Parte da Pisa un progetto che mappa le microplastiche nell'oceano

Ogni anno dai 5 ai 13 milioni di tonnellate di plastica entrano negli oceani, ma la scienza ne sa ben poco

Al via dal 5 giugno 2020 un progetto per mappare le micro-plastiche nell'Oceano Atlantico dove si stima che ogni anno ne entrino tra 5 e 13 milioni di tonnellate anche se gli scienziati ancora ne sanno molto poco. Con il programma Hotmic (Horizontal and vertical oceanic distribution, transport, and impact of microplastics), progetto triennale finanziato con 2,3 milioni di euro nell'ambito del programma europeo "Jpi Oceans", il Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell'Università di Pisa, unico partner italiano, metterà al servizio le tecniche uniche che ha sviluppato per identificare le diverse tipologie di microplastiche. L'obiettivo è mappare le microplastiche dalla costa Atlantica europea sino al vertice del nord Atlantico.

Con questo progetto si metteranno a punto metodologie analitiche e si faranno campagne di campionamento delle microplastiche, anche sotto i 10 micron, per valutarne entità, tipologia, distribuzione, rotte dagli estuari fino al mare aperto e dalla superficie sino ai fondali, modalità di degradazione e di interazione con organismi biologici. L'intento, viene spiegato, è porre le basi per una più accurata valutazione dei potenziali rischi per l'ambiente e per gli organismi marini. In particolare, chimici e ricercatori metteranno in campo le tecniche uniche che hanno ideato per identificare e quantificare le diverse varietà di microplastiche.

"Abbiamo sviluppato una metodologia del tutto originale che ci consente di identificare i diversi tipi di microplastica, polimero per polimero - spiega Valter Castelvetro dell'Ateneo pisano - sino ad oggi la tecnica più comune e utilizzata si limitava infatti a fare una separazione grossolana delle microplastiche dai sedimenti, seguita da una laboriosa e inaccurata conta tramite tecniche di microscopia e spettroscopia microscopica".

Per caratterizzare le microplastiche, saranno quindi utilizzate diverse tecniche di separazione tramite estrazione o depolimerizzazione, associate a tecniche analitiche di spettroscopia non distruttiva (Raman, FT-IR, microscopia) e distruttiva (HPLC, Py-GC/MS, EGA/MS).

"La sfida è identificare i principali inquinanti plastici, le insidie maggiori - conclude Castelvetro - arrivano dai frammenti di plastica più fini, come ad esempio i prodotti di degradazione di imballaggi plastici, le microsfere di polistirene che derivano da alcuni prodotti cosmetici o le microfibre dei tessuti sintetici, che più facilmente entrano nella catena alimentare degli organismi acquatici". 

04/06/2020