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Il racconto del medico afghano accolto in Toscana: “Mio padre e mio fratello, sono ancora là”

L’assessore regionale Monni: “Spesso queste persone vengono etichettate solamente come i profughi afghani ma non sono solo questo. Sono uomini e donne con le proprie storie, sogni e speranze, con un vissuto e, soprattutto, con un futuro. Dar voce a queste persone è importante, ascoltarle è fondamentale”.

Sono stati necessari 5 giorni, tre trascorsi fuori dall’aeroporto di Kabul insieme a migliaia di persone tra i check point dei talebani che cercavano di spaventarli e di farli fuggire, ricorrendo spesso alla violenza, e quelli degli alleati per il controllo dei documenti e le autorizzazioni a partire. Altri due giorni sono passati sulla pista dell’aeroporto, senza cibo o vestiti che li potessero proteggere dal sole cocente o dal freddo della notte afgana. Con sé solo una piccola busta che conteneva tutti i loro averi, i documenti necessari per partire, il pc e alcuni pannolini per i bambini. Questa è la storia di S., medico afgano, che mercoledì scorso è arrivato in Italia e ora è a Montecatini dove sta trascorrendo la quarantena obbligatoria in un albergo sanitario insieme alla sua famiglia. “La mia famiglia è qui con me – ci racconta S. in un inglese perfetto – mio fratello, la sua famiglia e mio padre sono ancora là. Non è stato possibile per tutti venire via. Sono in contatto con loro con WhatsApp”.

Insieme a lui è arrivato anche A., ingegnere di 36 anni, che nella capitale afgana aveva creato un importante azienda di sartoria e ricamo, “Dior – ci confida – chiede sempre di me”, con un negozio anche all’interno della base statunitense. Ed è proprio mentre stava lavorando nella fabbrica con i suoi fratelli che ha saputo della presa di Kabul da parte dei Talebani, da quel momento è stato il caos con le persone che correvano da una parte all’altra della città cercando di fuggire, in molti casi a piedi, e il suono delle sirene delle auto della polizia. “Ho portato con me tutta la mia famiglia, mia figlia e mio figlio sono qui con me – ci racconta A. – ad eccezione di tutto quello che ho guadagnato e costruito in questi 20 anni, tutto è rimasto lì ed è andato perduto”.

Negli alberghi sanitari ora la situazione è più tranquilla. I profughi afgani hanno capito che qui sono al sicuro e si aprono raccontandoci le loro storie. “Credo che sia importante per capire quello che hanno vissuto e che stanno vivendo, raccontare le loro storie, non tanto quelle dei profughi ma quelle delle persone”, ha commentato l’assessora alla protezione civile, Monia Monni, in occasione della visita a Montecatini.

Insieme a questi racconti, arrivano buone notizie anche dal Meyer dove Said, arrivato in Italia con una patologia congenita molto importante, è ancora ricoverato. Fortunatamente il bambino non ha la leucemia e continuerà ad essere monitorato al Meyer per gli accertamenti del caso.

Il periodo di quarantena terminerà a breve e abbiamo chiesto a S. e A. quali speranze hanno per il futuro. A. è pronto a ricreare il suo business, aveva clienti in America e in Europa oltre che in Afghanistan, e si auspica che il Governo lo aiuti a ripartire. Per S., il dolore e la paura sono ancora molti forti come lo stress accumulato e ammette che “non riesco a pensare a quale sarà il mio futuro. L’unica cosa che so è che qui sono al sicuro, è tutto.”

È infatti ancora incerto il destino di queste persone quando si concluderà la quarantena. La Regione Toscana è in attesa di essere convocata dal Dipartimento della Protezione Civile per sapere dove verranno assegnate queste persone per poter iniziare un percorso di vita.

Stiamo accogliendo in Toscana altri profughi attraverso le prefetture, che insieme ai comuni hanno la competenza per l’accoglienza – ha aggiunto l’assessora Monni -. È aperta una discussione importante con il Governo. I sindaci hanno una posizione ferma e responsabile che condivido: sono profughi, non hanno bisogno del riconoscimento dello status di profughi, perché sappiamo da dove vengono e siamo andati a prenderli. Possiamo tagliare in questo senso le procedure e accoglierli subito nella rete dei SAI che va rifinanziata e potenziata. Sono persone che hanno competenze e lavoravano con il Governo, ci sono medici, informatici, professionalità che possono essere utili alla vita del nostro Paese”.

 

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