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Mai Mai Mai a caccia dei fantasmi: dal profondo sud dell’Italia ai Jinn della Palestina

Venerdì 2 ottobre Toni Cutrone in arte Mai Mai Mai porta “Karakoz” nella cripta del Museo Marino Marini per Fabbrica Europa. Un viaggio tra “hauntologia mediterranea”, memoria, rituali, suoni e presenze invisibili, dalle sedute spiritiche al cuore della Palestina

Credete ai fantasmi? Quelle presenze testimoni di un passato che non è mai davvero passato, quelle voci che continuano a risuonare nei luoghi, nelle storie, nella memoria?

È una domanda a cui da anni cerca di rispondere Toni Cutrone, artista romano che dal 2012 porta avanti il progetto musicale Mai Mai Mai, una ricerca sonora che attraversa il confine sottile tra musica, rituale, folklore e dimensione spirituale.

La sua è una sorta di “hauntologia mediterranea”, un viaggio oscuro e visionario attraverso memorie, tradizioni e fantasmi del Sud, lontano dalla nostalgia e piuttosto alla ricerca di ciò che ancora oggi continua a vivere sotto la superficie.

Un immaginario che nel nuovo album “Karakoz” si apre alla Palestina, il disco nasce infatti dalla residenza artistica che Cutrone ha realizzato tra gennaio e maggio del 2024 tra Ramallah e Betlemme, in collaborazione con Radio Al-Hara, incontrando musicisti, esplorando archivi e registrando sul campo suoni e voci di una terra ferita dalla guerra.

Venerdì 2 ottobre Mai Mai Mai porterà tutto questo universo nella cripta del Museo Marino Marini di Firenze, nell’ambito della rassegna Fabbrica Europa.

Nell’intervista con lui parliamo di fantasmi e di memoria, di Palestina e di “Karakoz”, ma anche dell’Italian Occult Psychedelia che Cutrone ha esplorato al DalVerme di Roma. E parleremo ancora di fantasmi, quelli più intimi e familiari, perché il suo prossimo disco, atteso per il 2027, nascerà dalle registrazioni e dai racconti legati alle sedute spiritiche della madre.

Ecco la nostra intervista a Toni Cutrone

Ciao Toni, ho scoperto che durante la tua infanzia a Crotone hai partecipato spesso alle sedute spiritiche di tua madre. Mi sembra che nella tua musica si riflettano ancora oggi queste esperienze un po’ fuori dal comune

Sto lavorando proprio a un progetto su questo. È un’esperienza che ho vissuto fin da piccolo anche in maniera inconscia. Sapevo che c’erano queste stanze, porte chiuse al di là delle quali succedevano cose che all’inizio erano sedute spiritiche, poi piano piano sono diventate altro: trance guidate. Per me era tutto molto affascinante, quindi ho sempre avuto fin da piccolo un rapporto privilegiato con gli spiriti che ci vivono intorno. È stato naturale per me iniziare a lavorare su di loro anche con la mia musica, quasi come fosse lo stesso cammino che si evolveva, legandosi alla mia pratica artistica. Volevo lavorare con questo passato fortissimo, intenso che abbiamo, senza però trattarlo etnologicamente, cioè un po’ da museo, da “teca”, ma come materiale vivo. Per il nuovo progetto che dovrebbe uscire a fine 2027 l’idea è quella di far uscire un libro con testi che sono proprio le trascrizioni delle trance, insieme a altre parti che scriverò io per introdurre, per spiegare, per smorzare e poi un disco. Quindi sto lavorando su un tessuto musicale che comprende le trance (di cui ho tutta la documentazione su cassette) e altri suoni. È un lavoro complesso.

ho sempre avuto fin da piccolo un rapporto privilegiato con gli spiriti che ci vivono intorno. È stato naturale per me iniziare a lavorare su di loro anche con la mia musica, quasi come fosse lo stesso cammino che si evolveva

Penso che ogni artista, ogni musicista sia di per sé un medium, perché traduce in arte o musica quello che sente intorno, come un diaframma fra un altro mondo e quello in cui viviamo

La parte live di Mai Mai Mai è proprio pensata come un rituale, io indosso una tunica, un vestito. L’idea è proprio quella di un piccolo rituale intimo, un momento molto intenso per le persone che viene guidato appunto da questo personaggio che è Mai Mai Mai. Nei concerti cerco di depersonalizzarmi, non sono più io, non c’è il mio viso, ma non lo faccio per nascondere l’identità, è come fosse uno spettacolo di teatro che va in scena. Mai Mai Mai possiamo chiamarlo non so, il bishop, il vescovo, il medium o lo shamano. Poi ci sono i video dietro che accompagnano, il fumo, le luci e si crea la situazione adatta per raggiungere a livello un po’ più intenso l’ascoltatore. L’idea non è semplicemente ascoltare musica ma è creare un ambiente adatto per trasmettere quello che c’è da dire, quindi medium è in effetti la parola adatta per descrivere tutto questo.

Per dieci anni sei stato uno dei protagonisti della scena dell’Italian Occult Psychedelia che si è sviluppata legandosi a filo strettissimo con il locale DalVerme di Roma e con il Thalassa Festival. Una scena che ha visto nascere artisti del calibro di Lino Capra Vaccina, Father Murphy e altri. Cosa resta oggi di quel fantastico decennio così creativo, così vivo e brulicante?

È rimasto tanto, nel senso che molte delle persone che ne facevano parte continuano a loro modo a fare musica, non è una realtà che è andata persa. È qualcosa che ha fatto parlare di sé sia in Italia che all’estero. Il DalVerme a Roma rimane un luogo iconico, era un piccolo quartier generale della scena di avanguardia, di ricerca, di sperimentazione aperta a tutti e a tutte. Sapere che ci sono persone che vivono adesso e fanno cose grazie a quell’insegnamento per me è importante. Tra loro ci sono anch’io appunto, che continuo ovviamente a fare, organizzare, suonare e via dicendo. A livello di scena, secondo me l’Italian Occult Psychedelia ha dato tanto e poteva forse dare di più, nel senso che molti dei progetti poi si sono un po’ sfaldati, è stata una scena forse un po’ effimera. Però siamo riusciti a far parlare di noi e di questo mondo, a creare una nuova onda di musica italiana, che anziché rifarsi appunto all’America, agli Stati Uniti, all’Inghilterra, lavorava davvero tanto con le proprie radici, l’avanguardia italiana degli anni 60-70.

Per esempio anche il progetto che poi ho fatto con Lino Capra Vaccina nasce proprio dalle ceneri di quella scena, lui era un padre putativo, un fondatore per noi. Adesso collaboriamo insieme e portiamo avanti questo incrocio tra vecchio e nuovo, tra quell’epoca dell’Italia e quella nuova, tra gli anni 70 e i 10-20 di adesso. Quindi resiste ancora il rapporto tra giovani e gente della vecchia guardia, c’è tanta voglia di sperimentare riguardando alle nostre radici, e l’Italian Occult Psychedelia è la scena che ha impostato questa attitudine.

Mai Mai Mai

Passando a parlare del tuo ultimo disco, hai registrato “Karakoz” viaggiando in Palestina, o meglio in Cisgiordania, mi interessa sapere come si è realizzata questa residenza, anche dal punto di vista logistico, perché immagino non sia stato semplice

Sì, allora diciamo che noi siamo stati appunto nelle West Bank, in Cisgiordania, non a Gaza dove ovviamente è tutto un altro discorso. Gaza è una sorta di prigione a cielo aperto, chi sta dentro ha difficoltà a uscire, entrare è complicatissimo. Diciamo che la Cisgiordania tendenzialmente dovrebbe essere un po’ più facile, nonostante sia sempre sotto occupazione, la situazione è sempre pesante, però insomma è possibile andare ed è possibile farci cose. Per noi in questo momento che è abbastanza focalizzato su morte, bombardamenti, guerre, genocidio, era importante l’idea di far vedere che c’è gente che vive lì e fa una battaglia quotidiana non solo per esprimersi, per portare avanti la propria arte, la propria musica e per fare attività culturali, ma proprio per evitare di essere zittiti dall’occupazione che vuole cancellare in toto la memoria di quella cultura, è un gesto di resistenza che deve essere fatto. C’è chi combatte in altri modi, noi musicisti e artisti abbiamo l’obbligo di farlo con i nostri mezzi. L’idea di andare lì è nata prima del 7 ottobre 2023, tutto il progetto era nato in estate, grazie ai ragazzi di Radio Al-Hara, che è questa radio palestinese di base a Betlemme. Loro hanno un centro culturale di residenze dove fanno cose bellissime e tramite loro abbiamo pensato e organizzato questa residenza. Poi quando è successo quello che è successo il 7 ottobre, si è complicato tutto tantissimo. A un certo punto stava per saltare tutto perché sembrava infattibile, poi nel gennaio 2024 ho deciso di partire, è stata una scelta ovviamente intensa e forte però ci tenevo tantissimo e quindi l’abbiamo portata avanti nonostante la situazione fosse brutta. Dopo il 7 ottobre era un momento caldissimo, era tutto abbastanza impenetrabile, i vari checkpoint erano quasi tutti chiusi, quindi oltre a non poter passare i palestinesi che di solito difficilmente possono passare, anche per gli occidentali era impossibile spostarsi in certe zone ed è stato logisticamente tutto molto difficile, ma comunque fattibile. D’altronde è una terra in cui non c’è mai stato un momento tranquillo, è comunque una terra che da 70 anni è sotto occupazione, se ci vai sai che è un momento difficile da sempre.  

La parola “Karakoz” indica il teatro delle ombre, tipico dell’impero ottomano, un momento in cui i Jinn sono liberi di vagare e veicolare la forza della musica. Hai incontrato i Jinn nel tuo viaggio?

Il mio disco precedente “Rimorso” era molto legato agli spiriti, ai rituali del sud Italia. La copertina di Rimorso è una maschera sarda, legata un po’ a questa arcaicità che fa parte sia del meridione italiano, sia del mediterraneo più in generale. Approcciandomi al mondo palestinese avevo voglia di legare anche a livello visuale quello che stavamo facendo con la musica, però senza essere troppo scontato, usando dei cliché. Con un’altra artista abbiamo lavorato a una parte video, un’installazione in cui abbiamo usato i personaggi del teatro delle ombre. Quindi l’idea era che ci fossero queste ombre che raccontano storie, che un po’ metaforicamente sono poi le voci che senti nel disco. Per chi non le conosce ovviamente sono ombre, fantasmi, spiriti, e quindi ci colleghiamo anche ai Jinn, che appunto sono un po’ gli spiriti della mistica araba. Sono esseri che sono dei tramiti tra il mondo terreno e quello del cielo e possono essere chiamati, invocati, un po’ come si fa anche nell’occultismo occidentale, però quella è la versione araba. Li ho studiati, sono molto affascinanti, volevo seguire queste leggende. Ci sono dei luoghi in cui puoi incontrare i Jinn, tra cui per esempio il vecchio mercato di Betlemme, quindi sono andato lì a realizzare delle registrazioni. Oltre ad essere belle sonoramente, volevo vedere se riuscivo a scoprire il Jinn, a sentire cosa aveva da dire, però poi tutto è rimasto a livello immaginifico. Quindi l’idea del disco era quella di avere queste ombre e questi spiriti che raccontano le loro storie ed escono attraverso i pezzi e le tracce del disco.

Per te che cos’è un fantasma? 

Secondo me i fantasmi, o comunque gli spiriti (mi piace più chiamarli così), sono essenze che ci circondano. Si può dire che sono dentro di noi perché rispetto a una sensibilità più o meno acuta, si possono sentire, cioè ci si può entrare in contatto. Per me è quasi una sorta di animismo, ogni cosa ha i suoi spiriti, un evento storico, un luogo o persone che hanno avuto un’energia molto intensa e quindi ancora la puoi sentire, in qualche modo. Comunque sono forme energetiche, essenze, chiamiamole così, con cui si può entrare in contatto se ovviamente si abbattono un po’ di muri e un po’ di confini, a cui siamo abituati, soprattutto adesso nel nostro mondo occidentale. Spesso, se si chiudono gli occhi e ci si concentra un po’ di più, se si medita, si può entrare in contatto con questo qualcosa che c’è in più. Io li chiamo spiriti, poi ovviamente non è il fantasma di una persona magari che ti dice qualcosa, però c’è un’energia che ti viene trasmessa e magari messaggi che ti vengono risvegliati dentro, grazie proprio a questo rapporto con un “altro” che non è nel mondo visibile, ma è nel mondo invisibile.

Karakoz, Mai Mai Mai

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