Il finale di Terminator 2: Judgment Day è uno dei più celebri del cinema: dopo aver sconfitto il T-1000, il cyborg interpretato da Arnold Schwarzenegger si lascia scivolare nell’acciaio fuso facendo il gesto del pollice in alto, consapevole che solo così potrà distruggere il microchip e impedire la nascita di Skynet, la letale intelligenza artificiale della saga.
È una scena velata di malinconia, ma tutt’altro che triste: è il sacrificio di chi sa di aver portato a termine qualcosa di grande, un’impresa epica, da eroe.
Deve essersi sentito un po’ così anche Filippo Morganti, per tutti Pippo Dj, nel momento in cui ha annunciato la chiusura dell’H2NO di Pistoia.
Dopo dodici anni di concerti, dj set e notti passate dietro alla consolle, il club abbasserà la serranda con una grande festa finale in programma sabato 30 maggio 2026.
Una notizia che ha fatto rumore, soprattutto in una Toscana dove i locali dedicati alla musica live sono sempre meno e le chiusure, negli ultimi anni, si sono moltiplicate.
Siamo andati a incontrarlo per ripercorrere una storia che parte da lontano, tra rock club, serate alternative e una passione per la musica trasformata in mestiere.
«Ho iniziato a fare il dj grazie a Milena Zunino – ci ha raccontato Pippo – che era direttrice artistica del Backdoors, un locale che a fine anni Ottanta e inizio anni Novanta andava fortissimo. Io ci andavo per ballare perché mi piaceva la musica rock e rompevo sempre le scatole ai dj, Fab Foetus e Alias, perché mettevano sempre la solita roba. Milena mi notò e mi disse: “Mi sembra che tu ne sappia tanto di musica, perché non provi?”. È stata lei la prima a darmi fiducia».
Dopo la chiusura del Backdoors arrivò l’esperienza al Cencio’s, che per Pippo rappresentò un trampolino di lancio. «Ci sono rimasto dal ’98-’99 fino al 2007, otto o nove anni circa».
L’idea di aprire l’H2NO nasce invece qualche anno più tardi, dopo la collaborazione con il Capanno Blackout di Prato. «Fui chiamato dalla vecchia gestione a dare una mano, perché il locale andava male. Andai a lavorare lì e il posto scoppiò, vuoi per una serie di fortune, vuoi perché portavo tanta gente e avevo avuto dei buoni spunti. Mi proposero di entrare in società con loro, ma la cosa non andò in porto. A quel punto mi sentivo in grado di gestire un locale da solo».

Da lì prende forma il progetto H2NO: «Era un’officina meccanica che abbiamo preso in affitto e riallestito come club. Tutto quello che c’è dentro è nostro: palco, impianti, luci, bancone, mixer. È stato un investimento molto importante. Per dodici anni ha funzionato, è andata benissimo sia a livello emotivo sia economico».
I ragazzi di oggi, specialmente in Italia, non hanno una cultura musicale. Sembra un discorso da boomer, ma è quello che vedo
Ed è proprio questo l’aspetto più sorprendente della vicenda: l’H2NO non chiude per fallimento o mancanza di pubblico. «L’attività è sana, non c’è un centesimo di debito con nessuno», spiega Pippo. Il problema, piuttosto, è la fatica di portare avanti tutto da solo. «I miei soci sono soci soltanto di capitale, non sono interessati alla gestione e non mi aiutano. Questo sforzo continuo, per il resoconto economico che c’è stato quest’anno, mi ha fatto alzare le antenne: rischio di rimetterci la salute».
Una storia quasi in controtendenza rispetto a quella di molti altri club. «Io non escludo il ritorno – precisa Pippo – ma ho bisogno di qualcuno che mi aiuti, fisicamente e progettualmente, anche con un punto di vista nuovo. Ho 54 anni e riconosco di avere dei limiti, ci vuole uno sguardo più giovane».
Nel corso degli anni, però, è cambiato anche il pubblico. E su questo Pippo ha idee molto nette. «Troppo, troppo e per i miei gusti in peggio. I ragazzi di oggi, specialmente in Italia, non hanno una cultura musicale. Sembra un discorso da boomer, ma è quello che vedo».
Secondo lui, il modo di vivere la musica è stato stravolto dai social e dalla velocità con cui tutto viene consumato. «La canzone che dura una settimana su TikTok per loro è una hit. Ma la settimana dopo è già sparita. Non esistono più brani destinati a restare».
A salvarsi, almeno in parte, è il pubblico della techno: «Loro sono veramente fighi. Vengono per ballare, ascoltano la musica, sono molto attenti». Per il resto, Pippo vede un panorama molto più uniforme rispetto agli anni Ottanta: «Quando ero ragazzo c’erano i metallari, i dark, i paninari. Ognuno aveva la sua identità. Oggi ci sono quasi solo trap, rap e reggaeton. Il resto è una nicchia».
Anche il rapporto fisico con la pista da ballo, secondo lui, è cambiato profondamente. «I ragazzi oggi non ballano neanche. Stanno con il cellulare in mano, dondolano anche mentre sono in un club».
Per Pippo, gran parte della responsabilità è dei social network e dell’iper-accessibilità della musica. «Quando ero ragazzo compravo riviste come Rumore, che compro ancora oggi da 35 anni. Prendevo il treno da Prato e andavo alla Galleria del Disco o da Contempo Records a Firenze per comprare i dischi. C’era ricerca, c’era approfondimento. Oggi tra TikTok, Spotify e i trend è tutto troppo veloce».
Eppure, nonostante l’annuncio della chiusura, il futuro potrebbe non essere definitivamente scritto. «Da quando ho annunciato lo stop mi sono arrivate tante proposte, due anche molto interessanti. Ma prima voglio chiudere tutto con serenità».
Un momento difficile, racconta, c’è stato. «Fino a un mese e mezzo fa ero in ginocchio, non mi vergogno a dirlo. Sono tornato anche dalla psicoterapeuta, perché non accettavo questa cosa. Adesso però sono sereno. Dai momenti più bassi nascono sempre opportunità, se uno sa coglierle».
Di una cosa, invece, è sicuro: la musica continuerà a essere il centro della sua vita. «Non posso stare senza. Se mi levi anche la musica muoio. E poi non so fare altro. Sono sempre stato molto fortunato, ho sempre avuto la fortuna di poter scegliere cosa fare e ho sempre scelto questo».
Infine, una riflessione lucida sul ciclo naturale dei club. «Quando aprimmo l’H2NO dissi ai miei soci che se il locale fosse durato dieci anni avremmo vinto. Ogni locale ha un suo ciclo vitale. Il Tenax resiste da quarant’anni perché ha cambiato più volte gestione e direzione artistica. Dopo dieci anni un locale ha fatto il suo giro. Noi siamo durati dodici anni e io sono molto orgoglioso: modestamente, a Pistoia non avevano mai avuto un club così e penso che anche in Toscana abbia lasciato il segno».
