Ai sopravvissuti spareremo ancora: quella Toscana selvaggia di frontiera

di Ilaria Giannini

Intervista allo scrittore carrarino Claudio Lagomarsini, che ha esordito per Fazi con un romanzo dissacrante ambientato nella provincia toscana al confine con la Liguria, che si stringe tra il mare e le Apuane

Due fratelli, l’introverso Marcello e il piccolo ma più integrato Salice, si ritrovano adolescenti in una famiglia frantumata: i genitori si sono separati e il padre è andato a vivere in Brasile, mentre la madre si è accompagnata con un uomo gradasso e prepotente, soprannominato da Marcello Wayne per il suo amore per i western. E poi c’è la nonna, un’anziana sboccata che sembra uscita da un film di Monicelli e alla sua età non ha rinunciato come dice lei all’amore, che ha trovato nel Tordo, il vecchio vicino di casa che in quanto a spacconate rivaleggia con Wayne.
Intorno a loro c’è una provincia selvaggia e cattiva sul confine tra la Toscana e la Liguria, stretta tra il mare e le Apuane, dove vige la legge del più forte. Parte da queste premesse Ai sopravvissuti spareremo ancora, il primo romanzo di Claudio Lagomarsini, scrittore nato a Carrara e oggi ricercatore di Filologia romanza all'Università di Siena. Il suo esordio per Fazi è un’opera tragicomica che tratteggia con pennellate vivissime e reali un angolo di Toscana ancora poco raccontato.

Claudio, come è nata l’idea di questo romanzo?
«Chi conosce superficialmente la Toscana tende a credere che sia tutta uno smisurato Chianti; invece, come sappiamo, la nostra è una regione molto variegata, con identità locali anche molto diverse tra loro. Molte di queste realtà sono state ampiamente raccontate e rappresentate in letteratura, mentre altre sono rimaste al di fuori dell’universo letterario. Mi sembrava che tra gli esclusi ci fosse anche la zona di confine tra Toscana e Liguria, dove sono cresciuto io. Da qui è nata l’idea di raccontare una storia ambientata in quei luoghi, che sono sì particolarissimi (tra mare e montagna, tra campagna e città, tra aree dialettali diverse), ma anche rappresentativi della Provincia italiana con la maiuscola e di una certa umanità che, in provincia, alligna più facilmente che nelle grandi città»

Racconti una provincia spietata, quasi tribale, dove i rapporti di forza sono ben delineati e sembra difficile riuscire ad affrancarsi, come prova a fare infatti senza successo il liceale Marcello. Pensi che la provincia degli anni Zero in cui è ambientato il libro oggi sia ancora così?
«Mi pare che, come altri paesi, anche l’Italia proceda a due velocità ben distinte: da una parte hai una metropoli come Milano, che dal 2002 (anno in cui è ambientato il romanzo) a oggi ha subìto numerosi cambiamenti, sia sociali sia urbanistici: penso ad esempio alla cosiddetta “gentrificazione” di quartieri disagiati che si trasformano in zone esclusive. Dall’altra parte c’è la provincia, che nel bene e nel male si modifica a rallentatore. Quindi, sì, ho l’impressione che in vent’anni non ci siano stati enormi cambiamenti nel microcosmo che ho rappresentato nel romanzo. Del resto, Quando torno nella mia città d’origine ho l’impressione che si parli sempre delle stesse cose, che si discutano sempre gli stessi irrisolvibili problemi. In questo ci sono aspetti negativi, certo, ma ne ricavo anche una grande nostalgia: ogni volta che vado a Carrara mi sembra di tornare indietro agli anni della mia adolescenza.»

Al centro del libro ci sono due fratelli agli antipodi, uno ha saputo adattarsi all'ambiente in cui è cresciuto, mentre l'altro è più fragile: come mai hai deciso di intessere tra di loro un dialogo ormai impossibile, che avviene solo a distanza di anni grazie alle pagine di un diario?
«Inizierei con il dire che nel romanzo i due fratelli, quando vivono insieme, hanno sedici e diciotto anni: nella mia esperienza è stata un’età difficile, in cui non era facile comunicare ed esprimersi in generale, figuriamoci in famiglia. Nel 2002, Marcello e il Salice (com’è soprannominato il fratello minore) comunicano tra loro soprattutto scambiandosi parolacce, spinte e calci. Poi succede qualcosa – su cui non mi soffermo per non guastare la sorpresa ai lettori – e nel 2017, quando il Salice ritrova alcuni quaderni scritti da Marcello nell’estate di quindici anni prima, riprende il filo interrotto di una comunicazione impossibile. La scrittura diventa, così, l’occasione per ascoltare un fratello che non si era mai ascoltato. E mi sembrava una buona idea per un romanzo, che diversamente da altre forme di narrazione è appunto costruito interamente sulla scrittura.»

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Wayne, il Tordo, la nonna, sono personaggi terribili, spacconi, piantagrane e sessisti, in cui però come scrive il narratore "la grettezza si impasta con la simpatia" e non si può fare a meno di ridere. Sei consapevole di aver innervato il romanzo con la migliore comicità amara toscana?
«Mi fa molto piacere che tu abbia apprezzato questo aspetto, perché l’ironia è, in effetti, uno dei livelli e uno dei registri su cui ho investito di più mentre scrivevo. Da lettore non amo le divisioni nette tra buoni e cattivi sempre uguali a se stessi; al contrario, mi piacciono i personaggi sfaccettati e complessi o che, addirittura, da eroi si trasformano in cattivi e viceversa. Nel romanzo, ci si può sorprendere a ridere “di” ma anche a ridere “con” alcuni personaggi, che ora sono odiosi e arretrati, ora ti sorprendono con una battuta effettivamente divertente. Per capirci meglio, è l’effetto che fanno certe macchiette di Carlo Verdone, come ad esempio l’indimenticabile Ivano, il “coatto” di Viaggi di nozze: se non sei un cavernicolo come lui, sei costretto a detestarlo; se però hai un briciolo di cuore, sei costretto ad amarlo.»

Chi sono i sopravvissuti di questa storia e come è possibile sopravvivere alla propria famiglia?
«Tutti i personaggi del romanzo sono, in un modo o nell’altro, sopravvissuti: Wayne e la sua nuova compagna hanno alle spalle le rovine di precedenti famiglie, franate anni prima, e lo stesso vale anche per la nonna e per la moglie del Tordo. Il Salice e il Marcello stanno sopravvivendo alla fine di un “esperimento familiare” fallito e, quando li conosciamo, stanno provando a trovare la propria dimensione in quella che Marcello chiama, non senza ironia, una «Grande Famiglia Moderna». Non saprei dire come si sopravvive alla propria famiglia. Odiarla e basta se è stata un’esperienza negativa non è la soluzione, credo, ma neanche idealizzarla se invece è stata un luogo di felicità e armonia. Ogni famiglia ha le proprie particolarità e, molto spesso, numerosi problemi, con i quali siamo costretti a fare i conti se vogliamo andare avanti in modo sereno».

Leggendo il tuo romanzo ho pensato alla provincia versiliese di Fabio Genovesi ma anche a quella lucana de La straniera di Claudia Durastanti, ci sono dei romanzi e dei narratori che hai tenuto come riferimento o ispirazione?
«Ho letto il romanzo della Durastanti mentre davo gli ultimi ritocchi al mio in vista della pubblicazione. Ne La straniera, oltre alla provincia lucana, bisogna dire che c’è anche quella americana: la narratrice-autrice, infatti, vive parte della propria infanzia a Brooklyn, che è una sorta di “provincia di New York”. Nel mio percorso di formazione letteraria c’è stata una fase, per me molto importante, di immersione nella narrativa anglo-americana. I romanzi di Jonathan Franzen, ad esempio, si muovono spesso tra una realtà urbana o metropolitana e una dimensione provinciale, che nel suo caso è quella del Midwest. Qualcosa di simile caratterizza anche la narrativa di Philip Roth – altro autore che considero una fonte di ispirazione –: non solo Roth ci parla della realtà provinciale di Newark, ma rappresenta l’universo particolarissimo delle famiglie di ebrei americani, isolate rispetto ai cosiddetti Wasp (anglo-sassoni bianchi e protestanti). Direi che questi elementi e questi spunti, riconsiderati alla luce del mio personale vissuto, hanno avuto una notevole importanza nel motivarmi a raccontare la storia di Ai sopravvissuti spareremo ancora, che tutto sommato si può leggere anche come un western della provincia italiana: Wayne, uno dei protagonisti, non è altro che un cowboy della frontiera tosco-ligure.» 

25/02/2020