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Italia-Inghilterra, quella finale che è anche il nostro sogno di rinascere

Questa squadra è la grande bellezza del calcio coraggioso. Racconta la nostra voglia di uscire dalla prigione fisica ed emozionale e del bisogno (da maneggiare con attenzione) di gioia collettiva

- © Fb Nazionale Italiana di Calcio

Troppe storie dentro questa finale europea per non rischiare di perdersi.  C’è la Brexit e un’Inghilterra invariabilmente snob che continua a tenere i piedi in due staffe. Politicamente fuori, calcisticamente dentro la sfida finale del continente ripudiato quasi con strafottenza. Piccole cose? Mah, sicuramente una novità.

Poi accade che lo stesso giorno, nella stessa città, scende sull’erba Matteo Berrettini, il primo italiano a prendersi una finale a Wimbledon. Il ragazzo è romano ma ha ereditato dal nonno il tifo per la Fiorentina. Ogni viola di Toscana avrà una ragione in più per vivere una domenica di tifo bestiale.

Poi, soprattutto, c’è la sfida tra due nazionali diverse nello stile di gioco e rinate dopo flop più o meno sorprendenti. Questa Italia è la grande bellezza del calcio coraggioso. Non manca l’equilibrio, chiaro, ma i disegni sul campo voluti da Mancini sono decisamente stilosi. Pochi tocchi, possesso duro e puro, fino a quando non si trova lo spazio per l’assist o si inventa qualcosa sulle fasce, dove le accelerazioni possono far cambiare strada alla partita. Ma la vera sorpresa sta tutta nella simpatia di un gruppo che per troppi anni ha vissuto ai margini dell’entusiasmo e dello spettacolo, di fatto rappresentando un calcio polveroso e malato. Inversione a U. Mancini ha perfino imparato a sorridere e da ex fenomeno sul campo conosce le regole: se ti diverti ogni sacrificio non sarà un trauma ma un’occasione per dare una mano al gruppo, parolina magica, questa, spesso abusata, ma fondamentale, comunque.

Una nazionale che è un’entità collettiva che vale più del mito individuale

E il gruppo c’è e gioca al posto di un fenomeno che fatica a uscir fuori da questa nazionale che vale più come entità collettiva che come terra del mito individuale. Certo, di giocatori forti ce ne sono. E il fatto che il più forte di tutti si chiami Jorginho e giochi nella Premier forse racconta molte cose, soprattutto di una Premier che quando vuole può, perché gli ingaggi valgono almeno il triplo di quelli di casa nostra, dove il post covid parla spesso la lingua dell’austerità. Anche nel gioco, diciamocelo.

Non sono pochi quelli che seguono la Premier al posto delle gare di casa nostra, spesso vittime della noia. Più velocità, meno tatticismi, partite che sembrano lunghi piani sequenza senza interruzioni. Beh, non esageriamo. Ma il senso è questo.  Ed è buffo pensare che se Southgate è arrivato fino a qui, oltre che per un rigore inesistente consesso da una sala var evidentemente alcolica, è proprio perché l’inconcludente nazionale inglese ha scoperto il senso pratico, l’importanza del saper occupare gli spazi e sfruttare le individualità di gente come Sterling e Kane, che da prima punta partecipa al gioco diventando spesso uomo assist. Beh, stavolta il pragmatismo sta nel campo degli avversari.Qui da noi c’è più coraggio, geometria, fantasia, padronanza del gioco. Sì, vero, il pressing spagnolo aveva cambiato un po’ le carte in tavola, ma la duttilità e un po’ di fortuna ha permesso all’Italia di arrivare a Wembley, il che aumenta il valore dell’impresa. E poi. Poi c’è un Mancini più maturo e perfino empatico. 

L’accoppiata con Vialli sfiora il romanticismo sportivo. E il valore dell’entusiasmo dato da statistiche che raccontano la crescita della squadra nel tempo dimostrano che tutto questo è meritato e che Italia-Inghilterra, alla fine, è la finale giusta per questo Europeo. Senza dimenticare la storia.

L’invenzione del calcio e il contestato primato inglese

No, non il fatto che l’ultima vittoria continentale racconti i gol di Gigi Riva e Anastasi (era il ’68, quello delle rivolte studentesche, praticamente preistoria), ma questa rivendicazione inglese riguardo all’invenzione del calcio. Primato contestato da chi fa risalire il tutto a molti secoli prima, quando a Firenze nacque il calcio storico, quello che magari molti turisti inglesi vengono a vedere in Santa Croce, a Firenze. Già, ancora Firenze. Di rinterzo. Il tifoso viola Berrettini, le sfide muscolari tra i quartieri coi loro colori. Un calcio un po’ più spigoloso, diciamo, e con regole diverse. Ma si chiama calcio, quindi gli inglesi devono stare sereni, a occhio.

Una cosa è certa: nel rock non c’è partita, nel gossip reale nemmeno, visto che qui non c’è una royal family. Ma se il calcio inglese è quello globalizzato, quello che appare sui televisori dei bar e dei pub di trequarti di pianeta, quando arrivano le nazionali i valori cambiano e non di poco. E la passione sale. Come sempre. No, aspetta, più di sempre. E c’è un motivo… qualcosa che ci ha cambiato la vita per un bel po’. Ancora non è finita, ma rivedere i tifosi allo stadio dopo mesi e mesi di calcio in solitaria davanti alla tv è qualcosa di terribilmente attraente.

Un campionato Europeo che racconta la nostra voglia di rinascere

Nel cuore vince l’idea di fare festa con gli amici, di scendere in strada, di avere un motivo per uscire (sempre con attenzione) da quella prigione fisica ed emozionale nella quale siamo rimasti incatenati per paura, bisogno di sicurezza, regole dure ma inevitabili. La verità è che questo Campionato Europeo racconta la nostra voglia di rinascere. Un po’ come ha saputo fare questa nazionale dopo aver perso per strada un mondiale. È la gioia, quella collettiva, che ci manca, un po’ come ci mancano i concerti rock. Intanto, però, arriva il momento di soffrire davanti alla tv: tennis e pallone. In finale, comunque vada, l’Italia c’è.

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