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© Lello Muzio

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Con la chitarra dalla Toscana alle Dolomiti: “Goldgasse” il nuovo viaggio sonoro di Mario Evangelista

Con Goldgasse, in uscita il 23 ottobre, il musicista inaugura una nuova stagione della sua ricerca tra chitarre, elettronica e suggestioni alpine. Un album nato dall’incontro tra musica, architettura e paesaggio

Mario Evangelista non ha mai smesso di cercare nuovi modi per stare dentro la musica. La sua chitarra è il punto di partenza di un percorso che negli anni lo ha portato a attraversare generi, luoghi e linguaggi artistici diversi, senza mai rinunciare alla curiosità e alla voglia di sperimentare.

Una storia d’amore con il suo strumento che, ancora oggi, continua a cambiare direzione.

Dopo aver lasciato alle spalle l’esperienza con il trio alt-folk dei Pitchtorch, le sperimentazioni di stampo blues con i The Gutbuckets, il Premio Ciampi vinto con il Collettivo Jambona e il suo primo disco solista “Da Capo”, Mario è già pronto a inaugurare una nuova avventura che lo ha portato in cima alle Dolomiti.

Si intitola Goldgasse, come il vicolo di San Michele, nel comune altoatesino di Appiano sulla Strada del Vino, il nuovo album che Evangelista ha composto per Kern Studios.

Nove tracce strumentali attraversate dall’incontro tra il suono materico della chitarra e quello dei sintetizzatori, tra melodie, elettronica e manipolazioni digitali. Al centro c’è la leggenda del Re Laurino e quella luce particolare che all’alba e al tramonto tinge di rosa le Dolomiti, l’enrosadira.

Dopo Da Capo, album intimo e minimale costruito attorno alla chitarra acustica, Evangelista si spinge così verso territori inediti, componendo una sorta di geografia sonora in cui paesaggio, architettura e musica finiscono per dialogare. .

Ma Goldgasse è anche qualcosa di più personale: un nuovo tassello nel percorso di un musicista che sembra trovare proprio nella continua esplorazione la propria dimensione naturale.

Ecco la nostra intervista a Mario Evangelista

Ciao Mario come è nato questo progetto? Com’è che ti sei immerso in questa realtà così lontana da te?

La storia è molto singolare perché mi è stato commissionato da Kern Studios, che mi ha proposto una sfida. Kern-Studios è un’etichetta discografica creata dalla società di sviluppo immobiliare altoatesina Kern a San Michele Appiano sulla Strada del Vino. Loro hanno rivalutato e restaurato ambienti e case di questa storica “via dell’oro”, Goldgasse appunto e mi hanno chiesto di realizzare questo disco per raccontare questi luoghi. Ho visitato Appiano, le Dolomiti, e ho visto talmente tante foto, filmati, documenti, ho letto libri e conosciuto leggende che a un certo punto, anche se non c’ero fisicamente, ero lì. Mi sono immerso completamente in questo mondo nelle sue storie e leggende.

la natura è così estremamente grande, bella e potente che ti incute fascino e terrore allo stesso tempo. Ti rendi conto di essere piccolo ma allo stesso tempo di essere parte di tutto questo

Ti sei appassionato in particolare alla leggenda del Re Laurino

Io sono un grandissimo amante del fantasy. La leggenda del Re Laurino mi ha colpito perché è la storia con cui i locals si spiegano il famoso fenomeno per cui le Dolomiti si tingono di rosa all’alba e al tramonto, con un colore spettacolare, a cui poi è dedicata la copertina del disco realizzata da Elisa Bruni, con le fotografie di Erica Salvi. Re Laurino è un re dei nani, che ha la cintura magica dell’invisibilità e ha un roseto magico che si chiama Rosengarten. Si innamora della principessa Similde, la rapisce, ma questa cosa non va a buon fine perché viene scoperto e quindi lancia una maledizione sul suo Rosengarten. Decide di celarlo agli occhi di tutti con la sua cintura dell’invisibilità, per cui durante tutto il giorno e tutta la notte, nessuno potrà più vederlo. Si dimentica nella maledizione di citare l’alba e il tramonto, e quindi è per questo che all’alba e al tramonto le Dolomiti si tingono di rosa, perché è la luce del sole che va a toccare il suo roseto magico.

Goldgasse, Mario Evangelista

È la prima volta nella tua produzione, almeno che io mi ricordi, che c’è così tanta elettronica. Come è cambiato il tuo modo di comporre musica per questo disco?

Volevo realizzare qualcosa che mostrasse chiaramente il rapporto fra antico e moderno, non avevo mai usato così tanti sintetizzatori perché pur essendo uno strumento che uso da qualche anno, non ha sempre trovato spazio nella mia musica. Con questo progetto ho avuto l’occasione di utilizzarlo, sfruttarlo il più possibile, quindi alcune idee sono partite sia dalla chitarra, che dai suoni elettronici, immaginando le possibilità timbriche e sonore del synth in un approccio che non avevo mai applicato in nessuno dei miei lavori. “Da Capo” il mio disco precedente, è stato un primo step in questo mondo, perché è stata la prima volta che oltre alla chitarra ho utilizzato dei filtri, anche in maniera però molto più velata, e altri strumenti. È comunque una musica che potremmo chiamare una colonna sonora, o una sonorizzazione di luoghi, io ho cercato di rappresentare le sensazioni che quei luoghi mi davano.

Infatti sembra quasi la colonna sonora di un film che però non esiste

Sì, “film for your ears” diceva Frank Zappa, un film per le vostre orecchie. Secondo me la cosa interessante è che questa non è una musica che è collegata necessariamente con un unico luogo, può essere anche altro. Nel senso che non ho descritto in maniera didascalica il luogo, ma la sensazione che mi hanno dato gli spazi. Quindi questa sonorizzazione, questa “cartolina sonora” può diventare qualcosa che è percepibile dagli altri, e come dire, vivibile anche senza la storia che c’è dietro, quindi ognuno può metterci la sua storia.

Che cosa ti ha affascinato di più di tutte queste leggende, di queste visioni?

Lo spazio, la grandezza degli spazi. Una cosa su cui ho riflettuto spesso durante la realizzazione dell’album è il concetto dell’infinito di Kant. La natura è così estremamente grande, bella e potente che ti incute fascino e terrore allo stesso tempo. Ti rendi conto di essere piccolo ma allo stesso tempo di essere parte di tutto questo, e questa cosa è la cosa più affascinante che mi ha regalato questo disco.

Beh, un po’ come il sublime di Michelangelo…

Sublime, esatto, perfetto, è la stessa cosa, è questo, il rapporto con qualcosa di più grande di noi, ovviamente questo nella parte emotiva, poi c’è anche la parte compositiva. Non avevo mai applicato il mio approccio musicale per descrivere luoghi, sono andato in territori che erano a me sconosciuti. Quando ascolto questo disco penso che è la cosa più diversa che io abbia mai realizzato nella mia vita e allo stesso tempo la cosa più mia che io abbia mai realizzato, è strano però è così.

Mario Evangelista – © Lello Muzio
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