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Fujiiro, tra visioni e conflitti: il debutto della band toscana che trasforma il caos in suono

Tra psichedelia, new wave e cantautorato contemporaneo, i Fujiiro costruiscono un universo musicale in cui convivono suggestioni lontane, dal rock internazionale alle derive più oniriche della scena italiana e una scrittura che affonda nelle contraddizioni dell’individuo contemporaneo

C’è un’urgenza espressiva che attraversa ogni nota di “Tra mandrie e stormi hai un déjà vu”, l’esordio musicale dei Fujiiro, band fiorentina che si presenta al pubblico con un disco che è insieme viaggio sonoro e racconto interiore.

I Fujiiro nascono a Firenze nel 2026 dalle ceneri dei Malva, mescolando psych rock contemporaneo e cantautorato italiano. Il loro immaginario è onirico e inquieto, tra simbolismo e tensione interiore. La band è composta da Dario Errico, Lorenzo Niccolai e Andrea Biancotti, con formazione live arricchita dal basso.

Nato nel lungo arco temporale che va dalla pandemia ai giorni nostri, il progetto si nutre di tensioni sociali, inquietudini personali e improvvise aperture di consapevolezza, dando forma a un lavoro stratificato e tutt’altro che immediato.

Tra psichedelia, new wave e cantautorato contemporaneo, i Fujiiro costruiscono un universo musicale in cui convivono suggestioni lontane — dal rock internazionale alle derive più oniriche della scena italiana — e una scrittura che affonda nelle contraddizioni dell’individuo contemporaneo.

Il risultato è un disco che non cerca risposte facili, ma anzi rilancia domande, oscillando tra ironia e aggressività, smarrimento e ricerca, un esordio intenso e irrequieto, capace di trasformare il conflitto in materia viva, sonora ed emotiva.

Fujiiro

Ecco la nostra intervista a Dario Errico

Ciao Dario, innanzitutto mi devi spiegare il titolo del vostro disco “Tra mandrie e stormi hai un déjà vu”

Per il titolo abbiamo scelto una frase che è estrapolata dal ritornello di uno dei pezzi “Sioux”, è una frase che è venuta molto spontanea, anche un po’ al di fuori del senso stesso del testo, però ci sembrava molto evocativa. Anche il fatto che fosse così lunga, chiaramente all’inizio sembrava un po’ un cazzotto in un occhio, però ci sembrava di impatto. In effetti nel pezzo, e anche un po’ in tutto il disco, è come se fosse quasi una tribù che parla, oppure se vogliamo i demoni interiori del protagonista, che poi è l’io narrante di tutto l’album, che si trova a doversi confrontare con la sua ombra, che effettivamente lo porta poi a essere irrequieto. È come se fosse un individuo inserito nella società moderna, ma anche certamente un po’ distopica, e in mezzo a tutto questo baccano (Tra mandrie e stormi appunto) trova uno spiraglio, un déjà vu in cui si sofferma e sente una connessione profonda.  In mezzo a tutta questa irrequietezza e queste distrazioni trova un momento di distensione. Tutto l’album sia testualmente che musicalmente viaggia fra atmosfere rocambolesche, diverse fra loro. È il viaggio di una persona in cerca di si stesso, in cerca di un senso. Una ricerca, poi non si capisce neanche bene rivolta a che cosa, ma c’è sicuramente una tensione di quel tipo, e c’è una sorta di sballottamento di questo individuo, sia dal punto di vista più intimo, psichico, che magari esteriore, societario.

in tutto il disco è come se fosse quasi una tribù che parla, oppure se vogliamo i demoni interiori del protagonista, che poi è l’io narrante di tutto l’album, che si trova a doversi confrontare con la sua ombra

Il disco mi è piaciuto molto, mi ha colpito soprattutto l’ultimo pezzo “Ossessione cittadina”, non so perché, forse perché è un po’ il disagio che viviamo tutti noi, che viviamo nelle città

Quel brano è nato inizialmente come coda strumentale del pezzo precedente, poi l’abbiamo proprio staccato, c’è qualcosa un po’ anche di ferrettiano dei CCCP. C’è una sorta di annuncio di un personaggio venuto o dal presente o dal futuro, che poi in realtà è la contemporaneità, anche se magari appare distopica, ma poi tanto distopica non è. Sembra denunciare questo stato un po’ di allerta del protagonista. 

Come avete lavorato al disco?

Questo album ha avuto un processo un po’ lungo, varie vicissitudini. Facevamo parte dei Malva, con una formazione leggermente diversa. Il Covid è arrivato proprio nel momento in cui iniziavamo, effettivamente, a suonare in giro con i Malva. Sicuramente ci ha ispirato tanto quel periodo di isolamento forzato, ci ha spinto ad andare verso nuove sonorità, verso nuovi lidi sonori. Così poi abbiamo deciso di cambiare il progetto per intero, di resettarlo. Il disco è totalmente autoprodotto, quindi abbiamo registrato tutto noi e poi l’ha mixato Bruno Germano, che è un personaggio che noi stimiamo molto, di Bologna, che ha prodotto anche Iosonouncane e altri artisti di un certo calibro. Abbiamo avuto tutta la libertà del mondo, e alla fine ci abbiamo messo un sacco, è stato un procedimento molto lungo. 

Avete qualche data in ballo?

Per adesso abbiamo una data il 2 maggio a Reggio Emilia. E poi qualcosa in estate in Toscana a giugno-luglio ancora in via di definizione.

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