“Inumana Canicola Padana” è un titolo dell’ultimo disco di Diego Franchini in arte Banadisa, tratto da una frase dell’etnografo Roberto Roda.
Il suo disco è il tentativo riuscitissimo di inventare un’etnografia musicale immaginaria, unendo dialetto, lingue inventate, field recordings e elettronica.
Un risultato che Franchini ha ottenuto parallelamente a un lungo processo di riappropriazione delle sue radici, di re-immersione in una terra da cui si era allontanato.
Banadisa sarà in concerto il 12 febbraio al Martinelli Club di Borgo San Lorenzo all’interno della rassegna Zero Zucchero
Ecco la nostra intervista a Banadisa
Ho letto che “Inumana Canicola Padana” è nato leggendo i “Racconti ritrovati del Po” di Roberto Roda, come hai scoperto questa opera?
La scoperta è stata abbastanza casuale, spesso vado in giro per mercatini o piccole librerie verso Rovigo o Ferrara in cerca di libri di autori locali, persone che si sono interessate al territorio. Ho scoperto questa collana curata da Roda, di cui il primo libro parlava di una leggenda locale che riguardava gli amuleti che sono appesi fuori dalle case che sembrano dei soli, con delle facce di bambino che sembrano un po’ malefiche. Lui fa un excursus etnografico di ricerca su questi oggetti che si trovano nelle nostre zone. Parla del paesaggio, della natura e c’è la definizione “Inumana canicola padana”, che mi ha colpito particolarmente. Quindi è diventata una canzone, il titolo dell’album, e un po’ anche il manifesto del disco che è stato scritto parafrasando parti di questo libro che ha uno sguardo un po’ mistico sulla pianura.
In tutto il disco si avverte la pesantezza, la pressione del caldo, la piattezza oppressiva della Pianura Padana. Che rapporto personale hai con questa terra?
È la mia terra, è la zona che identifico con la mia famiglia, non a caso da qui la volontà di sperimentare col dialetto. Sono cresciuto nell’alto Polesine, verso Mantova, quando ero ragazzino è chiaro che avevo un rapporto conflittuale. Sono zone che si vanno spopolando, le risorse culturali non sono le stesse che puoi trovare in una città, anche piccola. La parte che ho sempre amato è la natura, mi è sempre piaciuta ed è una cosa che non è mai cambiata, è un aspetto molto importante per me. Poi chiaramente mi sono allontanato, ho viaggiato, ho studiato, poi ho fatto pace con la mia terra e posso dire che adesso è una fonte di grande ispirazione.
Questo disco ne è una prova direi. Dal punto di vista musicale mi colpisce l’incontro tra biologico e digitale: percussioni fisiche, elettronica minimale, field recordings, suggestioni techno
Tutto è nato poco a poco, ed è andato affinandosi nel tempo, specialmente dopo il primo disco. Mi ritengo una persona abbastanza eclettica, mi piace passare da una cosa all’altra anche musicalmente. Il progetto Banadisa è nato proprio dalla voglia di uscire da uno schema, la classica formazione rock: chitarra, basso, batteria. Io sono partito dai Nirvana, i Sonic Youth, i Mudhoney, attraversando esperienze punk e grunge Seattle, anni ’90. Suonando tantissimo questo genere per tanti anni, è subentrata la necessità di sperimentare su due fronti.
quando mi approccio alla scrittura musicale o dei testi, davanti ho sempre delle immagini in mente. Mi immagino di essere in un luogo preciso e cerco di scavare il più a fondo possibile
Da un lato la voglia di misurarsi con strumenti nuovi, elettronica, drum machine, dall’altra la ricerca di ritmi. Inizialmente tutto questo mi ha portato in un’area sudamericana, cumbia e derivati. Finito il primo disco nel 2021, ho preso le distanze da quello che sentivo mio, ma fino a un certo punto. La cumbia è stata importante, mi ha fatto capire tante cose però mi ha spinto anche a riflessioni più profonde. Volevo capire meglio le mie radici. Con maggiore consapevolezza sono arrivato a questo secondo disco, per esempio uno dei punti fermi è stata la collaborazione con il Coro delle Mondine di Porporana. Quell’esperimento è stato quello che poi ha agganciato Inumana Canicola Padana.
Guardando l’album nel suo insieme, sembra un’odissea: smarrimento, caduta, rinascita. In questo senso il pezzo che chiude il disco “Il balzo della tigre” è come un inno a una nuova vita, non so se sei d’accordo
Devo dire la verità, questa cosa l’ho vista anche io ma non è stata consapevole. Il disco si apre con un brano che dà questa idea di smarrimento, con una figura che vaga disperata tra le campagne, in una pianura assolata. Il disco invece chiude con un inno ad accogliere nuova vita, nuova luce. La morte porta a una nuova vita, c’è questa idea di un ciclo che si chiude e uno che si apre. In mezzo ci sono tante cose, un percorso. Ho riflettuto anche io su questo quando ho visto la tracklist definitiva e ho ascoltato il disco masterizzato dall’inizio alla fine. Ma è stato causale, l’istinto mi ha portato a ordinarle in questa maniera.
Si vede che ha prevalso l’istinto di sopravvivenza. Inumana Canicola Padana è anche un disco molto visivo, se si chiudono gli occhi mentre si ascolta l’album si riesce proprio a vedere questi luoghi. Quasi come se fosse la colonna sonora di un film immaginario
Tocchi un’area d’interesse, nel senso che io non mi sono mai misurato con una colonna sonora, musica per prodotti visivi, ma è una cosa che mi interessa molto e credo che sia una grande connessione. Effettivamente quando mi approccio alla scrittura musicale o dei testi, davanti ho sempre delle immagini in mente. Mi immagino di essere in un luogo preciso e cerco di scavare il più a fondo possibile rispetto a quel momento. Cerco di cogliere tutto di quell’istante. Le canzoni escono così forti perché c’è proprio un processo legato all’immagine.
I concerti della rassegna Zero Zucchero a Borgo San Lorenzo
19 marzo Druugg
2 aprile Ondakeiki
26 aprile Plattenbau
30 aprile Alpaca+Spitters
