Unire le competenze alla propria storia personale per colmare un vuoto nel mercato del lavoro. Con questo obiettivo Alessandro Cataldo, ventiquattrenne nato a Siena e residente a Montevarchi, ha deciso di scommettere sull’autoimprenditorialità delle persone con disabilità.
Laureato in Economia e forte di una solida esperienza nel marketing digitale, Alessandro convive fin dalla nascita con una paralisi cerebrale infantile, una condizione da cui è quasi completamente guarito e che oggi considera una lente per trovare soluzioni fuori dagli schemi. Questa visione si è concretizzata nella nascita di LADI (Libera Associazione Disabili Imprenditori) e del progetto Yes!, il primo percorso di incubazione in Italia strutturato per supportare idee imprenditoriali nate da founder con disabilità.
Agrifood e innovazione
Ma facciamo un passo indietro. Dopo aver frequentato l’alberghiero, il giovane imprenditore studia marketing applicato al settore agroalimentare all’Its di Grosseto dove intuisce la sua vera passione: “Nelle nostre zone si parla sempre di fare impresa, c’è il piccolo negoziante o la grandissima azienda. In questi anni però ho visto chiudere molte attività. Mi sono reso conto che mancava un pezzo fondamentale, ovvero fare innovazione.
Quando sono entrato in contatto con startup nazionali e, in generale, con il mondo dell’agritech, ho capito che si stavano facendo cose divertenti. È un mondo in cui è impossibile annoiarsi“.
La nascita di LADI

Questa forte attrazione per l’ecosistema dell’innovazione si trasforma rapidamente in un lavoro. In pochi anni, Alessandro consolida la sua attività a livello nazionale affiancando circa trenta team di startupper. Li supporta nella validazione dei business model, nella costruzione del brand e nella chiusura dei round di investimento. È proprio durante questo percorso di consulenza che, nel 2025, fonda LADI, acronimo di Libera Associazione Disabili Imprenditori. Una realtà che vuol promuovere una cultura di autonomia e autoimpiego, sostenendo la crescita professionale attraverso formazione, workshop e una rete di soggetti su cui fare affidamento.
“L’idea nasce dopo un episodio vissuto in ambito professionale. In una delle mie prime esperienze mi fu detto che ero in quell’azienda perché ero disabile, per un’etichetta, e non per le mie competenze. Eppure avevo impattato positivamente sulla loro crescita. Mi sono ripromesso che avrei cambiato le carte in tavola, scardinando questo modo di fare e affrontando un problema sociale ancora dolorosamente sentito, specialmente dopo il Covid”.
In Italia, a fronte di 13 milioni di persone con disabilità, solo 3 milioni risultano occupati. Tra di loro, appena uno su venti possiede una partita IVA. I dati confermano le difficoltà di inserimento e sviluppo delle capacità. “Le leggi che abbiamo in Italia non funzionano: dovrebbero supportare l’entrata attiva nel mondo del lavoro, ma finiscono per ridursi a un mero obbligo di collocamento. Molte persone con disabilità vengono inserite in azienda solo per pagare meno tasse e spesso finiscono per scaldare la sedia, senza essere realmente valorizzate o formate”.
Il progetto Yes!

L’associazione LADI conta decine di associati e pianifica attività a lungo termine. Il fulcro di questa programmazione è Yes!, un programma di sei mesi ideato per strutturare le idee di business dei founder con disabilità.
“L’abbiamo chiamata edizione zero perché in Italia un percorso simile non è mai stato fatto prima. È un po’ come se una persona non vedente provasse a esplorare una strada nuova senza bastone e senza cane guida: è complicatissimo. Gli incubatori tradizionali tendono a standardizzare i processi. Con la disabilità la standardizzazione non esiste: ogni disabilità è diversa e servono flessibilità e professionisti dedicati“.
I tutor e i mentor del programma sono piccoli imprenditori capaci di offrire affiancamento relazionale, oltre che teorico. “Le nozioni tecniche possono essere facilmente fornite dai sistemi di Intelligenza Artificiale. L’aspetto empatico, la motivazione del team e il superamento dei momenti di crisi richiedono invece un reale confronto interpersonale”.
Superare i bias culturali a partire dai banchi di scuola
Secondo Cataldo, le difficoltà strutturali derivano anzitutto da barriere culturali che si radicano già durante gli studi, limitando le ambizioni personali delle persone con disabilità. “Dalle scuole superiori in poi, i disabili vengono visti con un atteggiamento pietistico. Questo fa sì che escano dalle scuole persone che non mirano a fare di più, ma cercano solo il posto fisso. Finiscono per avere un’ignoranza formativa importante sulle competenze di base: relazionali, economiche, soft e hard skill che servono in qualsiasi lavoro”.
Uno sguardo al futuro

I piani di sviluppo di Alessandro e dell’associazione si estendono oltre i confini regionali e nazionali, puntando all’Europa con un focus sulla disabilità sociale e sulla revisione delle norme vigenti. “Vorremmo che LADI diventasse un punto di riferimento per le istituzioni. Vorremmo poter aiutare a costruire le leggi di domani, dare il nostro contributo per riflettere sul binomio lavoro-disabilità. Stiamo lavorando per questo. Nel mondo della disabilità si parla tantissimo ma si sa ancora troppo poco. Il mio obiettivo è portare soluzioni dove oggi c’è solo retorica superficiale“.