Si è conclusa sabato 12 settembre l’edizione 83 della Mostra del Cinema di Venezia, con il trionfo della regista danese May el-Toukhy, che si è aggiudicata il Leone d’Oro con il film Woman Unknown, la vittoria del Leone d’Argento da parte del regista sudcorano Lee Chang-dong, con il suo Possible Love e il Leone d’Argento andato al regista Ilya Khrzhanovskyper il film DAU.
Nessuna presenza italiana, quindi, nella rosa dei dei principali premi, anche se il cinema di casa nostra è stato ben rappresentato, in tutte le sezioni della Mostra, con la presenza di ben cinque titoli in concorso: The Echo Chamber, di Andrea Pallaoro, Succederà questa notte di Nanni Moretti, Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, L’estranea di Paolo Strippoli e Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis.
Nutrita anche la squadra di registi toscani al Lido (per approfondimenti clicca qui), primo tra tutti Giovanni Veronesi, che ha presentato il suo ulitmo film Dio ride, sostenuto dal Bando Cinema e Audiovisivo della Regione Toscana, come evento di chiusura il 12 settembre sera, ricevendo una standing ovation e ben dodici minuti di applausi. Un film che è un’ode alla libertà e alla ribellione contro tirannia, anche in ambito religioso. Un film che uscirà nelle sale il prossimo 29 ottobre e che farà sicuramente molto parlare di sé, per la sue grandi qualità artistiche e per il messaggio che trasmette.
L’unico cineasta italiano premiato alla Mostra del Cinema di Venezia 83 è stato il giovane regista lucchese Tommaso Landucci, che con il suo film I figli della scimmia, presentato nella sezione competitiva Orizzonti, si è aggiudicato ben due premi: Migliore sceneggiatura, andata allo stesso Landucci con Damiano Femfert e il premio Migliore attore a Riccardo Scamarcio.
L’opera prima del regista Tommaso Landucci è incentrata sul tema della disabilità. Nel film, che sarà nelle sale dal 17 settembre, Dario (Scamarcio) è padre di un bambino disabile, al quale dedica ogni cura e attenzione. Ma al tempo stesso sviluppa un bellissimo rapporto con suo nipote, il figlio adolescente di suo fratello (Fausto Russo Alesi). Un rapporto che con il tempo si trasforma fino a rischiare di travalicare i confini delle normali relazioni zio-nipote: nel giovane nipote Dario ritrova (forse inconsciamente) il figlio che avrebbe voluto avere assumendo, impropriamente, il ruolo del padre che avrebbe potuto essere. Dinamiche che finirianno con lo stravolgere l’intera famiglia.
“Il titolo di questo film trae ispirazione da una fiaba di Esopo: la storia di una scimmia che aveva due cuccioli ma amava e nutriva soltanto il preferito, trascurando l’altro – ha dichiarato Tommaso Landucci –. A differenza della fiaba, però, qui si parla di un genitore chiamato a dividersi fra due “figli”: quello reale e quello ideale. È il racconto di un conflitto intimo, inevitabile, che mette continuamente in discussione il fragile equilibrio fra generosità ed egoismo, amore e desiderio, accettazione e rimpianto. C’è un tabù, un “impossibile da dire”, che mi ha affascinato perché riguarda l’esperienza più profonda e intima della genitorialità: nessun padre e nessuna madre desidera avere un figlio con una disabilità. Questo non mette in discussione l’amore che i genitori di persone con disabilità provano per i propri figli, ma, seppure un figlio stravolga la vita a prescindere, nel loro caso l’esistenza prende una direzione alla quale nessuno può essere preparato. Parlando con alcuni di loro, mi ha colpito scoprire che spesso, prima del dolore per un figlio nato con una disabilità, arriva quello di una perdita: il lutto per “l’altro figlio”, quello immaginato e atteso durante la gravidanza, al quale devono dire addio prima ancora di averlo incontrato. E allora mi sono chiesto: cosa accade a un padre se poi quel figlio compare? Se si trova improvvisamente davanti al figlio che aveva sempre immaginato e desiderato avere?”.