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Referendum sul taglio dei parlamentari: si decide senza quorum

Quarto quesito nella storia della Repubblica per modificare la Costituzione. I precedenti hanno visto passare solo la riforma del Titolo V. Bocciata la devolution di Berlusconi e il superamento del bicameralismo perfetto di Renzi

Referendum: on line fac-simile scheda, 51 mln al voto

Gli italiani saranno chiamati al voto il 20 e 21 settembre anche per la riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari  che – in caso di ‘Sì’ ridurrebbe i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200. L’istituto dei senatori a vita è invece conservato fissandone a 5 il numero massimo. Prevista inoltre – nel caso di risposta affermativa da parte degli elettori – la riduzione degli eletti all’estero: i deputati scendono da 12 a 8, i senatori da 6 a 4.

La revisione proposta dal quesito referendario chiama in causa gli articoli “56, 57 e 59”  della Costituzione. Quello votato nei prossimi giorni sarà il quarto referendum costituzionale nella storia della Repubblica Italiana.

Non occorrerà per la validità del referendum il raggiungimento del quorum: non è infatti obbligatorio che vada a votare la metà più uno degli elettori aventi diritto.

Il fac simile della scheda elettorale per il referendum

I precedenti referendum di riforma costituzionale

Tra i referendum che hanno modificato profondamente l’assetto amministrativo del paese c’è quello del 2001, concernente il Titolo V della Costituzione. Modifica approvata dagli italiani con il 64,2% di voti favorevoli anche se l’affluenza si ferma poco oltre il 34%.

Un altro referemdum confermativo si è tenuto nel 2006 ed ha riguardato  la riforma costituzionale varata dal governo Berlusconi detta comunemente  ‘devolution’. Riforma bocciata con il 61% dei no. I  votanti durante quell’elezione raggiunsero il 52%.

In tempi più recenti l’ultima riforma costituzionale fu proposta dall’asse Renzi-Boschi nel 2016, pensata per superare il bicameralismo perfetto: i no raggiunsero il 59,11%, contro il 40,89% di sì. Risultato che comportò le immediate dimissioni di Renzi dal governo.

 

 

 

 

 

 

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