A distanza di quasi duemilacinquecento anni dalla sua prima rappresentazione, I Persiani di Eschilo continua a interrogare il presente con una forza sorprendente.
Martedì 23 giugno il Teatro Romano di Fiesole ospita il nuovo allestimento firmato da Giovanni Ortoleva, una rilettura che riporta al centro una delle opere più rivoluzionarie della storia del teatro: il racconto della guerra dalla parte degli sconfitti.
Un testo che rinuncia alla celebrazione della vittoria per trasformarsi in una riflessione sulla responsabilità del potere, sulla tragedia dei conflitti e sulla necessità di guardare, oggi più che mai, “il dolore degli altri”.
Abbiamo incontrato il regista Giovanni Ortoleva per parlare di questa nuova produzione, del dialogo tra il classico e il nostro tempo e del significato che I Persiani può ancora avere oggi davanti alle guerre del presente.
Ciao Giovanni che cosa c’è di ancora attuale in questa grande tragedia?
I Persiani è la più antica tragedia in assoluto che ci sia arrivata. La questione dell’attualità di questa opera è per me il punto fondamentale. Quello che è interessante non è tanto una questione di precisi riferimenti all’attualità, ma è il fatto che Eschilo scrive un’opera mettendosi dalla parte del popolo che ha contribuito a sconfiggere. Eschilo milita con i greci e probabilmente combatte proprio nella battaglia che racconta. Decide dunque di descriverla dall’altro punto di vista, mettendosi dalla parte di chi ha sconfitto. In un momento in cui l’Europa, come ha fatto negli ultimi cinque anni, torna massicciamente all’esercizio bellico e la guerra torna a casa nostra come un ospite fisso, penso che sia fondamentale interrogarsi su cosa significhi veramente. È importante e fondamentale in un momento come questo assaggiare di cosa è fatta la guerra e ricordarcelo, visto che siamo profondamente e personalmente implicati ogni giorno in questa cosa, che ne siamo coscienti o meno.
In un momento in cui la guerra torna a casa nostra come un ospite fisso, penso che sia fondamentale interrogarsi su cosa significhi veramente
Nell’antica Grecia gli scrittori hanno parlato del concetto di “hybris”: la tracotanza, l’arroganza che poi gli dèi puniscono. Vediamo tanti esempi di “hybris” ancora oggi, è un concetto che è ben presente nella nostra vita
Se gli dèi greci esistessero punirebbero la metà delle persone che prende la parola oggi. Siamo costantemente circondati da persone che esaltano loro stesse spesso a vuoto, persone che sono colpevoli o complici di crimini che continuano ad esaltare il proprio operato. Quello che mi scolpisce sempre di più è Wanna Marchi, diventata da truffatrice conclamata e criminale a, in qualche modo, opinionista, riabilitata. Molti politici non sono superiori moralmente a Wanna Marchi, viviamo in un mondo che, più che dalla hyubris, è dominato da uno squallore complesso, in cui la hybris si aggiunge come ciliegina sulla torta.

Come hai lavorato con gli attori? Ho letto che c’è un attore che interpreta sia il padre che il figlio
Esattamente, Pietro Giannini interpreta sia Dario, il fantasma del padre che torna, sia il figlio Serse che ritorna dalla battaglia alla fine. Sono tre apparizioni che sono all’interno del testo, quella del messaggero, quella del padre e quella del figlio. Ho voluto che fosse Pietro Giannini a portarle in scena tutte e tre perché sono qualcosa di profondamente altro rispetto al mondo della casa, al mondo della reggia di Susa che vive nella prima parte del testo. Ho lavorato con gli attori chiedendo loro di misurarsi con la parola senza dare nessun altro appiglio che non fosse la parola stessa. E’ stato un lavoro di confronto continuo con l’altezza della poesia, un lavoro, da questo punto di vista, quasi “atletico”, visto che le altezze che escono e raggiungono sono veramente difficili da mantenere. È un testo che richiede un continuo esercizio ed è stato molto affascinante affrontarlo con loro.
Che emozione sarà portare questa tragedia nel teatro romano di Fiesole?
Grandissima perché io ci sono andato tante volte quando ero piccolo e anche perché è uno spettacolo che propone un impatto molto forte con chi lo vede. È uno spettacolo che, vista la natura incredibilmente dirompente del testo, non si tira indietro nel provocare il pubblico, nell’andare incontro a chi guarda. Penso che essere raccontato del teatro romano di Fiesole si sposi perfettamente con lo spirito dello spettacolo. Sono veramente felice di poterlo portarlo in scena in questo spazio.
Secondo te il messaggio che ci voleva lasciare Eschilo qual è? Che se ci mettessimo nei panni degli altri forse non esisterebbero più le guerre?
Nessun testo degno porta un messaggio univoco. Sicuramente la saggezza greca ha come monito costante: non siate costretti alla saggezza dal dolore, ma arrivateci prima da soli. Prima che il male raggiunga voi, raggiungete voi la saggezza ed evitate il male.
