Simone Tani: 'il fallimento non è uno stop, ma un cambio di direzione'

di Eleonora Lopiano

La mancata riconferma ad assessore piomba sul suo percorso, allora lui prende un altro cammino, quello di Santiago. Passo dopo passo, trova la giusta direzione

Una strada di cui si credeva di conoscere già il percorso devia improvvisamente. Ci si trova spiazzati, si rimane immobili per un po’, ma ben presto si trova il modo di rimettersi in viaggio, affrontando un nuovo tragitto.

È così che è andata a Simone Tani: ha fatto chilometri, è arrivato a un buonissimo punto della sua carriera, ma poi un inaspettato cambiamento lo ha costretto a rivedere il suo itinerario. Per non rimanere fermo, però, nel frattempo si è immesso in un cammino diverso, quello di Santiago, dove ha potuto concretamente misurare i passi che faceva. Giovedì 2 maggio, dalle 19:30, sarà a Impact Hub Firenze per raccontare questa storia, ma in attesa delle Fuckup Nights, anticipa il racconto a intoscana.it

Simone, lei è docente di leadership, ma anche coordinatore della laurea magistrale in psicologia del cambiamento. Ai suoi studenti insegna a farcela, ma anche ad affrontare ciò che muta.
Siamo di fronte infatti a due facce della stessa medaglia. In questa epoca storica in cui tutto si modifica velocemente, il cambiamento non è mai solo una dimensione esteriore, ma anche qualcosa di più profondo, un cambiamento della nostra vita personale. Anche il lavoro di crescita personale, della leadership appunto, viene incasellato in questa cornice del cambiamento. Per crescere bisogna cambiare e accettare anche che nel cambiamento ci siano momenti alti e momenti bassi.

Innovazione, trasformazione, cambiamento: tutte parole chiave nel suo lavoro, ma che implicano il pericolo di arrestarsi all’improvviso. È quello che è successo a lei, giusto? Non tanto un fallimento, quanto uno stop.
Per me il fallimento non ha significato negativo, ma significa trasformazione. Viviamo nella convinzione che il cambiamento sia un processo lineare, ma non è così: è un fenomeno continuo e in questa trasformazione abbiamo periodi di stasi, una stasi che però – bada bene – è solo apparente. Fuori vediamo che tutto è fermo, dentro di noi magari no, ma serve un consolidamento esteriore perché venga alla luce, perché la stabilità prenda forma. Sembra che non succeda niente, ma internamente si preparano le condizioni per una situazione nuova, come un seme che di inverno sta sotto la neve. Per ogni cosa c’è bisogno di periodi utili di incubazione. È una cosa profonda, condivisa da tutte le civiltà, da quella buddhista a quella cristiana; pensa alla Pasqua, per esempio. Un’incubazione non è altro che un’organizzazione interna delle risorse, è solo in apparenza uno stop, dentro già covano delle forze che si muovono, pronte a uscire.

La sua ripartenza è passata per il Cammino di Santiago.
Quello del Cammino di Santiago è proprio un momento in cui ti concedi di non fare niente. Cammini, stai con te stesso, mediti, guardi la vita in modo diverso. È il momento in cui con facilità vedi in che direzione andare, un regalo che uno fa a se stesso per trovare una strada nuova a cui indirizzarsi.

Racconterà questo alla Fuckup Night di giovedì?
Darò spunti, stimoli per vedere la difficoltà come un’opportunità. Spesso queste situazioni aiutano a ritrovare le cose importanti che si perdono di vista, che poi sono quelle cose che ci fanno diventare persone migliori. Sono stop che aiutano a guardare gli aspetti più critici. Nella cultura anglosassone il fallimento è frutto dell’esperienza, mentre nella nostra cultura latina il fallimento è associato al giudizio, a un marchio che ci viene messo addosso.

Per paura che qualcosa vada storto, nella vita, si rimane spesso immobili: è la nostra mente a condizionarci. Spiega questo nel suo libro "Gestire i fallimenti, realizzare successi"?
Ho scritto questo libro di psicoeconomia con Giorgio Nardone, che della psicoterapia strategica breve è un grande esperto internazionale. Parliamo dell’approccio delle tentate soluzioni, quello secondo il quale la nostra mente, che nell’infanzia ha risolto problemi con certe azioni ed emozioni, continua a rimediare alle difficoltà con lo stesso metodo anche da adulti. Noi dobbiamo renderci conto che abbiamo introiettato schemi comportamentali che da adulti sono disfunzionali, in realtà. Prima di modificarli, però, dobbiamo esserne consapevoli e solo così potremo vivere il fallimento come persone mature. L’apprendimento, quindi, è necessario nel concetto di fallimento: è questo l’unico modo per uscire da questo mondo delle tentate soluzioni. Tutto questo, nel nostro libro, è applicato in economia, del singolo e delle organizzazioni. Mira a far capire che dobbiamo andare verso nuove categorie del successo e dell’insuccesso.

30/04/2019