C’è un filo – letteralmente – che lega le montagne della Toscana a quelle di mezzo mondo. È il filo del panno del Casentino, tessuto simbolo di una tradizione secolare, che oggi torna a far parlare di sé grazie a una nuova collezione che lo reinterpreta in chiave contemporanea, collocandolo all’incrocio tra abbigliamento outdoor, cultura streetwear e heritage tessile.
A riportare l’attenzione su questo materiale iconico è The North Face, che ha presentato la collezione Casentino Wool, costruita attorno a una rilettura della Denali Jacket, uno dei capi più riconoscibili del marchio. Un’operazione che non si limita all’estetica, ma che apre una riflessione più ampia sul rapporto tra tradizione artigianale italiana e industria globale dell’abbigliamento tecnico.
Il cuore della collezione è proprio il panno del Casentino: una lana storicamente utilizzata per proteggere dal freddo e dalle intemperie, scelta per le sue qualità di resistenza, isolamento termico e durata nel tempo. Un tessuto che nasce per il lavoro e per l’outdoor “ante litteram”, e che oggi viene inserito in una silhouette diventata nel tempo un riferimento anche culturale, oltre che funzionale.
Accanto alla giacca, la linea comprende una calzatura tecnica e un cappello, costruendo un racconto coerente che mette insieme materiali naturali, componenti riciclati e design essenziale. La collezione è disponibile online e in una selezione di punti vendita.

Che cos’è il panno del Casentino
Il panno del Casentino è uno dei prodotti tessili più rappresentativi della Toscana. Le sue origini affondano nel Medioevo, ma è tra il Trecento e l’Ottocento che questo tessuto in lana grezza, caldo e impermeabile, diventa centrale nell’economia della vallata tra Arezzo e Firenze.
Inizialmente utilizzato per saii monastici e per coperture destinate ai cavalli, il panno si distingue per la sua particolare lavorazione: follatura, garzatura e soprattutto rattinatura, il processo che crea i caratteristici riccioli superficiali. Riccioli che non sono solo un segno estetico, ma una soluzione funzionale per trattenere il calore e aumentare la resistenza all’usura.
Iconici anche i colori: l’“arancio becco d’oca” e il “verde bandiera”, nati quasi per caso e diventati nel tempo tratti distintivi di un tessuto che nel Novecento ha conquistato il mondo della moda, del cinema e del design, fino a essere indossato da Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany e reinterpretato da grandi stilisti italiani e internazionali.

Tra valorizzazione e crisi: il futuro incerto di un’eccellenza
Il ritorno di attenzione sul panno del Casentino arriva però in un momento delicato. Negli ultimi mesi la storica Manifattura del Casentino, in provincia di Arezzo, ha annunciato la chiusura, mettendo a rischio non solo posti di lavoro ma anche la sopravvivenza stessa della lavorazione tradizionale del tessuto.
La crisi che attraversa il settore moda, aggravata dall’aumento dei costi energetici e delle materie prime, ha colpito duramente anche questa realtà, custode di macchinari unici – come la storica ratinatrice – fondamentali per ottenere il ricciolo originale del panno casentino. Una perdita che non riguarda solo un’azienda, ma un intero ecosistema produttivo e culturale.
In questo contesto, le operazioni di recupero e reinterpretazione del panno del Casentino da parte di grandi marchi internazionali aprono una doppia lettura: da un lato la conferma del valore universale di un sapere locale, dall’altro l’urgenza di politiche e strategie capaci di tutelare davvero le filiere, affinché la tradizione non resti solo un riferimento simbolico, ma continui a vivere nei territori in cui è nata.