sfoglia la gallery
© Masiar Pasquali

Cultura /

Emma Dante alla Pergola con “L’Angelo del focolare”: in scena l’orrore di una famiglia normale

Il nuovo spettacolo di Emma Dante dedicato alla violenza domestica sarà in scena dal 5 al 7 febbraio al teatro della Pergola di Firenze e il 7 e 8 marzo al teatro Era di Pontedera

La visionaria regista e drammaturga Emma Dante, a cui è stato assegnato il prestigioso Leone d’Oro alla carriera, arriva per la prima volta sul palco del Teatro della Pergola con “L’Angelo del focolare” spettacolo che indaga le radici profonde della violenza sulle donne. 

Dentro una famiglia, un giorno, l’abituale violenza del marito sulla moglie si trasforma in un femminicidio. L’uomo la uccide spaccandole la testa con un ferro da stiro. La donna giace a terra, morta, ma la sua morte non è sufficiente: nessuno le crede.

Così che la donna, come “l’angelo del focolare” nella cui grottesca immagine si ritrova incastrata, sarà costretta ad alzarsi e a rientrare nella stessa routine, pulendo la casa, occupandosi dei lavori domestici, preparando da mangiare, accudendo l’anziana suocera.

Ogni mattina i familiari la trovano morta e non le credono. Lei si rialza e ricomincia a subire la violenza del marito, la depressione del figlio, l’impotenza della suocera che, anziché condannare il figlio, lo compatisce come in un girone dell’inferno.

Dei quattro personaggi dello spettacolo non si consocono i nomi; vengono identificati attraverso i ruoli ossia Moglie (Leonarda Saffi), Marito (Ivano Picciallo), Figlio (David Leone) e Suocera (Giuditta Perriera). 

Lo spettacolo sarà in scena dal 5 al 7 febbraio al Teatro della Pergola di Firenze e poi al Teatro Era di Pontedera il 7 e 8 marzo, per la Giornata internazionale della donna 2026.

L’Angelo del focolare – © Masiar Pasquali

Ecco le dichiarazioni di Emma Dante raccolte da Eleonora Vasta

Da dove nasce l’idea di questo spettacolo? Hai tratto ispirazione dalla cronaca o avevi altre motivazioni?

Dalla profonda necessità di esplorare quella che chiamo la manutenzione della violenza domestica. Nel mio privato, fortunatamente, non si sono mai verificate situazioni come quelle descritte nello spettacolo, tuttavia, anch’io sono cresciuta in una famiglia, che, come tutte, si fondava su una gerarchia di potere, su un sistema che, soprattutto al Sud, vede il predominio maschile. La nostra messa in scena – che racconta un femminicidio – anziché concentrarsi sulla spettacolarizzazione della morte della donna, privilegia le ragioni profonde che stanno alla base dei comportamenti di una tipologia di uomo “non collaborante” all’interno delle famiglie. E questa passività maschile, secondo me, è uno dei fattori da attenzionare, non perché sempre conduca al femminicidio, ma perché costituisce il terreno fertile su cui il comportamento violento attecchisce. Nello spettacolo si racconta il divario evidente tra le donne che si prendono cura della casa e dei figli – sono, appunto, gli angeli del focolare – e gli uomini che utilizzano la casa per farne la palestra muscolare del proprio ego: in casa si pompano i muscoli per poi esibirsi in pubblico. Mi interessava raccontare questo atteggiamento, la cui diretta conseguenza è la prevaricazione del forte sul debole, la prepotenza, la furia che si annida nell’ordito del tessuto domestico. Da questo punto di partenza è scaturito uno spettacolo che racconta la violenza come un fatto assolutamente ordinario, che fa parte del rituale domestico: scuotere la tovaglia per far cadere le briciole dopo aver mangiato è normale come lo schiaffo che la Moglie, la protagonista, riceve dal Marito. Ed è il motivo per cui la donna, nel momento in cui viene uccisa, non viene creduta, ma anzi deve rimettersi in piedi e rientrare nel proprio ruolo al servizio di tutti.

anch’io sono cresciuta in una famiglia, che, come tutte, si fondava su una gerarchia di potere, su un sistema che, soprattutto al Sud, vede il predominio maschile

Perché “L’angelo del focolare”?

Mi ha sempre colpito questo modo di raccontare la donna che si prende cura della casa e della famiglia: l’angelo del focolare… Lo trovo sarcastico, perché ci vedo l’esatto contrario: la donna che, nella propria vita, si occupa solo della casa e dei figli finisce per diventare un demonio, per essere tutto tranne che angelica. L’immagine dolce, melensa, candida della donna “tutta casa e famiglia” mi ha sempre divertito perché trovo che impersoni il sentimento del contrario di pirandelliana memoria: mi fa ridere, ma è una risata che affonda in qualcosa di più profondo, nel dolore che sta dietro a quel quadretto. Mia madre era una casalinga a tempo pieno, senza mai un minuto di tempo per sé e per tutto l’enorme lavoro che ha svolto, lei, come le mie nonne, non ha mai ricevuto alcun compenso. Sono sicura che dentro di sé aveva un sacco di sogni, di desideri, ma non aveva né il tempo né la possibilità di esaudirli. Perciò quella figura di donna del mio spettacolo, che si prende cura di tutto e di tutti tranne che di se stessa, per me è l’emblema di una violenza subdola, di una spaventosa forma di negazione, privazione e coercizione esercitata dalla società. Le cose, in una certa misura, ora sono cambiate: le donne lavorano, possono contare su una maggiore collaborazione da parte dei compagni, ma tra le pareti domestiche rimane una certa ritualità…

Perché i quattro personaggi non hanno nome proprio ma si chiamano semplicemente la Moglie, il Marito, il Figlio, la Suocera?

È una scelta voluta perché per me sono icone, sono simboli: la Suocera, che vive in casa con la nuora, il Figlio che è anche nipote… C’è del sarcasmo, sicuramente, ma è soprattutto la fotografia della famiglia con tutto il suo orrore. Per raccontarlo e restituirlo, dobbiamo parlare di queste figure che esistono, fanno parte della realtà, sono le radici profonde della nostra società. Mi interessava la gestione dei sentimenti dentro alla casa, ma mi incuriosiva anche il rapporto con gli oggetti, con il tavolo, per esempio, attorno al quale ci si riunisce, si mangia, ma che a un certo punto accoglie anche il cadavere della Moglie. Volevo approfondire tutto l’ingranaggio della violenza che si consuma all’interno della casa, insita persino negli oggetti, negli arredi: tutto è complice, persino il tavolo, il letto e la poltrona. La violenza vive, si annida nelle trame del tessuto domestico, non è soltanto un episodio plateale: l’uccisione ne è l’ultima tappa, se vuoi la meno interessante da esplorare. Quello che bisogna indagare è che cosa si cela dietro a una reazione smisuratamente aggressiva perché sono rimaste delle briciole a terra dopo il pranzo o perché l’asciugamano in bagno è stato piegato male… volevo ragionare su questa palestra della prevaricazione, della prepotenza dei forti sui deboli. Gli schiaffi, le botte che il Marito dà alla Moglie sembrano far parte di una normalità: ricevere e dare uno schiaffo è come mettersi o togliersi una scarpa, come scuotere la tovaglia. La famiglia si abitua, in qualche maniera si rassegna a questa dinamica: gesti, sguardi, parole feroci entrano nel rituale domestico e si perdono tra le mille cose che ci sono da fare in casa.

Perché il personaggio della Moglie non può morire ma non se ne può neppure andare?

La Moglie non può morire, perché la sua morte fa parte di quella stessa routine. Quando viene uccisa dal Marito, il Figlio, la Suocera e il Marito stesso la richiamano in vita, le chiedono di alzarsi perché la giornata deve ricominciare, perché quella violenza e quella morte sono entrate nell’ordito del tessuto domestico. Questa famiglia vive mangiandosi, divorandosi a vicenda, uccidendosi, e il corpo della Moglie viene alla fine devastato da tanta violenza. Spesso, quando si parla della Sicilia, si dice “in Sicilia non c’è solo la mafia”. È una frase che mi ha sempre colpito molto: è vero, non c’è solo la mafia; però, negli atteggiamenti quotidiani delle persone, esiste l’atteggiamento mafioso che per me è anche peggiore: è un terreno fertile per produrre e creare quell’orrore – che poi è la mafia – di un comportamento patriarcale, prevaricatore, che da decenni, da secoli crea l’humus su cui attecchiscono morte, violenza, femminicidio. Dov’è il paradosso? Nel fatto che questa donna continuamente vessata, tormentata dall’atteggiamento del Marito che finisce per contaminare anche il Figlio, nonostante il pericolo costante in cui si trova, non riesce a staccarsi dalla casa. Esiste un legame morboso, inspiegabile, inesorabile – e non ha assolutamente a che fare con l’amore – per cui i quattro familiari non si possono lasciare. È qualcosa che ha a che fare con la sofferenza, che diventa debolezza, impossibilità di uscire da questa prigione. C’è un momento dello spettacolo che lo spiega precisamente, la scena in cui tutti i personaggi si stringono la mano fino a farsi male, se la stritolano, cercando di fuggire in direzioni opposte, ma creando invece una catena umana con la quale si tengono stretti nel dolore, nella sofferenza, nell’orrore.

La violenza vive, si annida nelle trame del tessuto domestico, non è soltanto un episodio plateale: l’uccisione ne è l’ultima tappa

L’attrice che interpreta la Moglie recita per tutto il tempo con il sangue sul volto. Perché questa scelta?

Nasce da una lunga riflessione. Lo spettacolo inizia dalla fine, con la protagonista morta, con la testa spaccata dal ferro da stiro con cui è stata colpita. Un oggetto scelto non a caso, perché in questo tipo di omicidi le armi – coltelli, pietre, oggetti della casa – sono quelle più semplici da reperire… La Moglie è stata uccisa e il sangue le è colato sul viso. Che ne facciamo di tutto quel sangue? Durante le prove, a un certo punto, le facevo lavare il viso e lei ricominciava la sua giornata come sempre. Poi, però, ho sentito la mancanza di quel sangue. Ho pensato che quelle donne, nelle loro case, vengono tormentate continuamente e finiscono per ritrovarsi piene di ferite che perdurano: è l’insulto di uno stupro, sono i segni delle botte prese per tutta una vita. Allora mi sono detta che, forse, lei doveva rassettare il letto con la faccia sporca di sangue… Ciononostante, alla fine, tutti noi che guardiamo lo spettacolo, con il trascorrere del racconto finiamo per non notare più quel sangue. Ecco, l’atrocità, la cosa peggiore che facciamo, è proprio dimenticarci di quelle ferite.

L’Angelo del focolare – © Masiar Pasquali

Informazioni sull’evento:

Tutti gli eventi nel calendario di
I più popolari su intoscana
intoscana
Privacy Overview

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.