Fino al 20 settembre si tiene la prima mostra personale dell’artista finlandese Johanna Karvonen a Firenze: una serie di opere inedite che l’autrice ha realizzato appositamente per le sale espositive di Palazzo Bellini, a cura dell’Agenzia VAULT.
“Kaiku” titolo della mostra è una parola finnica che tradotta in italiano, significa “eco”, intesa come traccia di un sentire profondamente intimo che si sviluppa con continuità per tutto il percorso espositivo.
Una retta emotiva che oscilla continuamente come le onde sonore, che riverberano nell’aria e tornano indietro. Parabole date da picchi di forte intensità emozionale, senza perdersi mai nel patetico o nel melodrammatico.
L’equilibrio essenziale che leggiamo nel dramma, che da personale si sviluppa fino a diventare universale, è dettato da tratti di colore tenui e mai esasperati.
Macchie di ricordi e sensazioni, dove la felicità si blocca nel momento stesso in cui la proviamo, dato che tutto deve inevitabilmente volgere alla consapevolezza del dover saper lasciare andare.
Per questo le crepature di rame inserite all’interno della composizione escludono visioni nichiliste, annullando, d’altro canto, anche le speranze di riscatto o di salvificazione, facendo vivere il tutto nel qui e ora.

Un equilibrio tra Eros e Thanatos che non comporta un conflitto, ma un ritorno continuo: appunto un’eco di percezioni nate dal legame stretto tra amore e morte, un sentire che ogni volta, in maniera lineare, distrugge e ricrea la percezione di noi stessi e di ciò che entra ed esce.
Le relazioni si frantumano nel momento della dipartita, ma rinascono sotto forma di ricordo, in un costante alternarsi di chiari e scuri. Le paure, le sconfitte, i grandi amori, le amicizie indissolubili incidono in noi orme profonde che si ripercuotono, spariscono e ricompaiono nella nostra esistenza, dando eco al nostro sé, disgregandolo e ricostruendolo continuamente.
L’atto creativo fa da moderatore al vissuto dell’artista, ponendola davanti a una forte consapevolezza della futilità di tutte le nostre certezze: quelle banali o scontate, ciò che ci dà sicurezza o le nostre più ataviche paure.
Johanna mette in discussione sé stessa, accettando l’unico modus operandi possibile per evolvere verso la parte più vicina a quello che siamo veramente: natura.
