Non solo mecenati e collezionisti d’arte: i Medici, la potente famiglia fiorentina che ha segnato la storia del Rinascimento, erano anche grandi appassionati di agrumi. Il loro amore per questi frutti non era solo ornamentale o botanico ma un vero e proprio progetto culturale e politico, di cui ancora oggi si trovano tracce nei giardini storici di Firenze.
Una nuova Età dell’oro guidata dai Medici
Gli agrumi, giunti in Europa grazie ai traffici con l’Oriente, erano coltivati nel capoluogo toscano già nel Medioevo per le loro proprietà medicinali, ma fu con l’ascesa dei Medici che assunsero un ruolo completamente nuovo. Cosimo I, Piero e Lorenzo de’ Medici li coltivarono nei loro giardini sin dal Quattocento ma solo nel Cinquecento con il granduca Cosimo I i Medici iniziarono a collezionarli in modo strutturale, dando vita a una raccolta di piante e specie unica al mondo per l’epoca, che aveva come epicentro il Giardino di Boboli.
Erano frutti pregiati, appannaggio dei nobili, che venivano coltivati dai Medici non solo per il proprio consumo ma anche come dono speciale per le persone più importanti in tutta Europa, fungendo così come mezzo sia diplomatico che di propaganda. Dai limoni alla arance, dai cedri ai pompelmi fino ai mandarini e alle limette, gli agrumi infatti erano amati nel Rinascimento e inseriti nella progettazione dei giardini non solo per la loro bellezza, per il profumo e il colore dorato dei loro frutti, ma anche per un motivo simbolico, in quanto archetipici del frutto perfetto.
I giardini infatti erano associati al mito dell’Età dell’oro, descritta dal poeta greco Esiodo come un’epoca di abbondanza caratterizzata dalla generosità della natura, e in particolare a una delle dodici fatiche di Ercole, quella in cui l’eroe ruba i pomi d’oro dal frutteto delle Esperidi. Questi frutti mitologici – che rappresentavano fecondità e immortalità – venivano identificati proprio con gli agrumi: attraverso la loro ricchissima collezione i Medici potevano così legare la propria casata non solo alle virtù eroiche di Ercole ma anche appunto all’Età dell’oro, che grazie al loro governo sarebbe fiorita di nuovo a Firenze e in Toscana, assicurando a tutti prosperità e pace.
Il legame con gli agrumi dei Medici è così profondo da essere anche richiamato nello stemma del casato: secondo una delle ipotesi più accreditata infatti le cinque palle rosse delle scudo mediceo sarebbero proprio arance.
Il Giardino di Boboli e la nascita delle collezioni
Il cuore della “citromania” medicea fu il Giardino di Boboli, dove tra il 1554 e il 1568 nacque una delle prime collezioni di agrumi in vaso della storia europea: una pratica innovativa per l’epoca che permetteva di proteggere le piante durante l’inverno, tenendole dentro la Limonaia, e di esporle all’esterno nei mesi più miti.
Nel corso dei decenni, la raccolta si arricchì grazie all’introduzione di varietà esotiche e alla selezione di ibridi. Sotto Francesco I arrivò l’arancio amaro turco, mentre Ferdinando I contribuì alla diffusione del celebre cedrato di Firenze, ma il culmine fu raggiunto con Cosimo III, che portò la collezione a oltre cento varietà, includendo specie pregiate come il bergamotto e il pummelo. La collezione di Boboli era un vero e proprio status symbol botanico, che rifletteva la raffinatezza e il potere dei Medici.

La “Bizzarria”, il frutto simbolo
Il simbolo del legame tra i Medici e gli agrumi è la “Bizzarria” (Citrus aurantium bizzarria), una chimera da innesto, ovvero un agrume che può produrre frutti dove si intreccinano le caratteristiche di tre specie differenti: il limone, l’arancio amaro e il cedro, con bucce irregolari e colori che variano dal verde all’arancione.
Scoperta a metà del Seicento nel giardino fiorentino marchese Lorenzo Panciatichi venne introdotta nella collezione medicea da Ferdinando II, affascinando botanici e artisti. Creduta scomparsa per oltre un secolo fu riscoperta negli anni Ottanta dal botanico Paolo Galeotti, che ne curò la reintroduzione nelle collezioni storiche del giardino della Villa medicea di Castello e del giardino di Boboli, dove a fine Settecento fu costruita la splendida Limonaia su progetto di Zanobi del Rosso che attualmente viene usata ancora per il ricovero delle circa 500 conche di agrumi del giardino.
È in questi due luoghi infatti, tutelati dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità, che si può ammirare quella che ancora oggi è una delle più importanti raccolte di agrumi storici in Europa. Un patrimonio botanico che dai Medici è arrivato sino ai nostri giorni, dopo essere passato dalla tutela dei Lorena e con l’Unità d’Italia ai Savoia.
Una splendida testimonianza degli agrumi medicei ce l’ha lasciata anche il pittore Bartolomeo Bimbi con le sue celebri nature morte. L’artista infatti tra il 1969 e il 1715 realizzò dodici monumentali tele che immortalavano i frutti dei possedimenti granducali, di cui quattro erano dedicate agli agrumi, e si possono ammirare oggi nel Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano, che si trova all’interno della Villa medicea.