Il fumetto non è più una nicchia per “nerd” o un passatempo per i più piccoli, ma un linguaggio universale che ha colonizzato il cinema, le serie TV e il dibattito sociale. Parte da questa consapevolezza Omar Rashid, regista e produttore, nato in Iraq, ma che vive a Firenze da sempre, che con il suo nuovo documentario Generazione Fumetto — in sala l’11, 12 e 13 maggio — traccia un ritratto corale di una scena artistica italiana mai così viva. Attraverso le voci di sette protagonisti (Zerocalcare, Giacomo Bevilacqua, Sio, Mirka Andolfo, Sara Pichelli, Maicol & Mirco e Rita Petruccioli), Rashid esplora l’identità creativa di una generazione che ha trasformato la matita in uno strumento di analisi collettiva.
Omar, partiamo dalla genesi. Ho letto che tutto è iniziato da una chat su WhatsApp con Giacomo Bevilacqua. Com’è nata l’esigenza di questo film?
Esatto. Tutto è partito da un mio lavoro precedente, Street Opera, che analizzava il rap come linguaggio. Chiaccherando con Giacomo, lui mi ha lanciato la sfida: “Quando ne fai uno sui fumetti? Se lo fai, io e Michele (Zerocalcare) ci siamo di sicuro”. Quell’idea mi si è piantata in testa. Ho capito che c’era la necessità di raccontare questo microcosmo attraverso la mia stessa generazione, quella nata negli anni Ottanta. Ho contattato gli altri autori, hanno detto tutti di sì e mi sono attivato immediatamente.

Qual è stata la discriminante per scegliere proprio questi sette autori?
Volevo che rappresentassero diverse sfaccettature di un linguaggio vastissimo. C’è la sintesi estrema di Maicol & Mirco, la versatilità di Bevilacqua, l’unicità cross-mediale di Zerocalcare. E poi Rita Petruccioli con il suo impegno civile, l’universo surreale di Sio, fino a Mirka Andolfo e Sara Pichelli che hanno sdoganato il talento italiano nelle major americane come Marvel e DC. Attraverso loro sette, riusciamo a coprire quasi ogni declinazione del fumetto contemporaneo.
Oltre ai protagonisti, allarghi lo sguardo a molti “commentatori” esterni. Perché questa scelta?
Volevo voci tangenti al mondo del fumetto che ne confermassero la centralità. Ci sono sceneggiatori come Emiliano Pagani, direttori come Davide Catenacci di Topolino, ma anche figure come la sociolinguista Vera Gheno o Lillo, che nasce fumettista per poi diventare altro. Il fumetto oggi parla a tutti: dai festival come Lucca Comics & Games fino ai linguaggi accademici.

Nel documentario sostieni che il fumetto sia stato vittima per anni di una narrazione penalizzante. È ancora così?
Io sono stato la prima vittima di quella visione. Da ragazzino venivo tacciato di non studiare perché “leggevo solo fumetti”. C’era molta diffidenza da parte delle generazioni precedenti, che lo consideravano letteratura di serie B. La tesi del film è che il fumetto è cultura tanto quanto il cinema o i videogiochi. La nostra generazione ci è cresciuta, ora non siamo più ragazzini ma continuiamo a leggere: questo ha finalmente sdoganato il medium.
A livello produttivo avete scelto un approccio molto leggero, quasi “artigianale”. Come avete lavorato?
Eravamo una troupe di quattro persone: io, il direttore della fotografia, il fonico e una seconda camera che si è occupata anche del montaggio. Siamo entrati nelle case degli autori, li abbiamo seguiti nelle presentazioni, nelle lezioni o nelle fumetterie di fiducia. Volevamo un clima intimo per catturare non solo l’artista al tavolo da disegno, ma anche la persona.

Il film arriva al cinema l’11, 12 e 13 maggio. Cosa ti aspetti dalla reazione del pubblico?
Spero sia il più trasversale possibile. Quando faccio questi lavori, penso sempre a come spiegare le mie passioni ai miei genitori, per far capire loro che hanno una dignità e un peso sociale enorme. Se il progetto piacerà, l’idea è di sviluppare una serie monografica con puntate dedicate a ogni singolo autore: il materiale che abbiamo girato è tantissimo.
In un mondo sempre più dominato dal digitale e dall’Intelligenza Artificiale, come vedi il futuro dei fumettisti?
Se ne è parlato molto anche con gli autori. Credo che le nuove generazioni saranno più “ibride”, più vicine alla figura dello storyteller totale che al fumettista puro. Il linguaggio dei social e dell’animazione si sta già intersecando col disegno. La generazione degli anni Ottanta ha ancora un bagaglio letterario e cinematografico radicato, ma il futuro sarà un’interessante fusione di linguaggi diversi.

Per chiudere: dopo l’uscita in sala, a cosa lavorerai?
Stiamo preparando un film di finzione dal titolo “Non è come credi”. Sarà un progetto “schizzato”, totalmente indipendente e a basso budget, con una troupe ridotta come piace a me. Puntiamo a girare verso settembre.