“Sono vasto, contengo moltitudini” le parole del poeta americano Walt Whitman sembrano scritte per raccontare l’universo musicale di Enrico Gabrielli, polistrumentista, compositore e musicista toscano dalla creatività inesauribile, capace nel corso degli anni di attraversare generi, formazioni e linguaggi senza mai smettere di sperimentare.
La sua storia musicale comincia nella banda del paese di Ambra, a Bucine tra Siena e Arezzo, e prosegue attraverso alcune delle esperienze più originali della scena italiana: dai Mariposa ai Calibro 35, dalla composizione di colonne sonore all‘Unità di Produzione Musicale, fino al percorso solista sotto lo pseudonimo di Der Maurer, “il muratore”.
Un’attività costellata di collaborazioni e tournée che lo ha portato a lavorare con artisti come Morgan, Manuel Agnelli, Francesco Bianconi e Vinicio Capossela, fino a nomi internazionali come PJ Harvey e Mike Patton.
Un’attitudine alla ricerca che trova una delle sue espressioni più radicali anche in 19’40”, la collana “anti-classica” fondata da Sebastiano De Gennaro, Enrico Gabrielli, Francesco Fusaro e Marcello Corti, nata per dare spazio ai progetti più spregiudicati e fuori dagli schemi.
Proprio con 19’40” arriva La milleundecima notte, in uscita il 30 settembre 2026 in formato digitale e fisico: la trentesima pubblicazione della collana e una delle ultime release fisiche prima del definitivo passaggio al solo digitale, al termine di dieci anni di attività.
Ma la storia di quest’opera comincia molto prima. Le sue radici affondano infatti nel 2002, negli anni dell’intensa attività dei Mariposa, di Trovarobato e del laboratorio bolognese del Magazzeno.
Nata da un’idea di Gabrielli e di Sergio Giusti, saggista e fratello di Gianluca, già tastierista dei Mariposa, La milleundecima notte era stata concepita per partecipare al Concorso Internazionale di Composizione per Opere da Camera “Orpheus” di Spoleto del 2005.
A distanza di oltre vent’anni, quel progetto torna finalmente alla luce, chiudendo idealmente un cerchio e aprendone al tempo stesso uno nuovo.
Raggiungiamo Enrico Gabrielli al telefono per farci raccontare la genesi, le trasformazioni e il significato di La milleundecima notte, un’opera che attraversa il tempo proprio come il percorso del suo autore.

Ecco la nostra intervista a Enrico Gabrielli
Ciao Enrico hai iniziato a suonare nella filarmonica di Bucine, qui in Toscana. Ti sei mai chiesto che cosa saresti diventato se i tuoi genitori non avessero insistito per farti suonare. La tua vita avrebbe preso tutta un’altra direzione, oppure la musica era già dentro di te?
Credo che avrei fatto il bibliotecario del comune di Bucine. No, non credo la mia sia stata una vocazione. Andavo in banda con lo spirito di stare con gli altri, per suonare uno strumento insieme. E quindi, chi lo sa, non ho idea, sai? Però è stata sicuramente un’esperienza fondamentale, perché grazie a quella cosa me ne sono andato dal paese, a 19 anni.
Sono un musicista, ma mi definisco forse più come creativo. Faccio quello che serve, cose molto diverse, perché la rete di lavoro che ho creato è molto diversificata. Alla fine mi rendo conto che faccio quello che voglio. Più o meno
Lavori molto in solitudine come compositore, ma spesso ti troviamo in formazioni diverse, in band, in tanti collettivi di musicisti in cui hai militato negli ultimi anni. Come convivono questi due aspetti: una parte più privata e una invece in cui ti diverti, mi sembra di capire, a suonare insieme gli altri?
Sono modalità differenti, sono ormai abituato a lavorare con questi multipli modus operandi. Comporre, sì, è un’attività solitaria, però devo bilanciare, non potrei fare soltanto questa cosa, anche se la mia passione sarebbe stata quella. Quando studiavo al Conservatorio ho fatto composizione fino all’ottavo anno. La mia grande ambizione è sempre stata quella di fare il compositore, un lavoro speculativo, di progettazione e quindi da solo.
Leggevo infatti che una delle tue ambizioni è essere un compositore puro, possiamo dire che ci sei riuscito?
Lo sono ma non integrato nel sistema di quello che è il mondo della composizione pura, che è molto stretto, molto chiuso, molto specifico. L’ho toccato in maniera tangente quando facevo soprattutto il clarinettista in un ensemble di musica contemporanea, però non ho mai avuto fortuna anche nei concorsi di composizione. In più ho avuto comunque un percorso di studi disorganico, perché ho fatto il Conservatorio con un maestro, ho fatto i corsi con Salvatore Sciarrino nel ’95, quando avevo 18 anni. Insomma un bel po’ di confusione, e quindi la fine quello che poi ne viene fuori è comunque questa roba strana qua, che è un po’ misto tra empirico e scientifico.
Ti definiresti un musicista indipendente? Com’è oggi la vita di un musicista indipendente?
Non esiste più il concetto di “indipendente” come era prima. Perché indipendente una volta si usava per definire un musicista che non lavora con le multinazionali. Era il termine per chi lavorava con etichette nate con un altro spirito. Adesso non c’è più questa roba, secondo me. Io sono un musicista, ma mi definisco forse più come creativo. Cioè, sono un creativo che lavora anche con artisti che hanno contratti con major, quindi non sono esattamente un indipendente. Non professo nessun tipo di punto di vista o credo etico da questo punto di vista. Faccio quello che serve, cose molto diverse, perché la rete di lavoro che ho creato è molto diversificata. Alla fine mi rendo conto che faccio quello che voglio. Più o meno, insomma.
Come è nata l’idea della collana 19’40”, è un tentativo di cercare un rapporto privilegiato col pubblico, o più una ricerca di libertà?
19’40” è nata quando io e Sebastiano De Gennaro ai tempi, quando iniziamo l’esperienza insieme di concerti in giro, volevamo provare a portare musica scritta, “colta”, nei club, nei pub, nei viaggi. Avevamo cominciato a registrare materiale, però non avevamo nessun tipo di label a cui rivolgerci. Quindi abbiamo deciso di farla noi, coinvolgendo Francesco Fusaro e poi a un certo punto Marcello Corti, direttore d’orchestra. Con questo quartetto di teste abbiamo, partendo dalla collana discografica, abbiamo fatto anche molto altro: rassegne, concerti, performance, installazioni, progetti più o meno per bambini, più o meno per adulti. Tanta roba, tantissimo materiale. L’abbiamo definita musica “anticlassica” perchè avevamo l’ambizione di creare dei classici prima che fossero definiti tali.
Hai una curiosità inesauribile. Come ti avvicini a un nuovo progetto? Cosa ti ispira? Ti fa ispirare dagli altri? Da quello che ascolti?
Il mio è un lavoro di ricerca e divulgazione, non di sperimentazione. Mi piace fare cose in cui imparo io qualcosa, ma che magari possono essere utili anche per gli altri. Studio colonne sonore, faccio documentari home made, approfondisco case di produzione, cose così.

La milleundecima notte
Come hai realizzato La milleundecima notte? Sei partito da un libretto che già esisteva se ho capito bene
Quando siamo partiti dovevano fare un concorso di musica per scrittura d’opera lirica, molto tradizionale, si chiamava Orpheus. Era il 2002-2003, io ero nel pieno del periodo Mariposa, era un ciclo della mia vita diverso. In quel periodo con Sergio Giusti progettammo l’idea di fare un’opera lirica basata su un racconto di Michael Ende di cui sono un grandissimo estimatore. Michael Ende è sempre stato una grande fonte di ispirazione.
Il mio è un lavoro di ricerca e divulgazione, non di sperimentazione. Mi piace fare cose in cui imparo io qualcosa, ma che magari possono essere utili anche per gli altri
Cosa ti ha colpito del racconto di Michael Ende, secondo te qual è il senso di questa storia?
Questa è una storia che si incastra sul fatto che non è chiaro che cos’è la libertà, forse la prigione è essa stessa una libertà, o forse l’essere liberi è una prigione, forse è un’utopia. Michael Ende lo spiega con una parabola che proviene dall’immaginario arabo e mediorientale. E’ un racconto che ha anche il gusto tipico di Michael Ende del surreale, del notturno e dell’ancestrale, che per esempio è molto forte nella scrittura de La storia infinita. Forse non tutti sanno che l’immaginario di Michael Ende è nato a Roma, cioè lui viveva a Genzano quando scritto La storia infinita. , Tutto quel mondo, le colonnate, gli oracoli, le statue sono a Roma. Quello che abbiamo fatto noi è stato spostarlo nel 2005, che ai tempi era il futuro, in una guerra a Baghdad che era ancora in pieno corso. Ancora oggi ci sono guerre, è totalmente incredibile, parlavamo del futuro e ancora oggi è così, in Medio Oriente ci sono guerre, ci sono ancora gli americani.
La milleundecima notte è un’opera che parla di guerra, un tema importante più che mai, a chi è rivolta?
Non mi sono assolutamente lesinato in semplicismi, sono 50 minuti di musica molto complessa, quindi è un’opera ostica, molto ostica, in cui non mi sono assolutamente concesso a nessuno. Non è fatta per essere ascoltata in contesti popolari, è stata pensata tanto tempo fa, ma era molto speculativa, su carta. Per cui alla fine non va incontro a nessuno, quelli che possono riuscire a capirci qualcosa sono molto pochi. Ma va bene così, non è pensata per questo, E’ pensata come la chiusura di un mio cerchio personale e della collana 19’40”, è il trentesimo disco della serie, il penultimo di quelli fisici che faremo, una collana che è giusto che si chiuda adesso.
Sarà possibile ascoltarla dal vivo?
No, stiamo pensando di fare dei listening party, cioè degli ascolti pubblici, in cui racconto la genesi del lavoro, magari spiego, faccio vedere delle partiture, dei disegni. Questo è quello che faremo probabilmente, perché allestirla è complesso, è impossibile.
Il prossimo disco che chiuderà la collana 19’40” quale sarà?
Il tema sarà la musica comica, è un disco di compositori di musica classica che hanno scritto per far ridere, è una selezione di compositori come P.D.Q. Bach, Les Luthiers, Federico Maria Sardelli che è un grande compositore che fa barocco. Dovrebbe uscire a dicembre del 2026, alla fine dell’anno e della collana.
