Tra chitarre graffianti, energia live e un’attitudine che guarda al rock internazionale senza perdere il legame con Firenze, gli Spleen si preparano a inaugurare una nuova fase del loro percorso musicale.
La band fiorentina debutta con “Gush”, primo album uscito il 22 maggio per l’etichetta fiorentina Contempo Records, un disco nato dalla necessità di fermare su disco anni di concerti, scrittura e crescita artistica.
Un lavoro intenso e viscerale, che il gruppo descrive come una raccolta di “semi” finalmente pronti a esplodere.
Dopo il singolo “W.Y.E.D.F.M. (Would You Ever Die For Me)”, già diventato uno dei momenti più travolgenti dei loro live, gli Spleen raccontano in questa intervista la genesi di “GUSH”, il rapporto con il palco e le ambizioni di una delle realtà emergenti più interessanti della scena rock toscana.

Ecco la nostra intervista agli Spleen
Ciao ragazzi! Mi incuriosisce molto il titolo del disco “Gush”
Abbiamo scelto la parola “Gush” perché rendeva l’idea di far uscire le canzoni in maniera potente, forte. Abbiamo raccolto i nostri pezzi, piano piano, negli anni e li abbiamo fatti finalmente uscire una volta maturi, per dare le fondamenta al nostro sound. Un po’ come dei semi piantati per terra. Infatti il termine Gush è usato anche per l’espulsione dei semi da parte delle piante.
Questo disco è servito quasi più a noi, e in qualche modo anche a chi ci ascolta, per capire che cosa facciamo e chi siamo, cosa siamo stati e cosa saremo
Questo disco è il risultato di tanti anni di lavoro…
Esatto, nell’album ci sono principalmente i pezzi che abbiamo suonato live e che finalmente siamo riusciti ad inserire nel contesto di un disco.
Il vostro è un sound che si rifà a gruppi comunque del passato, come Foo Fighters, Queen of the Stone Age. Mi sembra, non strano, però particolare che ragazzi giovani come voi, abbiano ancora questi punti di riferimento
Meno male che ti ricorda questi gruppi, perché comunque sono le nostre reference a livello di suoni e di musica. Quello che ci piace, quello che ascoltiamo è chiaro che viene poi rispecchiato in quello che facciamo. In realtà tantissima gente della nostra età ascolta ancora quel tipo di musica che appartiene più agli anni ’90 o 2000.
Cosa vorreste che arrivasse al pubblico di questo disco?
In realtà non abbiamo tante aspettative. Nel senso non è che pensiamo a un qualcosa che il pubblico deve recepire in modo particolare. Questo disco è servito quasi più a noi, e in qualche modo anche a chi ci ascolta, per capire che cosa facciamo e chi siamo, cosa siamo stati e cosa saremo. C’è una malinconia di fondo, che secondo me si trova un po’ in tutti i testi, un mood un po’ cupo.
Avete suonato sia in Italia che all’estero, avete notato una differenza nel pubblico?
Diciamo che all’estero è un pubblico forse leggermente più abituato a delle sonorità tipo le nostre, quindi magari ascolta con un orecchio diverso. Inoltre sicuramente anche per quanto riguarda l’organizzazione degli eventi è molto più facile trovare concerti, suonare. L’ultima volta che siamo stati in Inghilterra in occasione del Rebellion Festivals, abbiamo suonato alle sei e mezzo di pomeriggio, in un festival che ha nove palchi contemporaneamente, e c’era comunque tantissima gente a vederci. All’estero non vanno a vedere una band specifica ma vanno a vedere un festival dove guardano band emergenti. In Italia c’è un po’ più di difficoltà a seguire un artista che non conosci, questa è un po’ la mia impressione.
Mi sembra che però voi non abbiate avuto grandi difficoltà a trovare concerti, ho notato che avete suonato tantissimo in giro negli ultimi anni
In realtà non è così facile riuscire a suonare, ci si deve fare un po’ il culo per riuscire a creare le situazioni. Però di base è stato un percorso in cui ci siamo costruiti una certa credibilità. Dopo due anni è più facile assolutamente, ma quando abbiamo iniziato non proprio. Abbiamo dovuto inventare più di una volta i posti dove suonare, cioè trovare dei luoghi e cercare di trasformarli il più possibile in qualcosa che assomiglia a una sala da concerto, improvvisandoci con gli ampli per terra. Magari ora è più facile, però insomma non è stato sempre così.
Bellissima la copertina di “Gush” con questo bambino che scappa, sembra quasi più adatta a un disco punk. Cosa simboleggia per voi?
Abbiamo scelto questa foto perché è la foto di un nostro amico da piccolo, ma oltre a questo ci piaceva l’idea di un bambino innocente che corre nel parco. Per noi si lega all’album, che è il nostro primo disco, quindi il collegamento è proprio questo: noi come il bambino che corre nel parco, abbiamo lanciato i nostri pezzi all’esterno e adesso corrono liberi. Quindi un’idea di libertà creativa, primordiale. Il bambino ha appena iniziato ad assaporarla in qualche modo, non è nemmeno consapevole di quello a cui sta andando incontro.
Spleen in tour: ecco tutte le date
12 giugno – Genova, Music For Peace
7 luglio – Verona, Castello Scaligero (opening The Darkness)
8 luglio – Pistoia, Pistoia Blues Festival (opening The Darkness)
4 agosto – Londra, Hope & Anchor
6 agosto – Bolton, The Ramp Horwich
7 agosto – Blackpool, Rebellion Festival
