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Fossili: deformazione corretta grazie ad un algoritmo

Un nuovo metodo studiato dall’Università di Firenze insieme ad altri partner internazionali consentirebbe di risalire alla morfologia originale dei reperti

Fossile - © Michael Szonyi / imageBROKER/Shutterstock

Riparare campioni fossili deformati ricostruendone la morfologia originale. Un nuovo metodo messo a punto dell’Università di Firenze ed altri partner internazionali consentirebbe l’operazione: per correggere le deformazioni arrivano in aiuto complessi algoritmi che hanno permesso di comparare i campioni in esame dei ricercatori con altri ben conservati. Da questo processo sono stati ottenuti nuovi reperti creati grazie alla tecnologia 3D, riportando di fatto il reperto deformato nelle condizioni originali. 

La tecnica è stata testata – come riporta la rivista Frontiers in Earth Scienc – su un fossile di Equus stenonis, un equide simile a una zebra che viveva in Europa nel Villafranchiano circa 2 milioni di anni – con altri campioni di riferimento non deformati, appartenenti alla stessa specie del reperto preso in esame.

Il risultato è frutto di un team internazionale coordinato da Omar Cirilli, dottorando del Dipartimento di Scienza della Terra degli Atenei di Firenze e Pisa ed è stato realizzato in collaborazione con ricercatori del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università Federico II di Napoli, dell’Università di York e della John Moores University di Liverpool, e con il contributo di ricercatori della Howard University e dello Smithsonian Natural History Museum (Washington DC, Usa) e del Georgian National Museum (Tbilisi, Georgia).

“Il fossile studiato – spiega Omar Cirilli, autore Unifi insieme a Lorenzo Rook, docente di Paleontologia e paleoecologia – è il cranio tipo di Equus stenonis, conservato nelle collezioni del Museo di Geologia e Paleontologia del Sistema Museale dell’Università di Firenze, il reperto su cui il paleontologo fiorentino Igino Cocchi istituì la specie nel 1867. Per retrodeformarlo virtualmente abbiamo usato come esemplari di riferimento due crani incompleti provenienti dai siti del Pleistocene Inferiore di Olivola (Italia) e Dmanisi (Georgia)”.

I due reperti sono stati assemblati virtualmente attraverso dei punti di riferimento, sui quali è stato corretto il cranio tipo di Equus stenonis, consentendo di ricostruire la sua morfologia originale. Le successive analisi comparative con altri reperti della stessa specie hanno dimostrato che la forma del modello finale è completamente coerente con la variabilità della specie stessa.

“Spesso i Paleontologi si trovano di fronte il classico dilemma se inserire o escludere alcuni reperti dai loro studi, soprattutto per il grado di deformazioni che presentano – ha commentato Cirilli -. Questo studio, unito con altri precedenti pubblicati da alcuni autori coinvolti in questo lavoro (Marina Melchionna, Antonio Profico e Pasquale Raia), consente di aprire una nuova frontiera nella Paleontologia virtuale, ricostruendo la morfologia originale dei fossili deformati, e permettendo a vecchie ossa di tornare a raccontare nuove storie”.

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