Lunedì 13 aprile al Politeama di Poggibonsi e mercoledì 15 al Teatro Verdi di Firenze arriva una nuova produzione dell’Orchestra della Toscana: Erina Yashima dirige l’ORT e la violinista Elly Suh in un programma che attraversa il folklore reinventato di Ligeti e Dvořák fino alla limpida giovinezza di Bizet.
Tre modi diversi di guardare alla tradizione: come radice da reinventare (Ligeti), come lingua viva (Dvořák), come forma da abitare con naturalezza (Bizet).
Alla guida dei due concerti ci sarà Erina Yashima, direttrice dalla presenza sempre più incisiva sulla scena internazionale. Formazione mitteleuropea, una carriera che si muove con naturalezza tra teatro musicale e sinfonico, Yashima ha affinato alla Komische Oper di Berlino un gesto preciso e insieme teatrale, capace di tenere insieme rigore e impulso narrativo. Oggi la sua traiettoria la porta a collaborare con orchestre come Chicago Symphony, Philadelphia Orchestra e Bayerischer Rundfunk, ma resta evidente quella qualità rara: una chiarezza di pensiero che si traduce in suono, senza mai irrigidirlo.
Al suo fianco, la violinista Elly Suh: interprete che non si limita a “suonare” il repertorio, ma lo ripensa. Coreanoamericana, formazione internazionale, una forte vocazione progettuale – basti pensare al lavoro sui Capricci di Paganini trasformati in racconto audiovisivo – Suh unisce una tecnica solida a un’attitudine creativa che la porta spesso a intervenire direttamente nella materia musicale, con cadenze proprie, improvvisazioni, nuovi sguardi sul testo. È una violinista che non cerca il virtuosismo fine a se stesso, ma la sua funzione espressiva.

Il percorso musicale
Il percorso si apre con il Concert Românesc di György Ligeti, un’opera giovanile che porta già in sé un’ambiguità fertile. Da un lato, l’adesione – almeno apparente – a un linguaggio radicato nel folklore, in linea con le richieste del realismo socialista; dall’altro, un’inquietudine interna che incrina quella superficie. Le melodie sembrano antiche, ma il modo in cui si muovono nello spazio sonoro è già personale: linee che si sovrappongono, si sfiorano, creano una mobilità continua.
Non è ancora la “micropolifonia” degli anni maturi, ma qualcosa si intravede, come un’acqua ferma che in realtà vibra sotto la superficie. E non è un caso che proprio quest’opera, apparentemente innocua, abbia incontrato la diffidenza della censura.
Da qui si passa al Concerto per violino di Antonín Dvořák, dove il rapporto con il folklore cambia completamente segno. Non più materia da controllare o giustificare, ma lingua naturale. Dvořák non cita: inventa melodie che sembrano già esistite. Il violino entra quasi subito, senza attese, e porta con sé un discorso che alterna slancio e introspezione. Non c’è mai esibizione fine a sé stessa: anche nei passaggi più brillanti, il virtuosismo resta legato a un’urgenza espressiva. Il dialogo con l’orchestra è continuo, quasi cameristico, e nel finale affiorano ritmi di danza – furiant, dumka – che danno alla musica un’energia terrena, concreta, mai folkloristica in senso decorativo. È qui che la personalità di Elly Suh può trovare uno spazio ideale: un terreno dove libertà e struttura convivono.
La seconda parte porta altrove, ma senza spezzare il filo. La Sinfonia in do maggiore di Georges Bizet è un’opera di sorprendente maturità scritta a diciassette anni. Non nasce per il pubblico, ma come esercizio: eppure dentro c’è già tutto. La chiarezza formale, la cantabilità naturale, quella capacità di costruire il discorso con una leggerezza che non è mai superficialità. È una musica che guarda alla tradizione classica, ma la attraversa con uno slancio vitale che sarà poi quello di Carmen. Alcuni tratti – i crescendo, certe inflessioni melodiche – sembrano già proiettati in avanti, come se Bizet avesse intuito prima di sé stesso la propria voce.
Lunedì 13 aprile 2026, ore 21:00 – Poggibonsi (SI), Teatro Politeama
Mercoledì 15 aprile 2026, ore 21:00 – Firenze, Teatro Verdi
