È rimasta nascosta per quasi ottant’anni, invisibile al pubblico dalla fine della Seconda guerra mondiale. Oggi, il Ritratto sagomato di Amanzia Guerillot, un raro e curioso “fermaporta” a grandezza naturale dipinto a metà dell’Ottocento dal vedutista Angelo Inganni, torna finalmente a guardare il mondo. Restaurata e riportata alla sua originaria verticalità, questa splendida ed enigmatica figura accoglie i visitatori a Palazzo Cucchiari, diventando il simbolo della mostra “Le signore dell’arte. La parità del talento nell’arte italiana moderna“.
L’esposizione, curata da Massimo Bertozzi e visitabile fino al 25 ottobre 2026, propone un viaggio “di genere” nell’universo artistico italiano tra la metà dell’Ottocento e la metà del Novecento.
Il tema

Attraverso 131 opere (tra cui sculture e altri oggetti) firmate da 42 artiste, la mostra indaga un secolo cruciale di cambiamenti. L’obiettivo è restituire a queste donne la loro totale autonomia artistica.
Per troppo tempo relegate all’ombra di padri, mariti o compagni illustri, definite spesso solo come “mogli di” o “figlie di”, le protagoniste vengono qui riscattate dai condizionamenti familiari. Nelle sale di Palazzo Cucchiari emergono così i tratti di donne libere e dotate, capaci di dialogare alla pari (e talvolta di superare) i loro colleghi uomini, da Giacomo Balla a Felice Casorati, da Mario Mafai ad Achille Funi.
“Credo che con questa mostra – afferma Franca Conti, presidente della Fondazione Giorgio Conti – si alzi ulteriormente il livello delle mostre di Palazzo Cucchiari. E inoltre sono molto contenta perché il tema trattato in questa esposizione è uno a cui io tengo molto, cioè il talento delle donne. E chi la visiterà avrà modo di sperimentarlo di persona”.
“Si tratta – aggiunge Massimo Bertozzi, curatore della mostra – di fare emergere le fisionomie di alcune artiste di talento, poco o per nulla conosciute e di porle a colloquio con alcune loro compagne d’avventura, più gratificate e pubblicamente riconosciute, così come si vuole restituire a queste ultime la loro importanza nel confronto con i loro consorti, riscattandole dai condizionamenti dei legami famigliari e rendendole del tutto protagoniste della loro storia”.
Grandi capolavori

Molte le istituzioni culturali che hanno concesso i prestiti. Le opere arrivano dalle più prestigiose collezioni pubbliche e private italiane: dalla Presidenza della Repubblica alla Camera dei deputati, passando per la Banca d’Italia, i Musei Reali di Torino e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.
Tra i contributi delle Gallerie degli Uffizi di Firenze spicca la splendida Flora di Giovanni Dupré, posta in un dialogo con il Giotto bambino realizzato dalla figlia Amalia, e soprattutto l’intenso Autoritratto del 1932 di Adriana Pincherle (per tutti “la sorella maggiore di Alberto Moravia”).
“La pittrice posa davanti al cavalletto – dice Bertozzi –, in un momento di pausa: la tavolozza in una mano, l’altra mano su un fianco. Per il resto la composizione del dipinto non ha una prospettiva ortogonale e tutto, dal portamento della figura al telaio del cavalletto alla scacchiera del pavimento, risulta sghembo e tenuto in equilibrio dall’atteggiamento disinvolto della figura. C’è in effetti nella pittura d’esordio della Pincherle, una presa di distanza dalla classicità novecentesca, e una consonanza con il brioso colorismo della scuola romana, ma soprattutto un accostamento al rinnovamento della pittura francese, per via della piatta bidimensionalità dell’immagine, che si rifà a Matisse, quanto per l’ovale allungato del volto, che non somiglia all’artista, ma sembra rubato a una donna di Modigliani”.

Dal Quirinale arriva invece Affetti, un dipinto di Giacomo Balla che ritrae la moglie Elisa e la figlia Luce nella cucina di casa. In mostra, la storia continua grazie alla presenza delle stesse figlie d’arte, Luce ed Elica Balla, presenti con le loro produzioni.
Di Antonietta Raphael (moglie di Mario Mafai), definita da Cesare Brandi “l’unica scultrice italiana”, si può ammirare il celebre Mario nello studio (1966). Infine, la mostra celebra l’anticonformismo di Leonor Fini, l’unica vera surrealista italiana, amica di intellettuali a Parigi e New York, di cui viene esposto il ritratto dedicato al compagno André de Mandiargues.