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Violenza sulle donne in aumento: “No, la colpa non è della crisi economica”

Sono già 49 i femminicidi dall’inizio dell’anno, l’ultimo a Prato il 17 settembre scorso. Abbiamo intervistato Francesca Ranaldi, coordinatrice del Centro Antiviolenza La Nara per inquadrare insieme a lei l’escalation dei maltrattamenti

- © FOTOKITA

“Sono circa 45 mila le richieste d’aiuto da parte di donne vittime di violenza che arrivano ogni anno agli 80 centri Antiviolenza della rete D.i.Re (una delle più ampie reti nazionali, ndr) ma è un dato a ribasso: si stima che in una classe qualsiasi siano almeno cinque i bambini che vivono situazioni difficili in famiglia, questo ci fa capire che i numeri in nostro possesso fotografano soltanto una piccola percentuale della reale diffusione del problema” .

Francesca Ranaldi è la coordinatrice del Cento Antiviolenza La Nara di Prato, un luogo che ogni anno accoglie, offre consulenza e supporto a circa 400 donne del territorio pratese in stretta sinergia con le forze dell’ordine e gli uffici locali. E proprio a Prato, in località La Briglia, un piccolo paesino della Val di Bisenzio, lo scorso 17 settembre Claudia Corrieri ha perso la vita per mano dell’uomo che aveva scelto come compagno, dell’uomo con cui aveva messo al mondo una figlia, una bimba di soli due anni che crescerà senza una madre e senza un padre. Dopo aver ucciso Claudia, Leonardo si è tolto la vita gettandosi dal ponte sospeso nel comune di San Marcello Pistoiese.

Dall’inizio dell’anno sono già 49 i femminicidi. Dai dati Istat l’80,5% delle donne uccise è vittima di una persona che conosce: nel 43,9% dei casi è un partner

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Sono già 49 le vittime di femminicidio in questo 2020. Un anno maledetto sotto molti aspetti anche per l’incremento registrato nel periodo del lockdown delle violenze consumate tra le mura domestiche. La convivenza forzata in casa, il lavoro che sfuma, le preoccupazioni economiche che aumentano. Sono tutte “cause” che possono aver aggravato situazioni già critiche ma guai a considerale attenuanti o motivazioni. Francesca Ranaldi è chiara su questo punto:“Mai, mai e poi mai pensare che la crisi economica crei violenza. Difficoltà di tipo economico possono aggravare situazioni già compromesse ma dobbiamo stare attenti a non dare una connotazione sociale alla violenza, sarebbe sbagliato: non è la povertà la causa della violenza sulle donne”.
Sarebbe come trovare una giustificazione esterna. Una scusa. Sarebbe come legittimare, almeno in parte, la violenza stessa.

Come avviene il primo contatto con il centro Antiviolenza?

Solitamente attraverso la chiamata diretta al centro. Alcune donne si rivolgono al numero nazionale 1522, altre contattano le forze dell’ordine. La rete sul territorio è vasta e funziona molto bene.

Cosa spinge una donna vittima di abusi a chiedere aiuto?

La consapevolezza del pericolo. Di solito la richiesta d’aiuto scatta quando riconoscono la pericolosità della situazione che stanno vivendo soprattutto quando temono per l’incolumità dei propri figli. Spesso le donne maltrattate arrivano a chiedere aiuto perché sono madri e vogliono proteggere i loro figli.

Che età hanno le donne che si rivolgono al Centro?

Ci sono donne di ogni età, diciamo però che la fascia 30-50 è quella più numerosa, ma si rivolgono a noi anche ragazze giovanissime e donne molto avanti con gli anni. Si tratta di storie spesso molto commoventi, donne che avvicinandosi alla fine dei propri giorni decidono di fare un gesto per se stesse denunciando i maltrattamenti subiti tutta la vita .

Come si riconosce la violenza? Ci sono dei segnali che non devono essere sottovalutati?

La raccomandazione principale è fare attenzione all’escalation della violenza. La violenza ha una sua circolarità: alla fase aggressiva segue quella delle scuse, poi tornano i maltrattamenti, poi di nuovo le scuse. Un segnale di pericolo è quando questa circolarità diventa sempre più stretta. Altri elementi da non sottovalutare sono la mania di controllo, la tendenza dell’uomo maltrattante ad isolare la donna, dai contatti con i familiari, ma anche economicamente. Obbligare la donna a lasciare il lavoro, privarla di un’indipendenza economica è un passo per soggiogarla, per depredarla delle proprie sicurezze. Non è facile carpire i segnali di una relazione pericolosa quando la si vive, perché c’è il coinvolgimento emotivo, perché una donna non se lo aspetta dal proprio compagno. Molte delle relazioni maltrattanti spesso nascono come grandi amori . Dietro alle promesse di amore eterno possono nascondersi atteggiamenti possessivi che è difficile riconoscere. Per questo il mio consiglio è di farsi aiutare nella lettura della situazione da dei professionisti. I centri antiviolenza ci sono e rispondono. Il contatto con un operatore è un primo passo per attivare un percorso verso la sicurezza.

La violenza è circolare: alla fase aggressiva seguono le scuse, poi di nuovo l’aggressività e di nuovo le scuse. Bisogna fare attenzione all’escalation della violenza

E a proposito della violenza psicologica? È più subdola quindi anche più difficile da riconoscere?

Alla violenza ci si abitua, spesso le associamo anche il senso di colpa. Un momento importante è il confronto e il racconto agli altri: parlando con gli altri, la donna che vive una situazione difficile inizia a prendere responsabilità di ciò che le succede. La violenza psicologica è più difficile da raccontare ma è altrettanto grave e spesso preludio di altre situazioni pericolose. Così come la violenza sessuale.

È diffusa la violenza sessuale all’interno della coppia?

Si, non se ne parla molto ma c’è, è uno stupro non riconosciuto, non viene trattato e letto come tale .

Come mai?

Per una questione che è anche culturale. Non ci dimentichiamo che il delitto d’onore in Italia è stato abrogato nel 1981, meno di 40 anni fa, e fino ad allora il matrimonio riparatore era una consuetudine. Questa è la cultura in cui siamo cresciute. È importante parlarne, dobbiamo raccontare la violenza, anche quella sessuale.

Oltre a sensibilizzare, quali altri passi ritiene fondamentali per contrastare il fenomeno della violenza di genere?

Dobbiamo credere alle donne e questo sarà tanto più importante nei mesi e negli anni che verranno: molte donne avranno difficoltà a mantenere il proprio lavoro (a seguito dell’ondata di crisi dovuta all’emergenza sanitaria, ndr), perdere il lavoro può sfociare in una perdita di autonomia. Le donne devono essere protette. La rete dei centri antiviolenza è ampia e lavora bene ma serve uno sforzo politico che prenda in carico e tuteli l’autonomia delle donne in tutti gli ambiti, a partire dalle politiche sul lavoro .

Contatti Centro Antiviolenza La Nara 057434472

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