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Amerigo Fontani: “Sono entrato dal portone principale nel cinema, teatro e tv, a fianco dei grandi”

L’attore fiorentino, allievo di Gassman, interprete per Glauco Mauri, protagonista de La Vita è bella di Benigni, nella serie L’Ultima de’ Medici recita a fianco a Piera degli Esposti nel ruolo del notaio Jacopo Guiducci

Amerigo Fontani - © Foto Amerigo Fontani

Protagonista della serie docu-fiction tv L’Ultima de’ Medici che andrà in onda su Sky Arte – dove gioca il ruolo del notaio Jacopo Guiducci – l’attore fiorentino Amerigo Fontani. Statura imponente e occhi celesti sornioni da gigante buono, capelli brizzolati e fascino italiano. Attore poliedrico, Amerigo Fontani ha avuto da sempre il privilegio di lavorare con il grandi, in teatro, al cinema, in tv.

Ha esordito alla ‘Bottega teatrale’ di Vittorio Gassman alla fine degli anni ’70; ha lavorato a fianco di Glauco Mauri; ha interpretato un ruolo importante nel film La Vita è bella, film premio Oscar di Roberto Benigni, dove era Rodolfo, l’aspirante marito di Dora (Nicoletta Braschi); in tv ha recitato in serie di successo, da Centovetrine a Pezzi Unici.

Amerigo la sua prima passione è stata il teatro, e si è trovato subito accanto ad un grande, Vittorio Gassman, che ricordi ha di quel periodo vissuto accanto a lui?

Mi ricordo il primo incontro: ero emozionato e in soggezione, me lo immaginavo imponente, così come lo avevo visto a teatro. In realtà, sì, era molto alto, ma non più di me e quello che lo rendeva veramente imponente era il suo portamento, la sua personalità esplosiva, di attore e mattatore eccezionale. Mi spiace solo di averlo conosciuto quando ero molto giovane: dopo tanti anni di lavoro, ora saprei molto meglio cose chiedergli. Ma in quegli anni giovanili ero una vera e propria spugna, a fianco a lui avevo la curiosità e la voglia di leggere, scrivere, provare… sono stati anni intensi che hanno aperto una porta dentro di me, per tirare fuori qualcosa che non sapevo di possedere. Poi, come spesso accade quanto sei stato accanto ad un grande maestro, in seguito ho anche dovuto lavorare per trovare una mia strada, per scrollarmi di dosso la personalità di un maestro che mi aveva letteralmente pervaso. Altro grande maestro a cui devo molto è Glauco Mauri, con il quale ho lavorato dieci anni, negli anni ’90: un vero uomo di teatro, che ha dato tutto per questa arte e che ancora oggi continua a lavorare, nonostante l’età.

Poi, dal teatro al cinema, dove ha incontrato un altro grande, Roberto Benigni.

Come attore mi sono sempre sentito un po’ “prestato” al cinema, mi considero sempre, infatti, un attore teatrale. In realtà l’incontro con Benigni ha aperto un’altra grande porta in me. La mia fortuna è stata sempre quella di partire dal portone principale, anche al cinema: ho iniziato con il film La Vita è bella che ha vinto 3 premi Oscar ed è stato un successo planetario.

Qual è il suo rapporto con il noto attore e regista toscano?

Di grande curiosità reciproca, tra noi c’è sempre stata una grande voglia di conoscersi. Lavorndo con lui, ho scoperto che Roberto, al di là delle apparenze di istrione e improvvisatore, ha carattere riflessivo, indagatore, ed è anche un grande lavoratore. Quello che sul palco o al cinema sembra frutto di improvvisazione, in realtà nasce da una grandissima e capillare preparazione. Le sue battute sono studiale e quasi sempre scritte, e questo mi ha insegnato molto. Ho capito come si arriva al successo, con il duro lavoro e l’attenzione al particolare.
Da un punto di vista umano siamo sempre stati molto bene insieme. Dopo il film, una mattina, quando stava per andare al festival di Cannes – dove il film avrebbe vinto il Grand Prix della Giuria – mi telefono e mi disse: “ vedrai Amerigo che stasera c’è una sorpresa”, riferendosi al premio. A quel punto io e Bustric, altro interprete del film, volevamo affittare uno smoking e andare anche noi… ma poi non se ne fece di nulla.

E’ cambiato qualcosa dopo La vita è bella?

Sì e no: il film mi ha dato una nuova popolarità, ma sono arrivati ruoli per la televisione, piuttosto che per il cinema.

Ed ecco un altro media, dove è entrato dal portone principale. Come ha vissuto questa nuova esperienza?

Per me la televisione è un’esperienza quasi da bottega artigianale: la continuità, le produzioni di serie tv, mi hanno molto aiutato a sciogliermi davanti alla macchina da presa. Portare avanti una produzione per 8 o 10 puntate ti fa acquisire una dimestichezza con la macchina da presa veramente eccezionale.

Nella serie in onda su Sky Arte a novembre, L’ultima de’ Medici,  lavora a fianco di un’altra grandissima attrice, Piera Degli Esposti, anche in questo caso la domanda è d’obbligo: che effetto le ha fatto stare a fianco ad un ‘mostro sacro’ del teatro e della tv italiani?

Lavorare a fianco a Piera è stata un’esperienza inaspettata e sorprendente. Ho cercato di starle a fianco con grande umiltà e rispetto. E poi ci siamo trovati benissimo! La cosa più bella per me è stata quando mi ha detto: “Amerigo, ma lo sai che noi si lavora bene insieme?”.
Al ciak lei diventa una leonessa, pur rimanendo una persona di una dolcezza incredibile. Nella serie io sono la sua spalla, il testimone del suo racconto. Interpreto il ruolo di Jacopo Guiducci, il notaio che ha redatto il famoso “Patto di famiglia”, voluto da Anna Maria Luisa de’ Medici (da lei interpretato), per la salvaguardia dei beni artistici di Firenze, resi così inalienabili rispetto al passaggio di proprietà dai Medici ai nuovi Granduchi di Lorena. Si tratta dell’atto che ha salvato il patrimonio artistico fiorentino, che altrimenti si sarebbe disperso in Francia e in altre corti europee.

Grazie alla docu-fiction è potuto entrare nelle pieghe più profonde della storia di Firenze: da oggi la città le appartiene sempre di più?

Firenze mi è sempre appartenuta e questa serie è un tassello in più del mio essere fiorentino. Il mio sentimento di appartenenza alla città è stato talmente forte da non essere mai voluto emigrare a Roma per fare l’attore: sono rimasto e ho trovato a Firenze la mia dimensione umana e professionale, un risultato non scontato. E sento, con questa docu-fiction, di aver regalato qualcosa di bello a Firenze.

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