un pubblico che comunque è cambiato in questi ultimi anni?

Da questo punto di vista sono abbastanza tranquillo, la gente che verrà in queste sere a vedermi, che tra l’altro ha comprato il biglietto a scatola chiusa facendo già tanti sold out, è un pubblico che sa benissimo che io non farò Musica leggerissima, è preparato. Se avessi cominciato a fare un tour nelle piazze, andando in giro a cercare di racimolare i resti di una hit, allora a quel punto ti avrei detto sì, effettivamente sarà complicato. Penso che il mio pubblico sia abbastanza preparato, come lo sarà il pubblico di Colapesce nel momento in cui Lorenzo andrà in tour. Entrambi abbiamo due progetti separati e sono passati 16 anni dal mio primo disco “Cara maestra abbiamo perso”. Entrambi abbiamo un pubblico che magari certe volte coincide, certe volte no, però credo molto nell’intelligenza delle persone.

Dimartino in tour: le date in Toscana

14 maggio Firenze, Sala Vanni (due live alle 19 e alle 21 già sold-out)
1 agosto Marina di Carrara, Rotonda Paradiso
2 settembre Sesto Fiorentino, Liberi Tutti Festival

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