OPINIONE/

Cibo essenziale. E l’anima chi la nutre?

Un altro duro colpo inferto al settore culturale. Cala il sipario per un mese, nonostante fossero state osservate tutte le regole anti-contagio. E adesso? Produzioni, attori, registi protestano. E l’Italia da oggi è più povera

Teatro La Pergola, Firenze

Salviamo il Natale.

Salviamo la nostra salute.

Salviamoci.

Coscienziosi cittadini si sono murati in casa in nome dello spirito di salvezza e del rispetto di quelle regole che stanno alla base dell’appartenenza ad una comunità.

Sono rimasti in piedi durante il lockdown di marzo solo i servizi ‘essenziali’: la filiera agricola la distribuzione alimentare, i trasporti, l’informazione, insieme ad altre categorie.

Oggi  che la curva torna a crescere in maniera esponenziale sono necessarie nuove misure per contrastare il virus. E si torna verso una chiusura di alcune attività, evidentemente ritenute non essenziali, oltre che ‘pericolose’ per la contrazione e la diffusione del virus.

Chiudono i luoghi del nutrimento delle menti, che aiutano ad allargare gli orizzonti del pensiero  

Chiudono dunque per un mese cinema e teatri. Paradossalmente quei luoghi nei quali era possibile mantenere quella distanza di sicurezza tanto raccomandata. Chiudono i luoghi del nutrimento delle menti, dell’anima, che stimolano la riflessione, che aiutano ad allargare gli orizzonti del pensiero.

Se a marzo è bastato impastare pane fino alla nausea, sfornare pizze e cimentarsi nelle migliori ricette degne di Masterchef, se l’unico luogo indispensabile pareva fosse diventato il supermercato, ecco che oggi la situazione cambia, lo spirito di ‘sopravvivenza’ deve essere alimentato anche con altro,  seppur con quelle dovute precauzioni che servono a tutelare la salute, ovvio.

Il cibo è indispensabile per la nostra vita ma è la primaria condizione che ci consente di sviluppare il resto ed il ‘resto’, pure quello è vita. Non siamo nati solo per impastare, sfornare lasagne e stendere pasta fatta a mano. Non denigro il cibo sia chiaro, il cibo lo amo. Ma in questo caso il ‘però’ è obbligatorio.

Il cibo lo amo però non possiamo dimenticare, neppure per un secondo che un popolo colto, istruito, consapevole, informato è un popolo che guarda un film, sceglie di vedere uno spettacolo a teatro, ascolta musica. Riempie il bagaglio dell’esperienza pescando a vari livelli, facendosi ‘contagiare’ dalle altre menti.

Per vent’anni e oltre il popolo è stato nutrito in larga parte da tv di basso livello e una crescita esponenziale del cibo spettacolarizzato all’ennesima potenza, l’informazione è passata dai social, senza filtri. E’ esplosa la propaganda diretta figlia di un ego dopato da parte di certa politica che doveva tutelare per prima il diritto costituzionale all’informazione.

Oggi rischiamo anche i disordini sociali che sono proprio il più grande problema che l’Italia potrebbe avere adesso

E ora davanti non ci troviamo più solo il problema enorme di arginare la pandemia, provando a fermare i contagi e le morti, oggi ci troviamo non solo a mettere pezze ad un’economia al collasso che fa acqua da tutte le parti ma rischiamo anche i disordini sociali che sono proprio il più grande problema che l’Italia potrebbe avere adesso.

Non per pessimismo cosmico, chiariamo. Ma se alimenti un popolo solo con cibo e tv di scarso contenuto la fine è questa. E chiudere ancora una volta cinema e teatri continua ad andare in quella direzione di serrare la crescita culturale di un paese. Involuzione invece che evoluzione, sabbie mobili invece di una corsa verso il domani.

Non bastano più gli arcobaleni e l’unità comune di intenti nel nome di quel tricolore che fino ad ora ci ha tenuto uniti nella prima fase della pandemia e al massimo quando ci sono stati i Mondiali di calcio. Perché da marzo ad oggi qualcosa è cambiato. Le preoccupazioni sono aumentate, le speranze vanificate da una ripresa dei contagi. Che va fermata, certo. Nessuno ha la ricetta in tasca per arginare senza vaccino la pandemia.

Però si potevano arginare le folli vacanze in qualche zona d’Italia dove i protocolli  anticontagio sono stati gettati dentro uno spritz o nelle piazze della movida, sugli autobus stracolmi di batteri e di gente che correva al lavoro e a scuola.

I mezzi di trasporto. Già. Da qualche parte erano convinti – evidentemente – che la gente potesse raggiungere il luogo di lavoro  o la scuola da un comune all’altro – o per lunghi tragitti – in bicicletta o al massimo con il monopattino. E il virus, invece che correre sulle ali delle due ruote ha fatto la maratona sugli autobus, con traguardi da record.

Così, oggi che il contagio da mezzi di trasporto è arrivato a livelli decisamente preoccupanti si sceglie di chiudere  teatri e  cinema.

Misura necessaria la chiamano. Per salvare il Natale, il periodo in cui i consumi aumentano. Salviamo il Natale dunque. E anche i tortellini in brodo e il panettone. E dimenticavo, il monopattino.

No, non è un film. Tutto vero, purtroppo.

 

 

 

 

 

 

 

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