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Dal buio nasce “Cuna”: Giuseppe Comuniello porta a Firenze una danza che si trasforma in rifugio

Giovedì 18 giugno alle 19.30 nel chiostro di Villa Vogel il danzatore e coreografo cieco sarà protagonista di una performance immersiva che avvolgerà il pubblico in una dimensione onirica

cuna_Ph Giovanni William Palmisano

Giovedì 18 giugno il chiostro di Villa Vogel ospita la prima italiana di “Cuna”, la nuova performance immersiva e sensoriale del danzatore e coreografo cieco Giuseppe Comuniello, in programma nell’ambito della rassegna Poesia nella città.

Un’esperienza che intreccia danza e musica dal vivo per condurre il pubblico in una dimensione sospesa, intima e onirica, dove lo spazio condiviso diventa luogo di accoglienza, fiducia e abbandono.

Ideata e interpretata da Comuniello, socio fondatore del collettivo Al.Di.Qua Artists, insieme all’arpista Marilia Caso, Cuna prende il nome da un’antica parola che significa “culla”.

Dal buio affiorano gesti, movimenti e suoni che evocano un immaginario fragile e mutevole: una danza che oscilla come un respiro lento e avvolgente, invitando gli spettatori a lasciarsi trasportare dalle sensazioni più che dalle immagini.

Comuniello è entrato nel mondo della danza dopo aver perso la vista a causa di una malattia degenerativa. Il suo incontro con il coreografo Virgilio Sieni ha dato vita a un sodalizio artistico che è durato oltre vent’anni.

La performance è accessibile al pubblico cieco e ipovedente ed è parzialmente accessibile alle persone sorde, previa segnalazione al momento della prenotazione. L’ingresso è gratuito con prenotazione consigliata.

Cuna, foto di giovanni william palmisano

Ecco la nostra intervista a Giuseppe Comuniello

Ciao Giuseppe, il tuo incontro con la danza nasce in un momento molto particolare e delicato della tua vita, dopo aver perso la vista. Quasi subito hai iniziato questa esperienza

Sì, ho iniziato esattamente un anno dopo, è stato tutto molto casuale, Virgilio Sieni all’epoca aveva voglia di capire meglio le attitudini di movimento delle persone non vedenti. Mi ricordo che andai a parlarci per caso perché la sua assistente Caterina Poggesi mi chiamò e mi chiese di fissare un incontro. Così io e un mio amico andammo insieme a sentire cosa diceva Virgilio.

Si può dire che in realtà come te hai imparato da Virgilio, così lui forse ha imparato qualcosa da te?

Beh dire che lui abbia imparato da me è una parola un po’ grossa, però era curioso. Lui è un visionario, una persona che va a guardare, va a studiare. Quello che mi ha insegnato è proprio la cura dei particolari, l’attitudine a ispezionare le piccole cose, per andare a fondo. Per esempio il dettaglio di una mano, come la mano gira, che cosa vuol dire. Questa è stata per me la cosa più importante. All’inizio non capivo niente, era la prima volta che entravo in un ambiente del genere.

Come è cambiato il rapporto con il tuo corpo, come si è evoluto in quasi vent’anni di danza?

Questa è la cosa più bella, il mio era un corpo adulto, un corpo che comunque aveva degli atteggiamenti che provenivano da un altro mondo, io facevo sport, lavoravo, ma non ero un ballerino. Quando ho iniziato a lavorare con Virgilio un aspetto per me interessante era il suo approccio: usare il corpo per trasmettere qualcosa. E’ cambiato per me il concetto mentale di cosa vuol dire danzare, non è solo una prestazione fisica. Ho iniziato anche a percepire il mio corpo come qualcosa di diverso, è diventato uno strumento di lavoro, ho iniziato a curarlo molto ma non in senso estetico, mi sono meso in ascolto. Il corpo si pone in uno spazio, quindi c’è stato tutto un lavoro da fare su chi sei, come sei, dove sei in un certo momento, e quindi il rapporto con altri corpi che sono vicini a te, ma anche uno spazio che devi esplorare, quindi è un ascolto continuo.

Cosa ti è piaciuto di più di questa esperienza con Virgilio Sieni?

Una cosa bellissima è stata che lavoravo in un ambiente che non era fatto per le persone cieche, cioè non c’era nessuno che conosceva come ci si approccia a una persona cieca, quindi era tutto uno studiare e uno studiarsi. Era uno spazio sicuro, in cui ognuno si poteva esprimere liberamente, non c’erano regole, tutto era molto aperto, non ti sentivi pressato dal fatto che non potevi dire certe cose o non potevi fare altre cose. Era uno spazio in cui ci si confrontava, se c’erano cose che davano fastidio, se ne poteva parlare, questa è stata una cosa molto bella. Virgilio poi aveva un modo molto tranquillo di lavorare, con me è sempre stato molto “pane al pane-vino al vino”.

Questo è anche un messaggio per chi leggerà questo articolo e anche per chi vedrà il tuo spettacolo: tutti possono danzare con qualsiasi corpo, a qualsiasi età 

Assolutamente sì, ognuno ha il suo approccio, la danza è libera, è sempre ricerca, poi naturalmente non è una competizione e ognuno lo fa con le sensazioni che ha sul suo corpo, è naturale. Io e una mia collega teniamo dei corsi di danza all’Istituto per ciechi e con noi lavorano una persona di 70 anni e una bambina, insieme. Ognuno ha il suo percorso di vita e il suo corpo, ma la danza è fatta per tutti e tutti possono danzare.  

Come nasce lo spettacolo “Cuna”?

Cuna vuole essere 45 minuti in cui lo spettatore si prende il tempo per tornare bambino, per tornare a quando lo cullavano, per sentirsi coccolato e un po’ anche abbandonato fuori dal tempo. Quindi è un tempo che scorre magari più lento oppure più veloce, ti vuole portare da un’altra parte. Io spero che durante Cuna agli spettatori tornino in mente delle cose del loro passato, momenti belli con i genitori, o con i nonni. L’idea per questo spettacolo è nata durante una performance di Virgilio Sieni che ho fatto con mia moglie e mia figlia in un parco, sotto degli alberi. Abbiamo fatto una cosa piccola, non dovevamo fare altro che cullare e addormentare Clara, mentre il nonno suonava la chitarra. A me quella cosa è piaciuta tantissimo, perché con niente si è creato uno spettacolo. Così mi sono chieso come potevo riportare tutte queste cose qui. Una cosa fondamentale è stata quando mi sono accorto che in realtà facciamo tutto questo anche per star bene noi. Quando culli una bambina tutti e due entrate in una risonanza che porta entrambi ad uno stato generale di benessere. In quel momento state bene, in quel momento non c’è nient’altro intorno.

Te e la tua compagna vi siete anche “inventati” l’audiodescrizione poetica per permettere anche ai non vedenti di fruire dei vostri spettacoli, come funziona?

Le audiodescrizioni già esistevano, solo che nella danza nessuno le faceva, io e Camilla abbiamo inventato questo termine “poetica”, perché invece di andare a descrivere in maniera da “telecronaca” una performance, la descriviamo in maniera diversa.  In questo spettacolo non useremo l’audiodescrizione poetica, perché non volevo usare congegni elettronici e energia elettrica, ho deciso di fare un altro tipo di audiodescrizione che ho chiamato “sussurrata”. Durante lo spettacolo ci sarà una persona fisica per ogni persona non vedente che descriverà la scena. Io farò un laboratorio il 17 in cui fornirò alle persone vedenti, gli strumenti per descrivere e far vedere lo spettacolo alle persone non vedenti. Un’ora prima dello spettacolo loro incontreranno le persone cieche, si divideranno in coppie, faranno un percorso tattile dello spazio, conosceranno l’arpista. Alle 20 quando comincerà lo spettacolo loro saranno in una parte dello spazio e piano piano descriveranno con i movimenti e con pochissime parole lo spettacolo.

 

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