Da quasi vent’anni Lili Refrain costruisce il suo universo musicale partendo da un principio tanto semplice quanto radicale: una sola persona può diventare un’intera orchestra.
Polistrumentista, compositrice e performer romana, dal 2007 porta avanti un progetto solista in cui chitarra elettrica, voce, percussioni e sintetizzatori vengono sovrapposti in tempo reale attraverso il looping, senza computer né tracce preregistrate.
Il risultato è una musica difficile da rinchiudere dentro un genere: minimalismo, folk, psichedelia, blues, metal e suggestioni liriche e operistiche convivono in composizioni che hanno una forte dimensione fisica e rituale. Nei suoi concerti la costruzione del suono diventa parte stessa della performance: strato dopo strato, la musica cresce, si ripete, si trasforma e trascina il pubblico in un’esperienza immersiva e ipnotica.
Un percorso originale che negli anni ha portato Lili Refrain sui palchi di tutta Europa e del Regno Unito, anche al fianco di artisti come Heilung, The Cult, Meshuggah, Ben Frost, Steve Vai, Current 93, Anna von Hausswolff, Lingua Ignota, Alcest, Gojira e Godflesh.
Lili Refrain sarà in concerto sabato 24 ottobre al Sonar di Colle Val’D’Elsa per presentare il suo ultimo disco: “Nagalite” album uscito per Subsound Records, registrato e mixato da Stefano Morabito al 16th Cellar Studio, con la grafica di Nicola Alessandrini.

Ecco la nostra intervista a Lili Refrain
Ciao Lili, ho letto un’intervista in cui dicevi che la Lili degli esordi, quindi di 20 anni fa e quella di oggi non sono poi così diverse e questa frase mi ha colpito. Mi chiedevo invece che cos’è magari che è cambiato in te rispetto a quando hai iniziato a fare musica
Sono cambiate tantissime cose in realtà. Sicuramente sono cambiata anch’io, sono cresciuta. Quello che volevo dire forse in questa frase che hai letto è il fatto che la mia motivazione non è assolutamente cambiata. Le mie radici sono rimaste sempre le stesse, quindi diciamo che non ho mai rinnegato le mie origini, da dove arrivo e cosa mi ha fatto arrivare fin qui. Questo sicuramente è una costante che è rimasta molto, molto solida. Poi per il resto nel frattempo sono successe mille peripezie.
Ho cambiato completamente il setup, quindi da che ero partita semplicemente con la chitarra elettrica facendo loop su loop, piano piano ho cominciato ad avere sempre più consapevolezza della mia voce. Ho iniziato a implementare nel set percussioni e sintetizzatore che prima non c’erano minimamente. Poi chiaramente l’attività live, quindi stare spesso in tour, salire spesso su un palco, è stata una scuola per me. Ho imparato a gestire non soltanto i vari strumenti, è una sfida in cui ti metti sempre alla prova rispetto a quelli che sono i tuoi limiti. Quindi ho imparato veramente tantissimo in questi vent’anni, sono cambiate tante cose.
I suoni sono delle onde agiscono sulle frequenze e di conseguenza sui nostri organi interni, li sentiamo visceralmente e profondamente e quando quest’onda riesce ad essere condivisa, allora il concerto diventa una questione anche di comunità che è quello che mi interessa: riconnetterci
Come mi stavi raccontando, tu realizzi la tua musica con chitarra, voce, percussione e sintetizzatori. Quando sei sul palco tutto questo accade praticamente in tempo reale senza delle tracce preregistrate. È una forma di libertà, però è anche una grande responsabilità prendersi questo compito…
Sì, senza dubbio. Come dici tu, ho messo tutti questi strumenti sul palco e poi ho cinque loop station. Ognuna è collegata ad uno strumento e sono tutte in tempo reale, quindi non ci sono tracce preregistrate, non ci sono computer. Chiaramente con un computer sarebbe tutto molto più semplice perché sarei automaticamente a tempo e non avrei margini di errore perché chiaramente sarebbe una macchina a gestire tutto. Però il progetto è proprio iniziato con un approccio analogico, tutto il progetto Refrain inizialmente, ancora prima di essere riversato poi su delle loop station, è nato su un nastro, su cassetta.
La cosa che mi interessa di più è l’idea proprio di mettermi in gioco umanamente nell’approccio con la macchina. In quest’era in cui non si capisce bene chi fa cosa, soprattutto in questo momento di grosse intelligenze artificiali, dove addirittura si sono creati musicisti che non esistono, canzoni che non esistono perché le ha create semplicemente un computer, è molto più interessante secondo me, dal mio punto di vista, per come sono fatta io per la mia natura, avere proprio un approccio umano alla macchina, quindi con l’errore, l’imperfezione.
Ho una grande responsabilità perché la mia libertà è quella di gestire tutto da sola, ovviamente è anche un limite. Quindi una volta che io scelgo quella ritmica o che registro un determinato riff, sono chiaramente relegata all’interno di quel tempo per tutta la durata del brano e sono relegata a quella melodia per tutta la durata del brano. A differenza di una band io non ho tantissimi campi, quindi è proprio un processo compositivo che avviene più per verticale che non per orizzontale, perché si basa sulla stratificazione di loop uno sull’altro dove piano piano si aggiungono cose. Questo da un certo punto di vista rappresenta un limite, ma è anche una forma di catarsi. La ripetizione a lungo andare piano piano induce a una sorta di mantra, come se fosse uno stato di trance. Quindi c’è questa sorta di over controllo per cercare di andare a tempo, di essere assolutamente attenta a tutte le cose tecniche eccetera eccetera e alla fine questo over controllo diventa il suo opposto, diventa proprio la perdita totale di controllo e lasciar fluire queste cose nella possibilità dell’errare. Errare non solo per fare l’errore ma proprio per lasciare andare, per uscire da sentieri tracciati.
La tua musica è stata definita ipnotica, viscerale, archetipica. Io mi chiedo da dove viene l’ispirazione per la tua musica? Da un sogno, da un’immagine, da una sensazione, da altri artisti? Cosa ti ispira quando ti trovi a comporre la tua musica?
Sicuramente la mia vita. Inizialmente il mio progetto è nato proprio come dialogo con le ombre, chiamiamolo così. Invece di scrivere un diario mi è venuto più spontaneo suonare e far uscire determinate cose attraverso i suoni, senza parole ma solo provando a connettere le mie emozioni private con la musica. Mi è sempre venuto più facile anche in momenti critici, la musica mi ha sempre aiutato tanto più di tante parole. L’ispirazione può nascere da sogni, i sogni sono stati sempre molto determinanti nella stesura dei miei album. Kawax e Ulu sono due dischi che nascono da sogni ben precisi e da eventi ben precisi. E poi anche il mio sguardo critico sulla realtà, Mana e Nagalite sono sicuramente due dischi che sono nati a seguito di quello che succede nel mondo, delle mie reazioni rispetto al mio disagio. Cercando chiaramente poi di sublimare perché poi la musica serve anche un po’ a quello no?
Passando a parlare di “Nagalite” che è il tuo ultimo lavoro, un nuovo capitolo del progetto Lili Refrain, che cosa c’è dentro questo disco, in che modo diciamo lo potresti definire?
Nagalite è formato da quattro movimenti, è un unico corpo con quattro fasi diverse. Mi ero immaginata proprio a partire dal titolo una sorta di trasformazione legata al serpente, il “Naga” che è una parola sanscrita, “Lite” invece è una parola greca che significa pietra. Quindi mi sono immaginata la trasformazione che è necessaria per la sopravvivenza, esattamente come quella del serpente che se non muta la sua pelle si ammala e muore, e anche qualcosa di immutabile, solido come la pietra. Ho immaginato proprio il mondo no? Visto che stiamo passando un momento storico veramente pesante e c’è questo eterno ritorno di guerre, di catastrofi, di odio, di violenza che abbiamo già visto tante volte. Stiamo rischiando di ripetere i drammi della storia.
La mia domanda è com’è possibile che continuiamo a ripetere gli stessi sbagli? Quindi questo disco nasce cercando di rispondere a questa domanda. Chiaramente io non posso trovare nessuna soluzione, se non continuare a farmi delle domande su domande. Questo disco è come se fosse una sorta di amuleto, diciamo una sorta di piccolo totem che vuole incentivare quella che dovrebbe essere la nostra trasformazione privata cercando poi di portarla nel mondo. Un mondo che non si evolve, un mondo che non cambia questa pelle che ormai è incancrenita e che evidentemente non ci fa imparare più niente, perché ci fa ritornare all’interno delle stesse dinamiche orribili e degli stessi errori, è un mondo destinato a morire. Infatti ci stiamo autodistruggendo, perché sembra che siamo incapaci di rinnovarci con una realtà diversa. Dobbiamo lasciare andare quello che abbiamo imparato finora che evidentemente non ci ha portato a nulla di buono, per fare in modo che una nuova pelle possa nascere e quindi una realtà diversa da quella che stiamo vivendo in questo momento a livello sociale e politico.
Ti faccio un’ultima domanda. Ogni tuo live è una sorta di rito in cui è molto importante il coinvolgimento del pubblico, di chi viene a vederti ed ascoltarti. Com’è cambiato il tuo rapporto con il pubblico se è cambiato negli ultimi anni e che cosa ti aspetti ogni volta che sali su un palco?
Io non mi aspetto niente quando salgo su un palco, vivo molto nel momento, nel presente. Sicuramente è cambiato il mio approccio alla responsabilità, alla consapevolezza. Prima suonavo egoisticamente per tirare fuori delle cose. Da un certo momento in poi della mia vita ho cominciato a capire che quello che stavo facendo uscire fuori lo stavo dando in pasto anche a altre persone, e quindi non era gentile fare questa operazione senza avere la consapevolezza di cosa stai consegnando all’altro. Così ho cominciato a lavorare tantissimo su me stessa e sulla connessione profonda con il lato emotivo. Io per esempio quando canto non uso parole, suono sempre anche quando uso la voce, però quello che adesso sto cercando di dare è qualcosa che parli molto più alla pancia che non alla testa. Non è uno spettacolo che vedi con gli occhi o con le orecchie, ma è proprio qualcosa che mi piacerebbe consegnare affinché possa essere sentito a livello empatico. Tutta la ritualizzazione del live la gestualità, il fatto di scendere molto spesso dal palco e andare in mezzo al pubblico guardandolo in faccia, serve a creare una condivisione, una connessione che non abbia troppe barriere. Questo è quello che mi interessa maggiormente. Per me la musica è un dialogo, non è qualcosa che fa una persona e la dà a degli altri, la musica è un’onda. I suoni sono delle onde agiscono sulle frequenze e di conseguenza sui nostri organi interni, li sentiamo visceralmente e profondamente e quando quest’onda riesce ad essere condivisa, allora il concerto diventa una questione anche di comunità che è quello che mi interessa: riconnetterci.