Qualche settimana fa ho partecipato a una cena al buio. Ne avevo sempre sentito parlare ma non avevo mai avuto l’occasione di prenderne parte. Stavo per scrivere “di fare questa esperienza”, ma mi sono fermata: l’esperienza implica l’acquisizione di una conoscenza, e non è questo l’obiettivo delle cene al buio.
Ho fatto una domanda molto diretta a Danilo Musarella, presidente dell’ASD Blind Fighters, associazione sportiva dilettantistica per persone con disabilità che ha organizzato la cena cui ho partecipato insieme al Rotary Club Granducato di Firenze presieduto da Simone Sorelli: “Il fatto che per qualche ora, durante una cena, noi vedenti viviamo la quotidianità delle persone non vedenti ci rende più sensibili verso la disabilità? È questo lo scopo delle cene che organizzate?”.
La risposta: “Prendere parte a una cena al buio non deve dare l’illusione di aver fatto esperienza della quotidianità di una persona non vedente. E noi che le organizziamo non vogliamo questo. Le cene al buio sono un’occasione di confronto. Chi le vive con apertura mentale ne esce sempre arricchito” .
Mente aperta e, aggiungo, cuore aperto.
I miei primi quindici minuti di cena sono stati piuttosto angoscianti. Non per l’organizzazione o l’accoglienza dell’ASD Blind Fighters, che è stata impeccabile, ma per l’intensità dell’oscurità e per la necessità di rimettere in discussione, nel tempo di un pasto, molte delle mie certezze.
Appena accompagnata al tavolo, il tutto nel buio più completo, mi sono accorta che non potevo fare appello a nulla di ciò che per me era noto e conosciuto. Dovevo resettare la mente e gli automatismi. Il primo reset è stato quello dello spazio .
Al buio lo spazio si dilata. Non sai quanto sei vicina agli altri, non sai dove si trovano le cose di cui hai bisogno. Allora ti affidi al tatto, un senso che nella vita quotidiana viene sempre per secondo, dopo la vista, per orientare i movimenti.
Per circa venti minuti tutto è stato amplificato. Anche il battito del cuore .
Poi un colpo leggero sulla spalla. Era la persona seduta accanto a me, rimasta ignota fino alla fine della cena, che percependo la mia tensione mi ha rassicurata: “Respira. Viviti questa cena anche con leggerezza. È anche questo lo spirito della serata”.
Ed era giusto non sovraccaricare di emozionalità un’iniziativa che punta a normalizzare la disabilità oltre che a sostenere le attività dell’associazione. La serata aveva infatti anche uno scopo concreto: raccogliere fondi per l’acquisto delle nuove divise da baseball.
L’ASD Blind Fighters è una realtà molto attiva a Firenze. Oltre al baseball promuove diverse attività sportive, dallo showdown agli scacchi, fino al tandem, e stanno lavorando per portare in città anche il tiro con la balestra, uno sport para-olimpico praticato anche da persone non vedenti.
“Abbiamo iniziato le cene al buio nel 2020”, racconta Danilo. “L’idea è nata grazie a Emiliano Galiazzo, uno chef che perse la vista per un incidente e che ad un certo punto decise di dare un nuovo senso alla sua seconda vita organizzando queste cene dove uno dei sensi non sarebbe stato usato”.
“Io mi diverto tantissimo ad organizzare le cene – aggiunge Danilo – Alla ASD Blind Fighters siamo circa 30. Ora stiamo anche lavorando per nuovi formati: percorsi di meditazione al buio multi sensoriali, aperitivi al buio anche degustazioni al buio. Ovviamente l’obiettivo è autofinanziarci per portare avanti le nostre iniziative”. E promuovere lo sport come strumento di inclusione e di sensibilizzazione verso i diritti di tutti.
Dietro queste iniziative c’è, infatti, anche una riflessione più ampia, che riguarda la quotidianità delle persone con disabilità, non solo non vedenti .
“Se in un campo sportivo posso essere libero di correre, perché non posso esserlo in strada? Perché devo avere paura a camminare con il bastone?”.
Domande semplici. Non altrettanto lo sono le risposte.
Troppo spesso non troviamo parcheggio e non ci preoccupiamo se stiamo occupando una discesa dal marciapiede. Troppo spesso restiamo indifferenti a chi sale su un autobus e non ci accorgiamo se stiamo occupando un posto riservato a chi ne avrebbe diritto.
Le barriere non sono soltanto architettoniche. Spesso sono culturali.
E allora una cena completamente al buio diventa anche un modo per accendere i riflettori — ironia della sorte — su queste contraddizioni. Se si può cenare senza alcun riferimento visivo, perché non si possono adottare piccoli gesti di buon senso nella vita di tutti i giorni?
Lo sport, come spesso accade, diventa una metafora molto semplice di come le cose potrebbero essere: non serve vedere per capire dove stanno gli ostacoli. Basterebbe solo accorgersi degli altri .