“Non sono un maestro” è il titolo di una delle opere più rare e ricercate di Giovanni Michelucci, uno degli architetti più significativi del Novecento, nato 135 anni fa a Pistoia. Il titolo dell’opera è anche una sintesi perfetta della filosofia e del pensiero che ha guidato l’attività di Michelucci lungo un secolo: nacque infatti il 2 gennaio 1891 e morì la notte del 31 dicembre del 1990, due giorni prima di compiere 100 anni, nella casa-studio di Fiesole, sede della Fondazione da lui costituita.
Nonostante la lunga carriera come docente universitario alla Facoltà di Architettura di Firenze, non amava “mettersi in cattedra”, alle imposizioni dall’alto preferiva il confronto, cercava collaboratori più che allievi. Una posizione che si è riflettuta anche nella sua opera ingegneristica e architettonica: per Michelucci l’architettura non è mai stato un esercizio stilistico, la concepiva, piuttosto, come una relazione con le persone, con i loro bisogni, e con i luoghi. La dimensione umana e sociale ha segnato profondamente il suo percorso sia umano che professionale .
“La buona architettura fa buoni cittadini”
Michelucci, noto ai più per essere stato il progettista della stazione di Santa Maria Novella, edificio simbolo della modernità fiorentina, è stato un intellettuale, profondamente impegnato nella vita civile della città. Provò, infatti, a dare il suo contributo anche per la ricostruzione di Firenze nel dopoguerra, ma – si legge nella biografia riportata sul sito della Fondazione “le sue ipotesi innovatrici negli spazi si infransero di fronte alla tendenza vincente ed elitaria della ricostruzione “com’era dov’era”. Tuttavia l’impegno e la partecipazione di Michelucci, le sue visioni per la ricostruzione di Firenze, dopo la ritirata dei tedeschi, ma anche prima, durante l’occupazione, sono andate oltre la mancata promessa di una città nuova e proprio a quegli anni appartengono alcune delle testimonianze più eloquenti a comprendere chi era davvero l’architetto della stazione di Firenze. Come questa di Manlio Cancogni:
Nella primavera del ’44, a Firenze occupata dai tedeschi, un gruppo di amici si riuniva segretamente, un paio di volte la settimana, all’ultimo piano di una casa di piazza Pitti. Ne facevano parte Carlo Levi, Vittore Branca, Carlo Lodovico Ragghianti, Bruno Sanguinetti, Eugenio Montale, e altri che non ricordo. Spesso c’era anche Giovanni Michelucci. […] All’epoca Firenze era stata appena toccata dalla guerra. I bombardamenti alleati, rari e di modeste proporzioni, avevano colpito solo i quartieri periferici vicini alla ferrovia […] Michelucci (c’intratteneva) disegnando in aria con le belle mani i piani urbanistici destinati, nella sua immaginazione, a rendere la vita degli abitanti di un quartiere più libera, più umana e più civile. Credo di avere sentito dire per la prima volta, in uno di quei lontani incontri primaverili, che la vita degli uomini può dipendere in gran parte dalle case e dalle strade che essi abitano. La buona architettura, mi pare dicesse un giorno, fa i buoni cittadini .
Da Pistoia a Firenze: tra opere realizzate e mancate
“Questo nuovo edificio è quasi insignificante dal punto di vista accademico, ma è uno spazio aperto sulla città, si ha un senso di continuità con la città”, così Michelucci parla in un’intervista rilasciata a Rai Scuola dell’edificio della Cassa di risparmio di Pistoia, opera centrale realizzata nella sua città natale.
Sono infatti gli edifici pubblici a stimolare maggiorante l’architetto: Michelucci mette in primo piano il modo in cui gli edifici pubblici servono la comunità, enfatizzando la relazione tra spazio architettonico e uso sociale [\mark]
Da Pistoia a Firenze, questa è stata la stella polare che lo ha guidato.
Come per la stazione di Santa Maria Novella. Realizzata negli anni Trenta insieme al Gruppo Toscano, è un edificio moderno, essenziale, capace di dialogare con il tessuto storico urbano. Michelucci la concepisce come un’infrastruttura pubblica nel senso più pieno del termine: uno spazio attraversabile, aperto, pensato per accogliere.
Mentre, a proposito della chiesa sull’Autostrada del Sole, disse: “La forma generale è quella di una tenda, il che può significare, analogicamente, il “transito”, e non la dimora definitiva degli uomini sulla terra. Dico “può” perché questa forma è un risultato e non una premessa. Non sono cioè partito dall’idea della tenda per assoggettarle poi la struttura interna; ma la forma ha cominciato a delinearsi in conseguenza del tessuto interno. Ed è allora che un versetto di San Paolo nella Epistola ai Corinzi […] mi ha aiutato a precisare la forma stessa”.

“L’architetto deve vedere e saper vedere; deve conoscere come, in quali condizioni e con quali difficoltà umane la sua opera si compie” – Giovanni Michelucci
Contro il “com’era, dov’era”
Michelucci non era un architetto isolato, viveva inserito nel suo tempo e sentiva il dovere di dare il proprio contributo. Voleva farlo anche per la ricostruzione di Firenze.
Nel 1944, durante la ritirata tedesca, Ponte Vecchio non fu distrutto, ma tutta l’area circostante sì: gli edifici alle estremità del ponte furono fatti saltare per bloccare l’avanzata alleata.
Michelucci vedeva in quelle macerie un’occasione per ripensare il rapporto tra città storica e vita contemporanea; un momento decisivo per dimostrare che la modernità poteva dialogare con la storia, senza copiarla.
Non è una diceria, perché confermato dagli stessi personaggi coinvolti, che passato il fronte della guerra, Michelucci riunì una serie di “amici”, tra cui Mario Luzi, che poco intendevano di architettura – e proprio perché non compromessi in alcun modo, ma interessanti di per sé – per fare delle passeggiate nei quartieri di Firenze devastati dalle bombe, rimasti macerie “su cui cominciava a crescere un po’ d’erba”. Un’occasione per l’architetto di ascoltare, per pensare alla ricostruzione ma soprattutto – scrive Luzi in “Alle radici della città” – “per riflettere sulla ragione intima che aveva edificato una città come Firenze. Certo si trattava di ricostruire e di ridare una casa ai senzatetto, ma si trattava anche di immedesimarsi, di ritornare all’origine, al principio umano che aveva reso possibile la nascita di Firenze. Questa era la premessa di ogni possibile lavoro sulla città”. Sappiamo però che a prevalere fu la tendenza della ricostruzione “com’era dov’era”.
La Fondazione a lui dedicata
Nel 1982 Giovanni Michelucci dà vita, insieme alla Regione Toscana e ai Comuni di Fiesole e Pistoia, alla Fondazione Giovanni Michelucci. Alla guida dell’istituzione fu chiamato Guido De Masi, amico e collaboratore dell’architetto, che ne sarà direttore fino alla sua scomparsa, garantendo continuità e coerenza al progetto culturale originario.
Michelucci sceglie di lasciare la Fondazione come erede universale. Nella sede di Villa “Il Roseto” a Fiesole, tutto racconta la memoria di Michelucci: i disegni, i modelli e le foto delle sue architetture; la biblioteca; i mobili disegnati dal primo dopoguerra agli anni Settanta; le opere e gli oggetti d’arte realizzati dagli amici e dalla moglie.
[mark]La Fondazione svolge anche attività di ricerca, anche in collaborazione con la Regione Toscana, focalizzandosi principalmente su tematiche come l’accoglienza e l’inclusione abitativa e gli istituti penitenziari e non solo . Ricerca che si è spesso concretizzata in azioni operative, anche attraverso il coinvolgimento dei vari soggetti in campo e la pluralità di metodologie adottate a seconda degli obiettivi di volta in volta individuati.