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Daniela Cinti: “Così abbiamo fatto rinascere un territorio dimenticato”

Due anni di ricerche, dieci anni di lavoro e interventi per oltre dieci milioni di euro. I Monti Rognosi e la Valle del Sovara, luoghi “abbandonati e dimenticati”, sono ora un gioiello paesaggistico. Parla l’architetto che ha progettato il recupero

Monti Rognosi

“Sono contenta, non ce l’aspettavamo. Questo riconoscimento è davvero una buona cosa, soprattutto perché è assegnato a una zona marginale come la nostra…”. È questa la prima reazione dell’architetto Daniela Cinti alla notizia della menzione speciale per il progetto “Ri-vivere il paesaggio montano – Il Parco dei Monti Rognosi e della Valle del Sovara” assegnata dal Ministero della cultura nell’ambito del premio nazionale del paesaggio. Lei, originaria di Sansepolcro, è la progettista. Dal conseguimento della laurea in poi si è sempre occupata di architettura del paesaggio, senza mai trascurare la dimensione storica dei territori. È proprio da una felice intuizione di un dirigente dell’Unione montana dei comuni della Valtiberina toscana che è iniziata la ricerca che Daniela ha svolto per l’Università di Firenze e che di fatto ha dato il via a un progetto che poi ha trovato la sua declinazione concreta. “La riserva naturale era stata istituita da poco e l’Unione montana era consapevole di avere in gestione i beni del demanio regionale” ci racconta. È in quel momento che tutto è cominciato. Sono seguiti anni di ricerche, un decennio di duro lavoro e infine due ambiti premi: il secondo posto al premio paesaggio della Toscana indetto dall’Osservatorio regionale del paesaggio e, pochi giorni fa, la menzione speciale da parte del Ministero.

Daniela Cinti

Daniela, quali effetti avrà questo premio sul territorio?

“Questo è un riconoscimento che certifica la qualità che il nostro paesaggio già esprime”

“Spero faciliti la prosecuzione del lavoro. Questo è un riconoscimento che certifica la qualità che il nostro paesaggio già esprime. Non penso solo alla bellezza, ma anche alla qualità delle risorse valorizzate, recuperate e messe a sistema. In una terra dimenticata sono stati recuperati immobili e itinerari. Finalmente ora le persone che visitano questo luogo possono scegliere”.

Scegliere che cosa?

“Le esperienze da fare e i luoghi da vivere e visitare. Passiamo dalla riserva naturale dei Monti Rognosi all’antica ferriera, dai luoghi dell’estrazione del rame ai castagni secolari… E poi ci sono i prodotti locali, l’accoglienza, i servizi offerti. La vera bellezza risiede anche in coloro che hanno permesso tutto questo”.

A chi sta pensando?

“Penso ad esempio alle cooperative che svolgono numerose attività sul territorio. Si spazia dalla didattica ai laboratori, dagli spettacoli alle visite guidate fino alla vendita di prodotti locali biologici a chilometro zero”.

Università, cooperative, enti pubblici. Questa è la vittoria della collaborazione tra pubblico e privato?

“È la strategia vincente. Ognuno c’ha messo del suo in base alle proprie competenze. L’Unione montana ha colto il potenziale, ma non aveva gli strumenti per svolgere ricerche, che sono state condotte dall’Università. È quindi emerso un patrimonio dimenticato e sconosciuto. La cosa bella, poi, è che di solito le ricerche rimangono scritte su carta, eppure stavolta è stato possibile partecipare a bandi di finanziamento. Il merito, infine, è anche delle coincidenze…”.

Quali?

“Primo, abbiamo potuto partecipare a finanziamenti che avevano come tema quello affrontato dalla ricerca. Secondo, abbiamo subito individuato due cooperative interessate a occuparsi di questo luogo, fino ad allora disabitato. I complessi colonici, al tempo, erano ruderi abbandonati”.

Quando è iniziato il percorso di recupero?

“Nel 2010. La ricerca era di poco precedente”.

Più di dieci anni di lavoro e molte risorse investite. Quanto?

“Circa dieci milioni di euro. Si è trattato per lo più di co-finanziamenti. Poco più della metà è stato concesso dalla Regione Toscana, della parte restante si sono fatte carico le cooperative, che ci hanno messo anche la manodopera”.

Gli spazi recuperati e restaurati sono tutti beni demaniali?

“Principalmente sì. Solo la ferriera che si trova lungo il torrente Sovara è una proprietà privata, ma è stata data in concessione al Comune di Anghiari per parecchi anni. È interessante scoprire come per effettuare gli interventi necessari siano state attivate varie forme di accordi. Del resto l’obiettivo è sempre con lo stesso per tutti: valorizzare e mettere a sistema”.

Com’era il comprensorio prima del vostro intervento?

“Abbandonato. Tutto abbandonato. Con la guardia forestale ho trascorso molto tempo. Insieme cercavano gli antichi sentieri con il Gps e le piante catastali in mano. Tutti i sentieri e le strade recuperate, dalla via Ariminensis alla consolare romana, erano sommerse dalla vegetazione. Ci trovavamo lì, leggevamo la carta e capivamo che la strada era segnata. Ma di fronte a noi vedevamo solo il bosco. In alcuni casi ci siamo fatti aiutare dai contadini del posto, perché pur con i mezzi a nostra disposizione non riuscivamo ugualmente a identificarle. Le strade erano state abbandonate, così come la coltivazione dei campi. Anche i poderi erano tutte proprietà demaniali acquistate dalla Regione negli anni ottanta dai conti Barbolani di Montauto. Ma da allora non c’è mai stato alcun intervento”.

Rispetto alla pandemia in corso, come ha risposto il territorio?

Siamo in una situazione difficile, ma devo ammettere che questi luoghi ben si prestano a essere fruiti anche in questo periodo. D’estate sono state organizzate attività all’aperto, in sicurezza. Tutti indossavano le mascherine ed erano distanziati. Insomma, del resto stiamo parlando di una riserva naturale…”.

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