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Tra onde e rifiuti, la missione di TartAmare per salvare le tartarughe marine (una specie ancora in pericolo)

Aumentano i nidi di tartarughe marine sulle coste toscane ma la mortalità degli esemplari adulti è in crescita. Il nostro viaggio nel mondo di questi animali speciali insieme all’associazione TartAmare che ci ha condiviso anche alcune buone pratiche su come comportarsi in caso di ritrovamenti

Una delle tartarughe di TartAmare - © TartAmare

L’estate 2025 è stata l’estate dei record per numero di nidificazioni di tartarughe marine in Toscana : 36 i nidi individuati e monitorati fino a quando le piccole tartarughe non hanno preso il largo verso il mare. Un dato più che positivo per una specie che fino a qualche anno fa era classificata dall’IUCN, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura,  “endangered”, in via d’estinzione. Dal 2024, e questa è un’ottima notizia, la specie Chelonia mydas è stata declassificata “a rischio minore”.

Anni di sensibilizzazione, di attività associazionistica per la tutela delle specie e battaglie per alzare la guardia soprattutto nei confronti dell’attività della pesca, hanno dato ottimi frutti. Le tartarughe sono salve. No, purtroppo no.

I tassi di mortalità dopo la nascita sono ancora molto alti: solo un esemplare su 1000 sopravvive e diventa adulto . Dei circa 1500 nuovi nati del 2025 in Toscana è presumibile, stando a queste stime, che solo uno (uno e mezzo per la verità) arriverà al traguardo dell’età adulta.

Una tendenza che potrebbe mettere in pericolo la loro esistenza. Ce lo spiega Luna Papetti, tra i fondatori di TartAmare, associazione no profit che sulla costa grossetana si occupa della riabilitazione delle tartarughe marine in via di estinzione. Luana ci spiega che le tartarughe si riproducono in tarda età, questo significa che per la maggior parte della loro vita combattono per sopravvivere e arrivare all’età della riproduzione. L’incremento della mortalità tra gli esemplari adulti è una tendenza che, sul lungo periodo, potrebbe incidere negativamente sul numero di nuovi nati, e quindi sulla ripopolazione della specie . L’inquinamento marino oggi, infatti, rappresenta la minaccia numero uno per la sopravvivenza delle tartarughe marine.

Un pericolo che cresce, cresce e cresce

Pesca, caccia e bracconaggio insieme a riscaldamento globale e distruzione dell’habitat naturale sono le minacce principali per le tartarughe. Ma se il dialogo, a volte anche acceso, con la categoria dei pescatori, ha portato negli anni ad una maggior attenzione e sensibilizzazione, lo scarico dei rifiuti in mare è purtroppo un fenomeno in crescita.

Luana ha osservato questa tendenza in prima persona: “Fino a circa quindici anni fa con TartAmare facevamo molti recuperi di esemplari di tartarughe morte perché finite intrappolate nelle reti da pesca , oggi fortunatamente questo accade di meno anche perchè con i pescatori delle nostre coste c’è un’ottima collaborazione, ma le tartarughe continuano a morire per ingestione di corpi estranei: si imbattono in rifiuti alla deriva che hanno fatto massa, restandoci impigliate e, nel tentativo di liberarsi, inghiottiscono pezzi di lenze o plastiche. Da questo non hanno scampo: le vediamo morire con agonia, e capita sempre più spesso” .

Una pinna danneggiata non è una condanna a morte per una tartaruga marina: l’ingestione di un corpo estraneo si.

La storia di Natalia

Natalia nel 2019 fu portata al Centro di Recupero (il centro dove lo staff e l’equipe veterinaria di TartAmare cura le tartarughe in difficoltà prima di rimetterle in mare, in stretta sinergia con l’Osservatorio Toscano per la Biodiversità e con alcune università toscane) in condizioni critiche, era stretta nella parte alta del carapace da una robusta cima e aveva le pinne anteriori fratturate. Fortunatamente però, dopo circa sei mesi di cure e dedizione, è potuta tornare libera in mare:  “Non era un risultato scontato – ricorda Luana – perché aveva ferite profonde e non era possibile intervenire chirurgicamente su una delle pinne, i veterinari non potevano fare altro per lei. Si era anche pensato di tenerla in cattività nelle vasche del centro però Natalia aveva dimostrato così tanta determinazione nel sopravvivere nonostante le sue condizioni, era riuscita miracolosamente ad arrivare viva a riva, aveva avuto un percorso di riabilitazione lungo ma da cui era riuscita ad uscirne: meritava una seconda possibilità di libertà, nonostante una pinna “particolare”.

Luana racconta che mentre lo staff di Tartamare accompagnava in macchina Natalia per la liberazione in acqua le narici dell’animale si ingrossavano e si aprivano sempre di più, via via che si avvicinavano al mare . Un’immagine che vale un racconto.

Chiaramente nessuno di TartAmere può sapere se Natalia sia rientrata in quell’esemplare su 1500 che sopravvive nonostante tutto, nonostante l’uomo. Se però la storia di Natalia si fosse ambientata cinque anni dopo, se la criticità delle sue condizioni fosse stata dovuta all’ingestione di un pezzo di plastica, non avrebbe mai avuto una seconda possibilità di ricongiungersi con il mare. Questo è certo .

In viaggio verso nord (ma sarà lo stesso?)

Quando TartAmere ha iniziato con l’attività di tutela e salvaguardia dei nidi di tartarughe marine, in Toscana era stato censito un nido soltanto e non c’era alcuna memoria popolare circa la presenza di nidi così a nord del Paese.

La Caretta Caretta, che è la specie più diffusa nel Mediterraneo, solitamente vive in acque profonde e tiepide. Le maggiori concentrazioni di questo animale si trovano in Sud-Africa, Florida, Australia, Mozambico e Oman. Nel Mediterraneo frequenta soprattutto le acque di Grecia, Turchia, Cipro ma anche di Tunisia, Libia, Siria e Israele. E’ la più nota sulle coste italiane e si sta spingendo sempre più a nord, appunto fino al grossetano. In dieci anni, infatti, i nidi sulle coste di Grosseto sono passati da 1 a 20 .

Come si spiega questo cambiamento? “Questa risalita verso nord non è un problema di per sé per le tartarughe, il fatto è che alcuni studi hanno dimostrato che appena nate, nei pochi minuti che trascorrono sulla terra ferma nel tragitto che percorrono per raggiungere il mare a partire dal nido sulla sabbia, sono capaci di immagazzinare le coordinate geomagnetiche del nido ed altre caratteristiche ambientali che consentono un imprinting della zona di origine dove poi torneranno per deporre le uova a distanza di 20\30 anni. Si riproducono, infatti, in età avanzata. Il rischio è che tra 20\30 anni l’habitat che conoscevano sia completamente diverso. Un cambiamento della natura accelerato e repentino riproporrebbe il rischio estinzione per la specie .”

I bambini, la specie più umana tra gli umani

“Forse è scontato dire che i bambini sono la specie umana a cui è più facile far comprendere quanto ogni gesto possa fare la differenza per la salvaguardia delle tartarughe marine. – riporta Luana – Ma è effettivamente così. Quando vengono in visita al nostro Centro di Recupero e capitano in un periodo dell’anno dove non ci sono esemplari in cura o riabilitazione, in loro non prevale la delusione di non vedere le tartarughe, capiscono che se non ci sono le tartarughe nelle vasche è perché stanno tutte bene e quindi sono tornate in mare. E’ più probabile che siano gli adulti a chiederci: “Ma non ci sono le tartarughe?”

No, il Centro di Recupero non è un acquario e non ci sono esemplari in mostra. Le tartarughe arrivano al centro per farsi curare per poi tornare, senza ripensamenti, verso il mare. Libere. Nel loro habitat naturale.

La grande squadra TartAmare

TartAmare conta una ventina di membri attivi dello staff, in estate con i volontari arrivano ad essere anche duecento. Il più giovane di questi si chiama Lorenzo, aveva quindici anni quando si è avvicinato alle attività dell’associazione per la prima volta. Era in vacanza con la famiglia, ma alla Playstation alla tv, ha preferito prendersi cura dei nidi di tartarughe monitorandoli tutto il giorno. Quest’anno Lorenzo sarà formato dall’associazione per il monitoraggio con il drone .

Sono tante le attività che l’associazione svolge e propone, che vanno dall’osservazione al monitoraggio dei nidi, fino ai laboratori didattici.

“Avvistare e salvare le piccole tartarughe fa sentire le persone in pace, una sorta di riscatto rispetto all’impatto che ciascuno di noi ha sull’ambiente. E avere la fortuna di assistere alla schiusa delle uova è un’emozione che ripaga l’attesa. Dopo tanti anni di attività, ancora oggi, ogni volta che vedo una tartaruga dirigersi arrancando verso il mare, mi domando quanto resisterà, ma vedere la determinazione con cui lo fanno, assistere a quell’abbraccio tra loro e l’acqua, mi rinnova la fiducia nei confronti del mare”. “Tutti noi– aggiunge Luana – dovremmo sforzarci nel capire che la natura è un equilibrio e dovremmo agire per non alterarlo”.

Le raccomandazioni degli esperti: no al “fai da te”

Martina Bencistà è una volontaria di lungo corso di TartAmare, si occupa di divulgare le pratiche fondamentali a garantire la salvaguardia delle tartarughe marine e a lei abbiamo chiesto alcune regole sacre per dare il nostro contributo alla sua missione.Ve le riportiamo qui sotto:

  • Se trovate una tartaruga non ributtatela in mare perché la vostra pur buona intenzione potrebbe condannare a morte quell’esemplare. Potrebbe, infatti, trattarsi di una tartaruga di terra che si trova nei pressi dell’acqua e senza le competenze di un esperto potreste scambiarla facilmente per una tartaruga marina.
  • Quando trovate una tartaruga spiaggiata chiamate sempre la Capitaneria di porto locale che contatterà il centro più vicino per una valutazione delle condizioni dell’animale. Per mettersi in contatto con TartAmare c’è un numero dedicato: SOS Tartarughe +39 338 4876614
  • Non dimentichiamoci che le tartarughe sono comunque animali selvaggi, pensateci quando vi avvicinate per un selfie e ricordate che si tratta di specie protette.
  • E poi ovviamente occhi aperti in caso di tracce: perché se non possiamo essere in grado di valutare se una tartaruga sta bene per rimetterla in acqua, tutti noi, anche i non esperti, possiamo contribuire alla salvaguardia della specie segnalando le tracce che portano ai nidi.
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