Il Men/Go Music Fest è uno dei festival più longevi della Toscana, da oltre 20 anni infatti porta i protagonisti della musica italiana e internazionale ad Arezzo, rinnovandosi anno dopo anno e crescendo insieme alla città che lo ospita.
Giunto quest’anno al traguardo straordinario delle 22 edizioni, il festival si conferma come uno degli appuntamenti più vitali della musica dal vivo in Italia, capace di intrecciare generazioni, linguaggi sonori e pubblici diversi sotto il segno della condivisione.
Nato come rassegna locale e diventato nel tempo un riferimento nazionale e internazionale, il Men/Go ha trasformato il Parco Il Prato in un palcoscenico che ospita artisti affermati e nuove voci della scena contemporanea.
Quest’anno dal 14 al 18 luglio nel parco Il Prato di Arezzo, saliranno sul palco per cinque giorni di grande musica artisti del calibro di: Shame, 2manydjs, il dj set degli IDLES, Motta, i Cani, Ditonellapiaga, Birthh, Subsonica (in anteprima l’11 luglio), Punkcake, Emma Nolde, Maria Antonietta e Colombre, Casino Royale e molti altri.
Abbiamo intervistato il suo fondatore Paco Mengozzi che ci ha raccontato i successi e le difficoltà che stanno dietro un’avventura che è iniziata nel 2002.
Il Men/Go è arrivato alla 22esima edizione che per un festival è quasi un record
Siamo partiti giovanissimi, all’inizio era un evento molto piccolo organizzato da un gruppo di amici. Il festival ha avuto una prima edizione nel 2002, poi siamo tutti partiti per l’università fuori città, per cui c’è stata una pausa di qualche anno e la seconda edizione si è tenuta nel 2006. Nasce tutto in un piccolo parco di periferia in via Alfieri ad Arezzo, dove mio babbo aveva un chiosco di aperitivi, gelati, un ritrovo per i ragazzi e dietro uno spiazzo verde. Visto che avevamo tutti una band ci venne l’idea di organizzare un evento dove poter suonare noi in primis e poi invitare qualcun altro. Fu la voglia di di mettersi in gioco che fece partire il tutto, il nome non è un caso perché quel luogo che mio babbo gestiva si chiamava proprio “Mengo”.
ogni anno cerchiamo di intercettare i prossimi Big, quei musicisti che secondo noi sono molto bravi, forti, hanno talento e potenziale, però un attimo prima che siano “irraggiungibili”
Qual è stato il momento del “salto”, cioè quando il festival è passato da una dimensione locale a un festival di rilevanza nazionale?
Dalla nascita del festival ogni anno si è aggiunto un mattoncino di crescita legato al fatto che abbiamo una base sociale ampia. Tanti di noi sono diventati musicisti o professionisti della musica e ogni anno abbiamo fatto qualcosa in più. Nel 2017 dopo diversi anni di organizzazione, siamo riusciti a invitare al festival Salmo che all’epoca era già un bel nome, non ancora quello di ora, ma è stata una bella sfida. La location però non era più adatta a contenere il livello e i numeri che aveva raggiunto il festival. La situazione diventò ingestibile, perché ci fu l’assalto delle macchine, le code, tutto bloccato. Ci siamo spostati a malincuore perché comunque siamo nati e cresciuti lì. Nel 2018 il parco Il Prato fu l’unica scelta possibile, perché è vicino al centro storico ma isolato, non impatta essendo più alto del resto della città, non ha case davanti, oltre al fatto che è bellissimo, quindi è stata la location perfetta che ci ha permesso poi di crescere anno dopo anno.

Ogni anno proponete un bel mix fra nomi già affermati e un po’ di scouting tra i nuovi cantanti della scena italiana. Quali criteri guidano la scelta degli artisti?
Partiamo sempre da una logica di attualità musicale, dalle uscite discografiche dell’anno in corso sia per quanto riguarda i Big, ma anche e soprattutto per i giovani emergenti. È un lavoro che facciamo tutto l’anno, andando in giro sia per lavoro che per passione. Spesso ci imbattiamo nel nome piccolo, poco conosciuto che ci colpisce e lo seguiamo nei mesi successivi. Nel festival cerchiamo un po’ una sintesi, seguendo la logica di trovare quei tre o quattro big che possano diciamo fare il cartellone, ma cercando anche di intercettare i prossimi big, quei musicisti che secondo noi sono molto bravi, forti, hanno talento e potenziale, però un attimo prima che siano “irraggiungibili”. Per farti un esempio è quello che è successo l’anno scorso con Lucio Corsi, che noi conosciamo da tanto tempo. Quando è arrivata l’estate dopo il Festival di Sanremo era già esploso, ma noi avevamo concordato l’anno prima il concerto e chiaramente siamo stati premiati. Quest’anno nel cartellone ci sono Mille, Birthh, Altea sono artiste che magari ancora il grande pubblico non conosce, però appena salgono sul palco ti rendi conto immediatamente del fatto che sono a un livello altissimo.
Qual è l’impatto del festival sulla città?
L’impatto è stato in progressiva crescita, in senso di presenze ad Arezzo. Storicamente abbiamo una grande base legata alla città, perché siamo nati dal basso e cresciuti anno per anno, quindi c’è un grande seguito cittadino. Però il fatto di portare nomi interessanti ha allargato a un turismo culturale, è aumentato l’indotto turistico, c’è cioè un giro di persone che arrivano da fuori. Il mondo dei giovani è il nostro centro, sono sempre più numerosi i giovani volontari, i gruppi con cui collaboriamo e le realtà esterne con cui ci confrontiamo. Tanti ragazzi ci scrivono, perché vogliono dare una mano, vogliono partecipare, vogliono seguire l’evento. Il festival è un grande lavoro sinergico, h24, che riunisce un bel gruppo di ragazzi e ragazze che si danno da fare, hanno voglia di mettersi in gioco, c’è un grande fermento.
Quali sono le principali sfide che un evento di questa portata vi porta a affrontare? È più facile rispetto a dieci anni fa organizzare il Men/Go oppure oggi è più difficile?
Oggi è più difficile sicuramente, perché purtroppo si è complicato tutto l’aspetto legato alla sicurezza che ovviamente è un punto cardine e va gestito bene, con la massima attenzione. Però tutto quello che è successo negli anni in Italia e non solo ha sempre di più alzato la soglia di questo aspetto che impatta tanto. L’altra difficoltà è far quadrare tutti i numeri dell’evento. Tutto il lavoro che abbiamo fatto negli anni, ci ha permesso di avere rapporti solidi con le aziende del territorio e con le istituzioni, che quindi ci danno una grande mano e permettono di fare un festival comunque in gran parte gratuito. Sai bene che i cachet degli artisti sono saliti e anche i costi fissi sono sempre più alti, quindi la forbice è sempre più larga tra possibilità e realtà. Per questo noi lavoriamo sempre di più per provare a fare un discorso sistemico sul territorio, perché se sul mondo della musica live scatta un interesse strategico rispetto al posizionamento della città al racconto della città, allora è chiaro che noi in un sistema integrato possiamo fare la nostra parte e poi andare a raccogliere i frutti di tutto questo lavoro.
Come ti immagini il futuro del Men/Go? C’è un sogno che volete ancora realizzare, un artista che vorreste portare?
Secondo me il festival adesso ha raggiunto grosso modo la sua giusta dimensione, quello che è il suo standard, la sua “cilindrata”. Però potremmo allargare la proposta e renderlo più diffuso, con palchi distribuiti nella città, eventi collaterali. Ci piacerebbe che il festival si distribuisse su tutta la città e oltre la città, questa potrebbe essere un’idea. Ci sono tantissimi nomi che ci fanno sognare, che sarebbe bellissimo riuscire a portare. Qualche anno fa non ci potevamo neanche provare, perché ancora il festival non era conosciuto da parte degli operatori. Adesso ci siamo aperti ai nomi internazionali, ci piacerebbe riuscire ad arrivare a qualche artista importante, magari del nostro mondo di origine: l’indie-rock-alternative.
Il Men/Go è in parte gratuito, in parte a pagamento, questa è una vostra scelta precisa
Portare il festival tutto a pagamento, conoscendo il territorio il percorso che si è fatto, lo renderebbe più elitario e più piccolo. Il nome che abbiamo scelto: Men/Go Music Fest indica una festa, per noi è una festa che riusciamo a fare con sforzo, grazie al supporto delle aziende e delle istituzioni e che vogliamo resti così, aperta a tutti. Le serate a biglietto compensano il fatto che i cachet sono più alti e volte non riusciamo a portare alcuni artisti solo con i contributi e le sponsorizzazioni. Diciamo che abbiamo raggiunto un equilibrio tra serate gratuite e a pagamento, ma nelle serate a pagamento riusciamo ad avere nomi sempre più importanti.
Men/Go 2026: il programma
