Ricky Le Roy, nome d’arte di Riccardo Cenderello, è uno dei protagonisti storici della scena techno e progressive italiana.
Dopo gli esordi all’Imperiale di Tirrenia, ha contribuito a scrivere la storia del clubbing negli anni Novanta diventando uno dei dj simbolo dell’Insomnia di Pisa insieme a Mario Più e Franchino.
Producer e remixer, ha firmato brani diventati dei classici della musica elettronica italiana, come First Mission, Tunnel, Red Moon e Tuareg, continuando ancora oggi a esibirsi nei principali eventi dedicati alla cultura dance.
Giovedì 16 luglio Ricky Le Roy sarà protagonista all’interno del Festival della Montagna Fiorentina de “La Notte del Marronbugio”, insieme a Sandro Vibot, Andrea Vettori e al vocalist Senna, alla piscina comunale di San Godenzo.
Ecco la nostra intervista a Ricky Le Roy
Sono una quarantenne che è cresciuta con le cassettine di Ricky Le Roy . Hai vissuto negli anni 90 l’esplosione della scena techno e dance italiana. Cosa ti ricordi di quel periodo speciale che abbiamo vissuto tutti noi?
Intanto se siamo qua a ricordarci vuol dire che sono state cose belle, no? Mi ricordo un sacco di gente che si organizzava tutta la settimana per avere l’outfit giusto per fare la serata. La voglia era aspettare il sabato come se fosse una festa sempre, capito? Momenti belli che rimarranno sempre nel mio cuore, nel cuore di tante persone. E poi non era solo musica, era anche emozione pura quello che si provava e si viveva nelle serate.
Sei stato protagonista in due club toscani in particolare, l’Imperiale di Tirrenia e l’Insomnia di Pisa
L’Imperiale era una cosa particolare perché era un after, tutti i sabati era un after. Entrare dentro all’Imperiale era come entrare in un’altra dimensione. Era un club, tutto buio, dove si stava 12 ore, 18 ore, dipende dal proprietario. Si entrava in una dimensione che, a pensarci ora, era una roba da matti. Era un viaggio musicale molto intenso perché eravamo quattro DJ e suonavamo 12 ore in rotazione, cercando sempre di tenere un certo stile musicale. Poi c’erano dei matti, particolarmente matti, però era una parte del gioco.
Per esempio Franchino?
Franchino l’ho conosciuto lì. Pensa che all’inizio lui pagava per entrare. Nel ’92 si pagava 50.000 lire per entrare all’Imperiale. Lui pagava e poi andava alla proprietaria e diceva mi fai parlare al microfono. Così piano piano ha iniziato questa sua carriera che è stato un viaggio indimenticabile per tutti.
Com’è cambiato il dancefloor in 30 anni? Oggi si parla un po’ di una crisi delle discoteche, cosa ne pensi
La crisi delle discoteche c’è, perché non c’è tanto interesse da parte dei giovani ad andare nel club. Il club è un po’ cambiato, si è trasformato in varie sfaccettature, a partire dall’apericena in un bar con la musica, alle feste in piazza. La gente non ha vincoli di entrare, di mettere la roba in guardaroba, di fare una bevuta per forza, ora è più libera, decide di bere e beve, se non vuole bere si sente la musica, se non gli piace va via.
Ma come mai i giovani non vanno in discoteca? Qual è il motivo? I soldi?
No, avendo una figlia giovane, non adolescente ma sempre giovane, vedo che non c’è proprio interesse nel gruppo, nella compagnia di dire domani ci prepariamo, andiamo tutti là che c’è festa, capito? Quindi vedo che manca quello, l’interesse di andare a condividere musica e a conoscere gente, come si faceva ai nostri tempi. I giovani ormai si conoscono sui social, invece una volta era molto più vera la cosa, ci si vedeva di persona. Ora è tutto nel telefono, non c’è niente di vero.
Cosa ci farei sentire alla notte del marrombuso qui in Toscana? Cosa succederà?
Non ho mai una scaletta ben precisa, io guardo sempre tanto la pista e vedo quello che serve in quel momento per far ballare. Se mi diverto io è ancora più bello. Non disdegno di mettere qualche disco vecchio, lo metterò sempre, quindi aspettatevi anche questo.
Per un dj è più importante divertirsi o far divertire gli altri?
Tutte e due, perché se non mi diverto io non si diverte nessuno.
